Dalla rassegna stampa Cinema

Creteilfilmsdefemmes, inno alla libertà

E’ un inno alla libertà che non conosce frontiere, tanto meno quelle dell’età, il documentario “Rebel menopause” di Adele Tulli…

E’ un inno alla libertà che non conosce frontiere, tanto meno quelle dell’età, il documentario “Rebel menopause” di Adele Tulli, in programmazione qui in Francia al Creteilfimsdefemmes giunto alla sua trentaseiesima edizione (fino al 23 marzo, info su http://www.filmsdefemmes.com). Thérèse Clerc, la più nota femminista di Montreuil, classe 1927, già tra le figure del toccante “Les invisibles” di Sebastien Lifshits, che riunisce le storie degli omosessuali a viso aperto del ’900, racconta la sua vecchiaia e risale alla scoperta della libertà avvenuta per lei a 46 anni. Sposata a venti e divorziata a quaranta, Thérèse Clerc entra nel mondo del lavoro e realizza che le piacciono le donne. La menopausa coincide con la presa di coscienza che “la biologia non è un destino” come diceva Simone de Beauvoir nel 1949 e che il destino le donne possono farselo da sé. Un piglio inalterato anima Thérèse oggi che ha 87 anni. Dopo aver fondato la casa delle donne a Montreuil la vediamo impegnata a mettere su la Maison de Babayagas: “La vità è deliziosa”, dice, “il piacere da vecchie continua”, e la morte? “è l’ignoto, non è detto che non sia affascinante”. “Rebel menopause” fa parte della sezione “eroine inattese” (Heroines inattendues) che mette a fianco figure note come Gertrude Stein, Violette Leduc, Lola Montès, e le “eroine” della vita quotidiana, quali le protagoniste dell’intenso “Three Lives” di Kate Millet, titolo ispirato ai racconti di Gertrude Stein. Tre donne che nel 1971 raccontano la dipendenza dal marito “contratta” nei primi anni del matrimonio, le passioni sopite e poi esplose, la profonda delusione anche per via di una lealtà tradita quando si tratta di decidere chi e come alleverà i figli dopo la separazione. Gli oltre quaranta anni trascorsi dalla nascita del documentario sembrano non pesare, sia per il ritmo delle scene e la forza delle testimonianze, sia perché, ahimé, la condizione delle donne troppo spesso sembra aver subito solo un restyling più che un profondo mutamento. Ed è stata proprio Kate Millet, ospite d’onore al festival, a presentare “Simone de Beauvoir, une femme actuelle” di Dominique Gros, realizzato nel 2007 in occasione del centenario della nascita. Pellicola preziosa, che ripercorre con testimonianze e documentazione dell’epoca, la vita della filosofa e scrittrice, fin dai primi anni della giovinezza, quando coraggiosa e anticonvenzionale, si dava il permesso di amare le donne e gli uomini. Sempre Kate Millet sarà protagonista indiscussa della giornata di domani alla Maison des Arts di Creteil, dove si svolge il festival. Tornata in Francia dopo 20 anni, la femminista nota in Italia per il saggio “La politica del sesso” e il romanzo “Sita”, incontrerà alle 21 il pubblico per parlare del suo lavoro di cineasta. Un posto di primo piano in questo excursus sulle forme di lotta per la libertà tra ieri e oggi lo hanno i cortometraggi. Centrale è la riflessione sull’identità di genere in “Damn girl” di Kira Richards Hansen che vede la dodicenne Alex, leader di un gruppo composto esclusivamente da maschi, interpretare ruoli di sfida e provocazione per affermare la propria autonomia superando le gesta dei coetanei, non astenendosi dal vivere secondo il proprio stile il rapporto privilegiato con uno di loro. I triangoli possibili, tra gelosia, attrazione e desideri inappagati, vengono invece esplorati con sapienza nell’interessante “Extrasystole” della giovane Alice Douard: un’insegnante utilizza tutto il suo fascino per coinvolgere una giovane studentessa restandone attratta, mantenendo il ruolo di chi accende le passioni e lascia in sospeso. Identità di genere e omofobia sono il cuore della pellicola “Love man, Love Woman” di Nguyen Trhin Thi, opera conquistata dal festival per la sezione dedicata al Vietnam e curata da Marina Mazzotti che ripercorre la nascita delle prime registe del cinema vietnamita, rintracciando le pioniere di quello indipendente. Tra queste compare Nguyen Trhin Thi che racconta la figura di un medium gay nel tempio di Dao Mau, funzione possibile perché “tradizionale” e circoscritta all’interno di una società sessista e profondamente ostile nei confronti dell’omosessualità. La pellicola ritrae il protagonista beato nei sontuosi abiti da cerimonia facendogli dichiarare: “le divinità preferiscono gli uomini, le donne medium sono percepite come meno pulite”. Per la sezione lungometraggi, poetico “Une jeune fille” di Catherine Martin che lunedì scorso ha strappato l’applauso: Chantal e Serge entrambi colpiti dal lutto e capaci di ruoli orginali – lui boscaiolo deve al padre l’amore per la musica classica e alla madre la capacità di fare anche “il casalingo” – con estrema delicatezza, al ritmo lento della riscoperta della vita, accostano le loro esistenze.

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