Dalla rassegna stampa Cinema

I tre film che meritano il Leone - Le stelle di Mereghetti

Il Sessantotto di «Après mai» (foto), regia di Olivier Assayas; l’eutanasia di «Bella addormentata» (Marco Bellocchio); le ragioni di Scientology raccontate da «The master» (Paul Thomas Anderson): ecco i tre film che meritano il Leone d’oro della Mostra di Venezia che oggi si chiude.

il Modello Corneau e i Giovani traditi

De Palma rifà Corneau. Passion (quinto film «americano» in concorso anche se di produzione franco-tedesca) è il remake di Crime d’amour del 2010, infarcito di tutte le sue manie e ossessioni. Le qualità o i limiti — dipende dal punto di vista — sono tutte qui, e non vale molto la pena stupirsi perché se si esclude l’«ufo» Redacted gli ultimi film del regista americano erano spesso variazioni su un unico tema e un unico genere, il thriller erotico sospeso tra realtà e menzogna. Anche qui, dove l’incontro/scontro tra la direttrice di un’agenzia internazionale di comunicazione (Rachel McAdams) e la sua più brillante creativa (Noomi Rapace) finisce in un lago di sangue: la prima viene uccisa e la seconda viene accusata dell’omicidio. Rispetto all’originale francese, De Palma (anche sceneggiatore con Natalie Carter) aggiunge una più marcata sottolineatura lesbica (specie col personaggio dell’assistente della Rapace, interpretato da Karoline Herfurth), più esplicite allusioni erotiche e gioca con più disinvoltura tra sogno e realtà, indovinando la descrizione delle lotte fratricide per la carriera ma confondendo un po’ troppo le acque nel finale. Francesca Comencini, invece, sceglie un registro rigorosamente realistico per il terzo film italiano in concorso, Un giorno speciale. È speciale per la diciannovenne Gina (l’esordiente Giulia Valentini) che spera in un deciso salto di carriera grazie all’incontro con un onorevole ma lo è anche per il coetaneo Marco (Filippo Scicchitano), l’autista che deve accompagnarla in limousine, qui al suo primo giorno di lavoro. Gli impegni del politico rimandano l’incontro e i due finiscono per passare tutta la giornata insieme, scoprendosi l’un l’altro. Chi invece rischia di non aver niente da «scoprire» è lo spettatore, accompagnato in un percorso dove tutto è troppo chiaro e sottolineato. Dalle primissime scene, dai consigli fin troppo interessati della madre e dalle confessioni fin troppo spontanee dell’autista, si capisce dove si andrà a finire: verso il ritratto di una gioventù potenzialmente spensierata e ottimistica rovinata dall’invidia degli altri, dallo strapotere del denaro e naturalmente dallo squallore della politica. Tutto sottolineato con un eccesso di didascalicità (compreso il doppio «intervento» dell’acqua purificatrice) che francamente non mi sarei aspettato da chi aveva dimostrato, per esempio con Lo spazio bianco, ben altre qualità. Viene come il dubbio che la rabbia accumulata in questi anni contro una società corrotta e una politica corruttrice abbiano finito per spingere Francesca Comencini ad usare ogni mezzo — cinema compreso — per gridare il proprio disgusto. Reazione molto comprensibile, ma non proprio l’ideale per fare un buon film.

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