Dalla rassegna stampa Cinema

Torna alla luce il film di Hitchcock sui lager

Ritrovata l’ultima bobina del documentario realizzato nei campi di sterminio

LONDRA — L’ultima delle sei bobine era nascosta e dimenticata negli archivi del War Imperial Museum di Londra. Adesso che i curatori l’hanno ripescata e montata con le precedenti pellicole, diventa un nuovo film documentario sulle atrocità naziste nei campi di sterminio. È un lungometraggio inedito, nella sua forma completa, che porta la firma di sir Alfred Hitchcock e ne arricchisce la già straordinaria biografia. Interessante è la trama di questa scoperta.
La vita del maestro del brivido, londinese di nascita e morto in California nel 1980, s’incrocia con l’Olocausto a conclusione della Seconda guerra mondiale. Il regista si è trasferito a Hollywood e lavora a Notorious , uno dei suoi capolavori, con Cary Grant e Ingrid Bergman. Un amico, Sidney Bernstein, lo contatta per sondarlo sulla volontà di collaborare a documentare la vergogna della persecuzione e della eliminazione degli ebrei.
È il 1945, gli alleati liberano l’Europa, entrano nelle camere della morte di Hitler, si trovano davanti all’orrore che vogliono riprendere per mostrarlo al mondo e a quei tedeschi che attorno ai campi abitano ma che restano muti e indifferenti. L’ordine del presidente americano Eisenhower e del premier britannico Churchill è di mandare troupe di cameramen per riprendere la realtà dello sterminio e affidarne la narrazione a direttori prestigiosi.
Sidney Bernstein è una delle figure chiave della cinematografia britannica, antifascista, collabora con il ministero dell’Informazione ed è a capo della sezione film nella divisione «guerra psicologica» del comando alleato. È lui che chiama Alfred Hitchcock a Londra nel giugno del 1945. I due si sono già parlati e il regista ha dato indicazioni agli operatori dell’esercito su come vuole le inquadrature, le riprese lunghe, i dettagli da raccontare e visualizzare nel documentario. È il suo timbro.
Hitchcock s’imbarca per l’Inghilterra. Lo aspettano tre chilometri di riprese effettuate a Bergen Belsen, a Dachau, a Buchenwald, a Mauthausen. Materiale che va sistemato. Le immagini sono dure e violente. Ne resta impressionato a tal punto lo stesso Hitchcock che per una settimana evita di presentarsi nelle sale di montaggio. Ma alla fine il risultato è che ne escono sei bobine di dieci minuti ciascuna. Con Hitchcock collaborano Colin Wills, ex corrispondente di guerra, e Richard Crossman, che poi sarà personaggio di rilievo del laburismo.
Il film è pronto. Ma dopo l’estate del 1945 gli americani cambiano idea e convincono gli alleati a non diffonderlo: la sua proiezione e la sua divulgazione potrebbero essere controproducenti nel processo di ricostruzione della Germania e nella complessa opera di coinvolgimento del popolo tedesco. Spiegherà Sidney Bernstein: «Il nostro Foreign Office e il Dipartimento Usa decisero che essendo i tedeschi in uno stato di apatia dovevano essere stimolati e non costretti a cacciare il naso nelle atrocità commesse».
La pellicola va in archivio. Anzi, nelle cantine del War Imperial Museum. Fino a che nei primi anni 80 un ricercatore americano la rintraccia in un contenitore di metallo arrugginito. È un documento di straordinario valore: ne toglie la polvere e lo spedisce al festival di Berlino nel 1984 col titolo Memory of the Camps , Memorie dei campi. Però è incompleto. L’ultima parte della storia di questo film documentario è dei mesi scorsi. Uno dei curatori del Museo, Toby Haggith, ritrova i «pezzi» che mancano, ricuce e ristruttura la pellicola. L’anno prossimo sarà il 70esimo anniversario della liberazione dell’Europa dal nazismo e il film di Hitchcock sull’Olocausto, con un titolo diverso, andrà nella sale e in tv. Proprio come il grande maestro avrebbe desiderato perché, per usare le sue parole, «la televisione riporta indietro il delitto e l’atrocità nelle case dove essi nascono».

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.