Dalla rassegna stampa Cinema

Emmanuelle Seigner. Non mi piacciono le donne docili.

«E pensare che mi sono sempre sentita un ragazzo»… Insomma nella mia testa sono un po’ un travestito, anzi un transessuale…

L’arresto di Roman? E’ qualcosa di molto lontano ma sono rimaste tracce
«E pensare che mi sono sempre sentita un ragazzo». Nell’Hôtel de Sers, vicino agli Champs Elysées, una bellissima Emmanuelle Seigner in jeans e marinière , la maglietta bianca a righe blu, parla di sé, di Lou Reed, di suo marito Roman Polanski, delle sue carriere parallele di attrice e — più recente — cantante. Nella copertina del nuovo album «Distant Lover» la vediamo in stivali di pelle nera sopra al ginocchio e pelliccia, e non può non venire in mente «Venus in Furs», il film di Polanski dal romanzo di Sacher-Masoch dove lei interpreta una Venere molto poco maschile.
Si è messa a cantare rock per esprimere questa insospettata natura di «ragazzo mancato»?
«È una parte di me che pochi conoscono. Mio marito Roman Polanski se ne accorse subito, quando ci siamo incontrati (nel 1985, ndr ) diceva che anche mentre ballavo avevo la tendenza a guidare le danze… Non ho il modo di fare che un tempo si associava pigramente alle donne. In apparenza sono sempre stata molto femminile, a 12 anni ero già una donna, con i seni e il bacino sviluppati, ma dentro di me mi sono sempre sentita un maschiaccio. Penso e mi muovo come un ragazzo, è difficile da spiegare».
La cover di «You Think You’re A Man» di Divine, la drag queen dei primi film di John Waters, quindi non è un caso?
«Ah no. Ho sempre sentito una specie di affinità tra lei e me. Insomma nella mia testa sono un po’ un travestito, anzi un transessuale. In ogni caso, detesto il ruolo delle donne in tanti film, e in tanti copioni che infatti rifiuto. Donne sempre piangenti, o vittime, o remissive e sottomesse, compagne docili dei veri protagonisti, gli uomini. Anche per questo mi è molto piaciuta Sandra Bullock nel film Gravity . Una donna coraggiosa, tenace, capace di rialzarsi sempre».
L’altra cover del disco è la celebre «Venus in Furs» dei Velvet Underground, un gruppo che, tra Lou Reed, Andy Warhol e Maureen Tucker, dell’ambiguità sapeva qualcosa.
«L’ho registrata a New York, per pura coincidenza, il giorno della morte di Lou Reed. È stata un’esperienza piuttosto strana, sei mesi prima Roman voleva che la cantassi per la colonna sonora ma mi sembrava troppo, già il film era tutto incentrato su di me. Ho rimandato e rimandato perché sia io sia il produttore Adam Schlesinger (dei Fountains of Wayne) eravamo impegnati, e quando finalmente sono entrata in studio, il mio mito è morto».
Com’è stato collaborare con Lou Reed?
«Aveva la fama di essere rude, con me è stato estremamente gentile. Sono stata la sua Caroline nel film Berlin di Julian Schnabel, dove Lou suona dal vivo l’album omonimo. Per me è stata un’esperienza eccezionale, Lou Reed è sempre stato il mio idolo assieme a David Bowie, Iggy Pop e Mick Jagger. Avevo 12 o 13 anni quando ascoltavo in continuazione Transformer , Lou Reed per me è stata la scoperta del rock e della sessualità. E poi trovo fantastico il suo modo di cantare, molto diverso dai virtuosismi dei cantanti da talent di oggi».
Lei ha preso lezioni di canto?
«Sì, ma al contrario, per imparare a non cantare troppo. Non sopporto le voci troppo impostate e quelli che fanno tremila note e gorgheggi, lo trovo orribile. Oggi c’è troppa tecnica e troppa uniformità, anche nel cinema. Tutti si assomigliano: tutti molto preparati, ma mi sembra che manchino le grandi personalità naturali, alla Orson Welles o alla Ava Gardner».
Che cosa è più importante per lei adesso, il cinema o la musica?
«Sono cose diverse e entrambe bellissime. Forse fare l’attrice implica più intesa con il regista, si dà un po’ di sé e questo implica qualcosa di impudico. Con certi registi pure bravissimi non potrei lavorare, non ci si può dare a chi capita. Comunque un mestiere aiuta l’altro. Da quando sono andata in tv a cantare, e Patti Smith che era nel pubblico si è alzata in piedi per ballare, mi hanno chiamato un sacco di registi per dirmi “non ti immaginavo così”. Il fatto è che da sempre non rientro nelle categorie. Per esempio, sono francesissima e adoro la Francia, ma sembro più svedese o americana. Le tipiche francesi sono Marion Cotillard o Audrey Tatou».
Come si trova a recitare per suo marito? Da «Frantic» (1988) a «Venus in Furs» (2013)?
«Bello e facilissimo perché è un grande regista, per me sta nella stessa categoria dei Visconti, Fellini, Bergman… Sa sempre cosa vuole, dove mettere la cinepresa, e in particolare con me sa come riprendermi, coglie il meglio di me».
Polanski ama anche la sua musica?
«Sì, stiamo girando assieme il videoclip di You Think You’re A Man , la sua canzone preferita dell’album».
La vicenda dell’arresto è superata? (nel 2009 Polanski è stato arrestato in Svizzera per la vicenda della violenza sessuale alla 13enne Samantha Geimer nel 1977 in America, ndr).
«Da un punto di vista giudiziario non è ancora conclusa, Roman non può viaggiare granché, ha ancora un mandato di arresto internazionale. È così».
E da un punto di vista personale?
«L’arresto è qualcosa di lontano, ma restano delle tracce. Nella vita non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. In quel periodo ci sono state cose anche positive, come il sostegno di tanti amici. Quanto a me, sapevo già tutto di quella vicenda vecchia di 30 anni, tra di noi non c’era niente di nuovo da chiarire».
Che diceva a suo marito in quei giorni?
«Cercavo di stargli vicino senza drammatizzare. È stato come vivere una disgrazia improvvisa, ma allo stesso tempo mi ripetevo che c’è di peggio, nella vita accadono cose terribili, la gente si ammala e muore, i bambini restano orfani… Noi eravamo ancora tutti vivi e in grado di andare avanti. Abbiamo cercato soprattutto di proteggere per quanto possibile i nostri figli, Morgane (22 anni, ndr) e Elvis, 16».
Che dicono adesso della mamma rock?
«Elvis mi ha accompagnato in studio, ma il rock ormai è una cosa per quelli della nostra generazione, non della loro. Certo, ci sono gli Strokes o Jack White, ma insomma i ragazzini ascoltano la musica disco, l’elettronica. Infatti ai miei figli dell’album piacciono i remix da discoteca».
Alle ultime elezioni lei si è spesa per Nicolas Sarkozy. Pensa di impegnarsi di nuovo in politica?
«Solo se torna Sarkozy. Non mi interessano troppo la destra e la sinistra, mi fa paura il Front National, ma a parte questo non ho delle convinzioni ideologiche molto profonde. Però mi piacerebbe aiutare Nicolas, perché sono amica sua e di Carla. Adoro Sarkozy, è una persona intelligente e coraggiosa».
Dopo il rock, quando tornerà al cinema, quale ruolo sogna di interpretare?
«Sarah Bernhardt. La Madonna dell’Ottocento».

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