Dalla rassegna stampa Cinema

L'estate che la mamma ha imparato a ballareLUCHETTI, A SCUOLA DAI '70

Racconto romanzato in prima persona, un ragazzino nell’Italia del 74, mentre il mondo prova a cambiare

ANNI FELICI DI DANIELE LUCHETTI, CON MICAELA RAMAZZOTTI, KIM ROSSI STUART, ITALIA 2013

Lo ha raccontato come un film quasi autobiografico, ispirato alla memoria sentimentale della sua infanzia, dove lui, Daniele Luchetti, è il ragazzino Dario, silenzioso e impacciato, innamorato della Super8 regalo ambito del compleanno, con cui trasformerà i filmini familiari in una pubblicità pagatissima per la Kodak. Il solo maschio capace di mettere insieme con successo arte e business in una linea familiare maschile – vedi il padre artista – frustrata nella sua espressività da madri gelidamente giudicanti. Sarà che la sua di mamma, la bella Serena, (Micaela Ramazzotti, molto brava) lo ha portato l’estate nelle comuni femministe sulle spiagge francesi, dove ha imparato a ballare, a baciare, a sparecchiare, a lavare i piatti insieme alle ragazzine, cosa che quando la fa nella casa borghese del famiglione romano materno in vacanza, a Fregene o da qualche parte sul litorale, gli altri maschietti lo prendono in giro: «Che sarai lesbica?» dicono. Già perché i filmini delle vacanze hanno svelato che tra la mamma e l’amica tedesca designer (Martina Gedeck) c’è una complicità desiderante. Serena sperimenta con lei una liberazione consapevole del corpo, dei sentimento, delle contraddizioni di fronte alla quale Guido, il marito, impazzisce perché lui invece pratica il tradimento compulsivo – quello da «Io amo solo te» per capirsi.
Italia 1974, ce lo dicono i manifesti del referendum sul divorzio, che ben si accorda alla vita familiare movimentata dai litigi tra i due, lui artista concettuale superficiale, attaccato dai critici influenti napoletani con doppio cognome (Bonito Oliva?) ha un sacco di storie, bello e maledetto come appare con la faccia di Kim Rossi Stuart. Lei è gelosa, si incazza, si sente presa in giro. Ma quando conosce un modo diverso di stare insieme oltre i generi e le abitudini, cambia. Lui perde la testa, mentre i figlietti diventano i testimoni di confessioni imbarazzanti, e di duetti al bar sulla gelosia, e invece vorrebbero maggiore attenzione, pronti a tutto per questo, pure a buttarsi in mare …
La voce narrante dello stesso Luchetti, nel racconto alla prima persona di Dario ormai adulto, accentua la confusione tra romanzesco e vissuto, ma questo è il gioco: un po’ come le opere d’arte, familiari e di altri artisti (Acconci ecc…). D’altra parte se andiamo a fare i conti, Luchetti è del 1960, e nel ’74 sarebbe stato un quattordicenne magari più rabbioso e arrrabiato di Dario (Samuel Garofalo)contro mamma e papà.
Luchetti lascia fuori campo la cronaca – il 74 è anche l’anno della strage sull’Italicus – per una una dimensione tutta familiare – ma il privato era politico no? – di due persone che cercano un modo di amarsi, e di vivere il sentimento del proprio tempo. Qualcosa però non funziona in questo filmino familiare – anche omaggio alla pellicola cinematografica. Gli Anni felici di Luchetti sono infatti anche quelli di Rulli e Petraglia – autori col regista della sceneggiatura – e il sentimento della soggettivissima memoria nelle loro mani si riempie di quel moralismo giudicante «a posteriori» con cui i due sceneggiatori (che pure in quegli anni erano molto presenti) riscrivono la storia d’Italia – da La meglio gioventù al mistificante Romanzo di una strage . E così i ricordi del ragazzino affollano stereotipi, in una necessità di ridicolizzare un’epoca che non è nemmeno la rabbiosa resistenza di un bambino solo (il punto di vista non è unicamente quello di Dario) , o la ricerca di un ordine contro il terrorismo paterno – come accadeva in Colpire al cuore di Amelio. Piuttosto è quell’ammiccamento, un po’ sfottò, contro un pezzo della nostra Storia che chissà perchè bisogna demolire. O almeno farne la macchietta.

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