Dalla rassegna stampa Personaggi

GAY, IL COMING OUT DI JODIE FOSTER

Il coraggio di Jodie Foster “La mia bella vita con una donna” – Golden Globe, applausi all’attrice

SOLA di fronte alla propria vita e al cinismo di una sala indifferente e bevuta, Jodie Foster rivela quello che tutti sapevano: che lei è lesbica.

Gay, il coming out di Jodie Foster “Grazie alla donna che ho amato”

La star dal palco dei Golden Globe. Ma per gli attivisti non basta

WASHINGTON – IN ABITO da gran sera, con il premio alla carriera stretto fra le dita, la grande attrice rivela quello che tutti da anni volevano sentirle dire. La ascoltano in un silenzio improvviso che spegne il cicaleccio alcolico, attori, giornalisti, produttori, agenti, imbucati, quel mondo di narcisi e di pettegoli nei quali questa donna è costretta a vivere da 47 anni, da quando, bambina di tre anni, fu risucchiata nel gorgo dello show business, delle apparenze e delle menzogne a colori. Ma soprattutto lo dice di fronte ai propri figli, due ragazzi adolescenti di 13 e 16 anni che applaudono quella donna che è la loro mamma per sempre, lesbica o no.
«Oggi si può dire quello che ieri, cioè nell’età della pietra potevi confidare soltanto alla migliore amica e alla mamma», ha sorriso dopo avere giocato sull’equivoco della parola single, per effetto di scena, «ebbene sì, lo posso dire sono…. Single». Ma la rivelazione di questa donna, per la quale un demente chiamato John Hinckley ferì gravemente Ronald Reagan e tre suoi uomini nel 1981, non è stata una rivelazione per nessuno. Per vent’anni, la Foster aveva avuto come compagna fissa una produttrice di Hollywood, Cydney Bernard, con la quale aveva cresciuto i due bambini avuti da padri rimasti sconosciuti, e la loro unione era ben nota, come nota e dolorosa per Jodie fu la loro separazione cinque anni or sono. La Foster l’ha ringraziata indicandola come «la mia eroica partner, ex partner in amore ma sorella di spirito nella vita».
Ma il confuso, sconnesso, appassionato “confiteor” dell’attrice davanti alla platea che le aveva appena assegnato il premio “Cecil De Mille” alla carriera, e davanti ai due figli, è stata molto più del volo di una donna sopra la nebbia dei pettegolezzi e delle foto da rotocalco per guardoni in rete o su carta. Ha voluto essere la riproposizione, ad appena una settimana dal reinsediamento del primo presidente birazziale a Washington, il 20 prossimo, di quello che gli attivisti gay, e i sostenitori etero, bi, trans non importa, considerano come l’ultima grande barriera discriminatoria. Il divieto, nella maggioranza degli Stati americani e del mondo, di unioni riconosciute fra persone dello stesso sesso.
È stata probabilmente una semplice coincidenza se l’affer-mazione di questa donna vincitrice di Oscar, protagonista di grandi film come “Il Silenzio degli Innocenti”, attrice bambina da quando aveva tre anni, è arrivata mentre in grandi nazioni ancora recalcitranti, come la Francia e l’Italia, il nodo dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alle leggi matrimoniali e
del diritto di adozione tornava sullo schermo dell’attenzione collettiva.
In Francia, con il corteo, sponsorizzato dalla Chiesa Cattolica, contro il progetto di legge voluto dal presidente Hollande per matrimoni gay e adozioni, che ha portato 350 mila cittadini devoti e inorriditi a sfilare nel centro di Parigi. In Italia, con la sentenza della Cassazione che ha detto ciò che ogni ricerca scientifica, ogni studio pedagogico, ogni sondaggi rilevano regolarmente, senza ancora riuscire a spezzare i pregiudizi: che non esistono prove di danni psicologici prodotti sugli ormai moltissimi bambini adottati e allevati da coppie delle stesso genere.
Il loro sviluppo, morale, umano e materiale, il loro orientamento sessuale da adulti, non sono migliori, né peggiori, né diversi, da quelli dei figli cresciuti da coppie eterosessuali, o da genitori “single”. La qualità della loro crescita dipende dall’amore di chi li accudisce, non dal loro sesso.
Il coming out, la confessione, non sposta di nulla una controversia che sta inesorabilmente, inarrestabilmente arrivando a un punto critico di accettazione popolare. Il mondo dello spettacolo, e soprattutto della “Sodoma e Gomorra” nelle valli e nelle colline di Hollywood, è sempre stato visto dalla maggioranza degli spettatori come un universo di depravati e di anime perdute, di stelle da ammirare sullo schermo, ma da esecrare dai pulpiti. Quel 47 per cento di americani, ormai una minoranza che decresce ogni anno, ancora opposti a matrimoni e adozioni gay è formato per la stragrande maggioranza da persone profondamente e spesso fanaticamente devote. La stessa Foster, che non ha mai neppure usato la parola «lesbica» suscitando parecchia riprovazione nella comunità LGBT, la lobby di gay e trans, si è sempre proclamata «atea». La sua ammissione è stata sottile, anche se chiarissima: «Ora posso rivelarvi di avere compiuto 50 anni e di essere single». Una frase dove, per un’attrice, è forse la prima parte, piuttosto che la seconda, a essere dolorosa.
C’è anche chi la accusa di avere tardato troppo, di non essere abbastanza attiva per la causa, di essere ancora molto evasiva. Twitter è esplosi di cinguettii polemici o entusiasti, di applauso e di rimbrotto, di dubbi su un suo strano proclama di stanchezza, con quel mondo dei “glitterati”, degli uomini e delle donne che vivono nel glitter, nel luccichio della vanità e della popolarità.
Era parso che volesse segnalare il ritiro da una professione che la consuma da quasi mezzo secolo e che le tolto una vita privata nel patto faustiano della fama. Ma poi ha chiarito: resterà un’attrice, una donna, una madre. In attesa del giorno nel quale non ci sarà più bisogno per nessuno di pronunciare il nome del proprio amore.

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