Dalla rassegna stampa Cinema

Basic Instinct, scandalosa Sharon e formidabile macchina da soldi

Ma il film di Paul Verhoeven resta fondamentale per capire su che cosa si fantasticasse tra gli Ottanta e i Novanta: non solo la donna mantide disinibita, miliardaria, bisex e bilaureata, ma le Porsche a manetta, la casa sopra l’oceano mugghiante, la sciarpa di Hermès per uso sadomaso, l’amica …

A partire dal famoso incrocio di gambe della Stone il film gioca su tutte le fantasticherie di quegli anni

Ma il film di Paul Verhoeven resta fondamentale per capire su che cosa si fantasticasse tra gli Ottanta e i Novanta: non solo la donna mantide disinibita, miliardaria, bisex e bilaureata, ma le Porsche a manetta, la casa sopra l’oceano mugghiante, la sciarpa di Hermès per uso sadomaso, l’amica lesbo di lei che guarda. Una formidabile macchina da soldi, il sexy thriller sbertucciato ma da tutti imitato, perfino presentato in concorso a Cannes e insignito di due nomination all’Oscar. Al centro di tutto lei, la Sharon trentatreenne, che col tempo è diventata perfino più desiderabile ma alla quale tutti continuano a chiedere di quella scena alla centrale di polizia, del tubino bianco, delle mutandine mancanti. Pensare che in sceneggiatura la sequenza non c’era: fu improvvisata dal regista su un ricordo personale, una signora provocante ai tempi del college. Pensare che la parte sarebbe potuta andare a Geena Davis, a Demi Moore, persino a Greta Scacchi. Il ruolo di Catherine Tramell, ha poi detto Stone, le ha «tolto privacy e dato sicurezza». Un’altra volta è stata più esplicita: «Qualunque cretino con 7 dollari in tasca mi ha visto nuda davanti e dietro: ora quel cretino ha 7 dollari in meno e io qualche milione di dollari in più».

Non pretendete che vi si riassuma la trama, pasticciata com’è. Non vi riveleremo neppure la conclusione finale a scatole cinesi, perché c’è il caso che qualcuno ancora non sappia chi è l’assassino, o magari fosse uscito dal cinema troppo in fretta: allora piacevano tanto i colpi di scena finalissimi, in questo caso proprio all’ultimo secondo. C’entrano comunque un poliziotto emotivamente ammaccato, Michael Douglas di nuovo sulle strade di San Francisco, una bionda pericolosa derivata da tutte le Barbara Stanwyck e le Lana Turner del caso, di professione scrittrice di gialli, e una serie di omicidi effettuati col punteruolo: il primo appena sfumati i titoli di testa, dopo un amplesso molto ben coreografato, vittima un cantante rock in disarmo. Miliardario, va da sé, e con un Picasso in vista. C’entra anche una psicologa attaccata come una cozza all’ex amante Michael Douglas, Jeanne Tripplehorn al notevole debutto, parente stretta della persecutrice di Attrazione fatale. Più alcuni colleghi del poliziotto detto «il Giustiziere», a vari gradi di arrapamento e/o ambiguità.

Paul Verhoeven era, è, quel regista olandese un po’ greve, molto violento e molto abile nel girare scene erotiche, che a un certo punto sembrò incarnare lo Zeitgeist hollywoodiano: da Robocop a Total Recall, per arrivare qui allo zenith e a un rapido nadir con Showgirls. Ma l’anima del film è lo sceneggiatore Joe Eszterhas, ungherese d’origine, un po’ avventuriero, già coautore di F.I.S.T, Flashdance e Music Box, noto anche per una litigata memorabile con Mel Gibson. Lo pagarono una cifra spropositata: tre milioni di dollari, e sì che aveva scritto la sceneggiatura «in dieci giorni e ascoltando a palla i Rolling Stones», vendendola a un’asta tre giorni dopo.

Ma il set fu un campo di battaglia, con Eszterhas e il produttore Irwin Winkler che a un certo punto sbattono la porta, Verhoeven che ingaggia Gary Goldman autore dello script di Total Recall per rimpolpare la parte di Douglas e poi torna a Canossa dall’ungherese. Un po’ dopo l’uscita nelle sale Eszterhas si ammalò di cancro alla gola e fece autocritica sull’uso compulsivo del tabacco nel film, dicendosi «ossessionato dal fatto di aver causato la perdita di molte vite»; in effetti, una delle battute che tutti si ricordano è proprio sul tema, prima del fatale interrogatorio, tra i poliziotti e Catherine: «È proibito fumare nell’edificio». «Che volete fare, incriminarmi per fumo?». In quel 1992, soprattutto, Eszterhas risultò antipatico agli attivisti gay californiani tanto quanto Rosy Bindi ai nostri vent’anni dopo: perché tutti i personaggi negativi erano omosessuali, e anche per un certo voyeurismo compiaciuto. Fin dalle riprese, tanto erano rampanti le voci sullo script, squadre antisommossa della polizia di San Francisco dovettero pattugliare le location esterne.

Tutto sommato, quel che resta dell’aura scandalosa di Basic Instinct è l’algida perfezione delle scene di letto. Dal punto di vista tecnico, altri film erano stati più espliciti: dopotutto Douglas rifiutò il nudo frontale. Ma quelle sequenze sono rimaste da leggenda: minuziosamente disegnate su storyboard, provate e riprovate dai protagonisti («come Fred Astaire e Ginger Rogers», disse Sharon) e, siamo venuti a sapere in seguito, con l’obbligo di slippini protettivi color carne perché si era in piena epidemia Aids. Nel film, lui la definisce «la scopata del secolo»; resta da vedere quanto male o quanto bene abbia fatto all’educazione sessuale di un’intera generazione.

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