Dalla rassegna stampa Cinema

Il mondo capovolto

«Cherchez Hortense» di Pascal Bonitzer L’ex critico dei «Cahiérs», sceneggiatore di Rivette, Ruiz, Téchiné, autore del Lumumba di Raoul Peck, presenta in Laguna un film che affronta le seduzioni delle (tante) identità incerte …«sono andato con gli uomini ma non sono omosessuale»…

VENEZIA
Gioiello veneziano da esportare nelle sale, si spera al più presto, Cherchez Hortense di Pascal Bonitzer, ex critico dei Cahiers , sceneggiatore (soprattutto) di Rivette, Ruiz, Téchiné, autore del Lumumba di Raoul Peck. E regista di cinque film, perlopiù a basso budget, indipendenti, originalissimi come quest’ultimo, chissà perché fuori concorso. La penna del regista francese in tandem con Agnès De Sacy, sceneggiatrice pluripremiata, vola di qua e di là tra politica e letteratura, elegante e corrosivo, aria di nouvelle vague parigina, dialoghi affilati e irresistibilmente seduttivi. Enigmi e coincidenze, sciarada linguistici e mentali («la vita assomiglia a una partita di scacchi»), labirinto che incrocia personaggi «rubati» a fotogrammi e a romanzi cult per una «storia vera», quella di Aurore, in serbo Zorica, interpretata dalla francese al 100% Isabelle Carré. Primo détour tanto per dislocare l’identità etnica in altri corpi. Le «minoranze», dice Bonitzer, non sono sempre visibili, comprese quelle sessuali per cui un austero e anziano esponente del Consiglio di Stato (Claude Rich) si può trasformare in cocotte seduto al tavolo di un ristorante giapponese e cinguettare con il sensualissimo cameriere dalla pelle d’ambra sulla bontà del gelato al tè verde. E dimenticare così il figlio, l’arruffato Damien (Jean-Pierre Bacri), professore di «mentalità asiatica», che cerca disperatamente udienza per risolvere il caso di Zorica, cameriera lavapiatti diventata «clandestina» dopo il divorzio. Quando Damien prenderà coraggio e si presenterà alla villa dell’influente uomo politico, l’Hortense del titolo, che il padre distratto e indifferente non vuol disturbare per una serbetta e servetta qualsiasi, ci troviamo in pieno Big Sleep , nella serra odorosa e umida dove si avventura Humphrey Bogart/Marlowe. Coincidenze, o casualità obiettive , «sciocchezze filosofiche» dice Bonitzer ma potenzialmente poetiche, che il regista afferra e manipola come un prestigiatore. Dietro un vetro, come un sogno appare la sconosciuta, Aurore/Zorica, motore dell’uomo codardo, spinto ad agire e ad attraversare lo specchio per ritrovarsi in un mondo capovolto. Damien saprà creare le sue grandi «coincidenze», sfuggire alla linea retta di un’arida esistenza e di un eterno complesso edipico. E di «imprevisti» (l’anima del cinema) si tratta, di deviazioni narrative surreali che tracciano zigzag sulla strada maestra di Damien, barba lunga, espressione sconfortata, marito dell’inquieta Iva (magnifica come sempre Kristin Scott Thomas) regista teatrale alle prese con un testo di Cechov e di un attor giovane e passionale, stanco della sua partner esangue. Esilaranti le prove dello spettacolo con l’attricetta impalata che si ritrae come se avesse un topo tra le gambe quando lui le bacia i piedi (è Agathe Bonitzer, la figlia del regista). Iva, fumatrice folle, tornerà a casa alle 2,30 di notte, mentre Damien sta salvando dal suicidio un vecchio amico, solitario e depresso, a cui il regista dà un tocco dostoevskiano troncando il nome russo Lobatchevski in Lobatch. Damien si ritrova in mano una pistola, sparo fuori quadro… Ma non basta, l’aspirante suicida scrive una lettera d’amore a una donna misteriosa, la Liza del romanzo di Nabokov, Pnin , dove un professore emigrato, perso e vagabondo si perde sui treni americani. Bonitzer lo segue e dissemina il film di mille trabocchetti, compreso un monologo del protagonista «copiato» dall’ Odile di Queneau sulle bellezze della Cina. Il cumulo di citazioni corre leggero in una commedia ad alto quoziente di comicità, un Jerome K. Jerome francofono. Ma dietro i godibili misteri, «francesi ancora uno sforzo…», il regista parla di un «minimo di coraggio» per superare l’era Sarkozy e i suoi abusi contro gli immigrati dai volti anonimi che per Damien assumono i lineamenti delicati di Zorica, pronta a partire per l’India e «fare un figlio», se non fosse per quell’omone disorientato… Iva ha ceduto all’attor giovane, e il genitore consigliere di Stato ha respinto ogni etichetta di genere, «sono andato con gli uomini ma non sono omosessuale». Liberi tutti, naturalmente anche di sposare giovanette serbe di cui si potrebbe fare da padre, obiettivo massimo per Damien, che dà pessima prova di sé con il figlioletto dodicenne Noé, un piccolo nerd, odioso e odiato. Pascal Bonitzer ha scelto JeanPierre Bacri per il suo eccentrico protagonista, con i suoi tic e debolezze da orso in gabbia, ma non possiamo dimenticare in una parte altrettanto bizzarra il Fabrice Luchini di Rien sur Robert (1999), insuperabile partitura surrealista su un critico che ha stroncato un film mai visto. «Non la finiremo mai con i Balcani!», il grido viene proprio da lì, feroce satira dell’intellettualità parigina, autoironia e dolcezze per i mangiatori di lumache, cosce di rana, testa di vitello in salsa all’uovo… Nessuno è perfetto.

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