Dalla rassegna stampa Cinema

«I miei otto anni di viaggio in cerca del vero Kerouac»

Salles: quei ragazzi ribelli come i manifestanti di oggi

LOS ANGELES — «Per anni ho creduto nella possibilità di una trasposizione cinematografica del libro del 1957 di Jack Kerouac On the road. Sebbene all’ultimo Festival di Cannes i giudizi siano stati contrastanti, ritengo di aver fatto un lavoro capace di conquistare anche le nuove generazioni», dice il regista Walter Salles.
Il regista brasiliano è consapevole che il suo film ha lasciato alcuni critici perplessi per la narrazione, secondo alcuni non sempre equilibrata, dei legami e delle trasgressioni anche autodistruttive tra i protagonisti. Il film, nelle nostre sale da domani con il marchio Medusa, deve ancora uscire sugli schermi Usa e a dicembre dovrà vedersela con titoli attesissimi. Dubbi erano stati espressi anche nei confronti de I diari della motocicletta, biografia del giovane Che Guevara, che si rivelò poi un successo.
Nato in Brasile nel 1956, poliglotta, Salles è da anni un autore di culto. Il suo primo film di respiro mondiale fu Central do Brasil che contese l’Oscar a La vita è bella di Benigni, seguito da Disperato aprile dal romanzo di Ismail Kadaré.
Il cinema attraversa profonde trasformazioni e fasi di assestamento. Riuscirà «On the road» a unire giovani e meno giovani?
«Sono più che convinto dell’estrema attualità dei valori e delle contraddizioni esistenziali del libro di Kerouac».
Intende dire che vede paralleli tra l’inquietudine giovanile contemporanea (se vogliamo anche tra i manifestanti a Wall Street) e i protagonisti di «On the road»?
«Sicuramente. Ad esempio: Carolyn Cassady è un personaggio femminile straordinario come lo è l’appassionata, sempre in fuga e così bisognosa di ancore Luanne Henderson, ossia la Marylou interpretata da Kristen Stewart. I protagonisti maschili esprimono verità e contraddizioni folgoranti sull’amicizia, la complicità, la solitudine di ognuno di noi, ieri come oggi».
Che cosa voleva soprattutto dare alla platea con il percorso dei ribelli di Kerouac?
«Questo viaggio non appartiene solo a Jack Kerouac ma anche ad altri scrittori come William Burroughs, Allen Ginsberg… Da quel libro, da quel periodo derivano a mio parere rivoluzioni e stili anche letterari, a esempio, il giornalismo di Hunter Thompson».
Il tema del viaggio sembra essere al centro dei suoi interessi e film. Perché?
«Trovo in esso elementi sovversivi, di crescita, di analisi sociale e di fertile malinconia, fors’anche di nostalgia. Inoltre, il viaggio può avere anche tempi ed echi musicali, come il libro di Kerouac in cui si riflettono il jazz, la musica del tempo, l’andare in cerca di immaginazioni e libertà. Ho sempre pensato che lo stile letterario di Kerouac assomigliasse alle dissonanze del jazz».
Tutto il cast ha aderito alla sua passione e identificazione con molti temi del libro?
«Assolutamente sì. Nascevano scambi continui tra Kristen Stewart e Kirsten Dunst, tra Sam Riley (Kerouac) e Garrett Hedlund (Cassady). Ogni attore mi ha aiutato a mettere a fuoco la mia narrazione».
Non ci sono nel film effetti speciali per una Hollywood famelica di iperrealismo…
«C’è la ricerca della cattura di tante anime e corpi. E dietro questo processo c’erano le mie esperienze. È stato un lungo viaggio di otto anni per me. Ora, ognuno costruirà e troverà il proprio on the road».

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