Dalla rassegna stampa Cinema

In “Amore Carne” Delbono guarda la realtà negli occhi attraverso il cellulare

E dice: “La vita è più pazzamente complessa di quello che si vede al cinema”

Riprende col cellulare per salvaguardare la sua libertà creativa dal sistema cinema italiano che “tende a schiacciare”. Il poliedrico Pippo Delbono, il 54enne artista ligure di fama internazionale, vola da Parigi, dove è stato per il lancio del film francese che a Cannes ha chiuso la Quinzaine – “Henri” di Yolande Moreau, in cui lui è il protagonista -, a Roma per presentare “Amore Carne”, di cui è operatore, attore e regista. Un lavoro simbolo del suo “cinema senza norma, che nasce senza copione, dettato da un’urgenza personalissima di guardare la realtà”, come ha detto in conferenza stampa Marco Muller, che con lui ha lavorato al film “Il grido” (presentato al Festival di Roma nel 2006). Già applaudito al Festival di Venezia, “Amore Carne” sarà presentato il 26 giugno alla 49esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro all’interno dell’Evento Speciale “Fuori norma. La via sperimentale del cinema italiano (2000 – 2012)”, e uscirà nelle sale italiane il 27 giugno distribuito dalla Tucker Film (ed in contemporanea in Francia). Girato con il telefonino (ad una proiezione in Brasile la resa sul grande schermo ha colpito tanto gli spettatori che si sono accalcati a Delbono per conoscere la marca del suo telefonino) ed una piccola camera, “Amore Carne” è un viaggio fatto di momenti unici, incontri ordinari o straordinari, da una camera d’albergo a Parigi ad un’altra a Budapest, attraverso testimoni famosi e gente comune. “Amore Carne” è un viaggio in soggettiva dentro e fuori di sé. A volte la camera agisce di nascosto. A volte riprende gli attimi che precedono una catastrofe, come il terremoto de L’Aquila. Oppure il dopo, come a Birkenau. Ogni incontro è un’immagine del mondo di ieri, di oggi, di domani. Un mondo che qualcuno racconta attraverso la musica (come il compositore e violinista Alexander Balanescu) o il gesto (come Marie-Agnès Gillot, danzatrice étoile de l’Opera di Parigi), oppure attraverso le parole (come l’attrice Irène Jacob) o il silenzio (come Bobò, lo storico attore sordomuto di Delbono, o come l’artista Sophie Calle e l’attrice Marisa Berenson). Da un’immagine all’altra, da un testo all’altro, da uno spazio all’altro, la camera di Delbono ci parla dell’amore. Della poesia. E della carne. Con ciò che comporta di passione, ombra, dolore, tragedia e umorismo. Come nasce “Amore Carne”? “Forse – risponde Delbono – nasce da queste due parole che mi sono portato dentro mentre filmavo in questo anno e mezzo in giro per il mondo: Amore Carne”. Il cellulare poco vistoso ha dato la possibilità a Delbono di entrare in punta di piedi nei luoghi e di guardare occhi negli occhi le persone. Molto forte il momento in cui varca la soglia di un campo Rom, o quando si porta ai funerali dell’africano ucciso a Milano con una spranga, colpevole di aver rubato una scatola di biscotti. La sua voce grida “dove sono i sacerdoti, le autorità? E’ stato ucciso un uomo per una scatola di biscotti”. Mentre riprende una guardia cerca di fermarlo, ma poi dagli occhi dello stesso poliziotto traspare una dolcezza struggente per quella vittima. “Un momento molto pasoliniano”, afferma Delbono, che riflette a voce alta: “La vita ci offre sceneggiature più complesse, profonde ed importanti di una sceneggiatura. La vita – sottolinea – è più pazzamente complessa di quello che si vede al cinema”. Ed aggiunge: “Il problema in Italia sono i produttori, non gli artisti. Un tempo si faceva grande cinema perché c’erano produttori illuminati che permettevano agli artisti di essere folli ed accompagnarli nella loro follia”. Dopo che nel 2009 nel film “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino ha interpretato l’imprenditore cattivo, il cinema italiano ha imprigionato Delbono in un cliché, che in un certo senso non abbandona neanche in “Cha Cha Cha” di Marco Risi, nei cinema da questo weekend. “Alcuni tagli – dice Delbono – tagliano i colori della vita. Ad esempio, nel film di Risi non c’è la scena che ho girato al letto con Eva Herzigova, in cui le dico ‘Tu dalla vita hai avuto tutto, guarda che cos’hai’. Per me questa scena rendeva il mio personaggio completo, offrendo un nuovo punto di vista. Ma il film per i produttori deve viaggiare sugli stereotipi”. “Il nostro Paese – osserva – è culturalmente morto. Abbiamo tanti musei, ma non inventiamo più niente. Un paese è ignorante quando non crede più in se stesso”. Artista vulcanico ama il teatro perché gli dà la possibilità di sperimentare con libertà. A fine maggio ha debuttato con “Orchidee”, l’attesissima sua nuova creazione, che sarà allo Strehler di Milano, all’Argentina di Roma e poi a Parigi, con la nuova stagione autunnale. Ma il cinema in questi giorni lo ha protagonista. Un cinema che una volta a Parigi si è messo a promuovere durante ogni replica del suo spettacolo teatrale sold out, fino ad avere le code di spettatori anche nelle sale dove proiettavano un suo film. All’ultimo Festival di Cannes, oltre che per “Henri”, lo abbiamo visto nel ruolo di un prete, partecipazione straordinaria nel film in concorso di Valeria Bruni Tedeschi, “Un château en Italie”. Nel frattempo Delbono è impegnato ad ultimare il montaggio di un suo nuovo film “Il sangue”, che racconta l’incontro con l’ex brigatista Giovanni Senzani, viaggio con la morte e l’incontro tra la memoria degli anni di piombo e le note liriche della sua Cavalleria Rusticana, creata per il Teatro San Carlo di Napoli. Un filo conduttore lega tutte queste sue ultime esperienze artistiche: sua madre. Con lei Pippo dialoga in cucina in “Amore Carne”, ed è al suo capezzale in “Il sangue”. Di lei si parla nella performance “Mia madre e gli altri”, che debutta in Francia a novembre a Bayonne, e che a febbraio diventerà anche un libro omonimo edito da ActSud. Pubblicamente non voleva che fosse troppo esplicito il suo essere omosessuale, sieropositivo e buddista. Aveva paura che sua madre ne soffrisse. Convinto che delle tre cose la più dolorosa fosse scoprire che non era cattolico… Poi l’estate scorsa lei se n’è andata. E Pippo ora racconta di sé tutto, senza più timori e indugi, spietato con se stesso e con il mondo, ma sempre, sempre, prendendosi in giro con grande autoironia… “Dopo esordi complicati e frammentati – dice Muller – oggi la carriera artistica di Delbono può essere paragonata alle onde del mare, simili e diversissime al tempo stesso, e che viaggiano a velocità differente”.

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