Dalla rassegna stampa Personaggi

Gore Vidal - Anticonformista e provocatorio l’eleganza dello scrittore che emancipò i gay americani

È scomparso ieri a 86 anni il celebre autore Usa Dalla politica ai romanzi, ha cambiato il Paese Molto legato ai Kennedy, ha vissuto a lungo in Italia sulla costiera amalfitana, nella casa di Ravello

Gore Vidal, lo scrittore, critico, dandy, politologo, socialite, insomma, il grande personaggio che se ne è andato ieri, nella sua casa di Los Angeles, a 86 anni ormai portati con fatica, era bello, grande, elegante, patrizio. E, sotto le sue perfette grisaglie da aristocratico americano, sotto la sua aria kennedyana e il suo chic anticonformista, era litigioso, pugnace, battagliero, pronto in ogni momento allo scontro ideologico – e qualche volta, come testimonia la sua biografia, allo scontro fisico.
Era bello davvero, Gore Vidal, il ragazzo di buona famiglia nato a West Point, l’antonomasia del patriottismo americano; cresciuto nelle buone scuole di Washington; maturato politicamente leggendo per il nonno cieco, il senatore Gore, critico feroce dell’imperialismo americano; esperto fin da piccolo dei corridoi del potere politico
e sociale; apertamente e provocatoriamente omosessuale. E ansioso e orgoglioso di dirlo.
Nello sbarco di Iwo Jima, nel 1944, aveva perso la vita a diciannove anni Jimmie Trimble, il suo amico del cuore, il compagno della sua giovinezza, “la mia altra metà”, come avrebbe scritto di lui. E il legame tra Jimmie Trimble e Gore divenne il centro di un romanzo pubblicato tra grandi difficoltà nella puritana America del 1948, che accolse La statua di sale ( The City and the Pillar) con sdegno e perplessità, con pessime e irritate recensioni: come si poteva accettare serenamente un libro, quasi un autoritratto, che era la storia di un bravo ragazzo americano di buona famiglia innamorato del suo migliore amico? «Per vent’anni e più venni regolarmente attaccato per non aver sufficientemente adorato l’altare della famiglia». I critici del New York Times, di Time e di Newsweek giurarono che non avrebbero più letto un suo libro (e mantennero la parola, per ben sette libri). Il nome di Gore Vidal sparì nell’amnesia della critica ufficiale. Il silenzio creativo che seguì, e che coincise con una lunga parentesi vissuta tra Hollywood, per scrivere Improvvisamente l’estate scorsa, Broadway, per alcune pièce di successo, e la Hollywood sul Tevere di Ben Hur, a cui Gore Vidal partecipò con idee provocatorie e leggendarie risse, fu interrotto da Il giudizio di Paride e da Messiah, ma, cosa più importante, dal trasferimento di Gore e del suo nuovo compagno Howard Austen a Roma in Largo di Torre Argentina, nella casa con la grande terrazza che ora sta sopra la libreria Feltrinelli. È stata l’atmosfera romana a suggerire a Vidal il libro su Giuliano l’apostata. È stato con Myra Breckinridge, una satira provocatoria, sarcastica, coloratissima dedicata a Christopher Isherwood, su un transessuale tanto bello da prendersi sullo schermo la faccia e il corpo di Raquel Welch, che Gore Vidal lanciò un’ulteriore provocazione al perbenismo americano. Ma i tempi erano diversi, il ’68 stava mettendo in crisi molti valori consolidati, la virilità tradizionale era stata messa in discussione per sempre, e il libro, dove fu pubblicato (in Australia era al bando) ebbe un enorme successo, divenne un film, ebbe un sequel ( Myron).
Ma negli alti e bassi di una storia letteraria che ha allineato successi e insuccessi, opere storiche e testi autobiografici (come Palinsesto e Navigando a vista), lavoro per il cinema (vedi l’incasinato e massacrato Caligoladi Tinto Brass) e comparsate di lusso (interpretando se stesso per Fellini, in Roma), le cose più solide che Gore Vidal ci ha lasciato sono i sette volumi che compongono le Narratives of the Empire, il ciclo di sette romanzi che percorrono la storia o la controstoria americana, dall’Ottocento di Burr alla seconda guerra mondiale di L’età dell’oro, dove si mescolano la storia con la “S” maiuscola e le storie dei personaggi, una documentazione minuziosa e una fantasia sfrenata, in un affascinante, ricco, complesso sistema narrativo pensato per rispondere a quella che Vidal chiamava l’amnesia degli Stati Uniti – anzi, gli United States of Amnesia, come recita il sottotitolo di Imperial America.
Da Largo di Torre Argentina, spettacolare casa di Ravello, La Rondinaia, che acquistò nel 1972, e dove si rifugiò con Howard Austen, Gore Vidal continuava intanto la sua battaglie di polemista senza peli sulla lingua, i suoi interventi a volte brutali nella politica del suo paese. Se in passato non aveva avuto esitazioni a criticare un mito come Roosevelt e ad attribuire a Truman inquietanti manovre politiche, all’epoca dei Kennedy, con cui era imparentato alla lontana, che sostenne ma attaccò con la stessa franchezza riservata ai nemici politici (e con gli stessi maliziosi apprezzamenti fisici che riservava ai suoi amici gay) Vidal si era candidato al Senato, e aveva preso una valanga di voti, pur senza vincere. Ronald Reagan com’è ovvio non gli piacque. Si è detto pentito di aver sostenuto Obama. Si è battuto contro la condanna a morte di Timothy McVeigh, il responsabile del massacro di Oklahoma City, «una fine barbara, decretata da una legge barbara in un paese barbaro». Di Bush junior la cosa più gentile che scrisse era che lui, con Rumdi sfeld, come Cheney, erano “oil-Pentagon men”, petrolieri manovrati dal Pentagono, e che avevano usato la tragedia delle Torri Gemelle per una loro personale agenda contro l’Afghanistan. Sul fronte privato, come uno che ha attraversato da protagonista il secolo scorso, in Palinsesto (pubblicato in Italia come la maggior parte dei suoi libri da Fazi) fa i condalla ti con tutti, rievoca le risse e le scazzottate con Norman Mailer, lo snobismo di Truman Capote, l’ambizione di Jacqueline Kennedy, la nascosta omosessualità (quasi) tutti, da Paul Bowles a Allen Ginsberg (che però voleva “guarire”), da Cocteau a Kerouac, con cui Vidal racconta di aver avuto un rapido affaire.
Intanto, nel 2005, Howard Austen è morto. La Rondinaia è stata venduta. E Gore Vidal è tornato a Los Angeles. Ora se ne è andato. Lo aspetta una tomba accanto al suo compagno, e, ci auguriamo, il ricordo grato degli United States of Amnesia.

—————-

SCANDALI E MITI DA CAMELOT A BEN HUR

Lavorò anche per il cinema, tra sceneggiature e camei

ANTONIO MONDA

Il vero nome di Gore Vidal era Eugene Luther Vidal Jr. Lo stesso del padre, un militare con tre grandi passioni: le donne (ebbe un’intensa storia d’amore con l’aviatrice Amelia Earhart), lo sport (partecipò a due Olimpiadi, arrivando settimo nel decathlon) e il proprio paese. Dello spirito americano Eugene Luther Vidal Sr. Possedeva l’energia e la capacità imprenditoriale, e tra i risultati di cui andava maggiormente fiero c’era quello di aver fondato due linee ferroviarie e tre aeree. Fu molto orgoglioso quando il figlio nacque a West Point, sede della più famosa accademia militare americana, e soffrì quando venne a conoscenza della sua omosessualità e della decisione di adottare il nome con cui sarebbe diventato famoso, in onore del nonno materno Thomas Gore, senatore democratico dell’Oklahoma e capostipite della famiglia di cui fa parte anche Al Gore. Per comprendere i gusti, l’approccio culturale, le conoscenze di altissimo livello, il gusto della provocazione e l’irrefrenabile snobismo di Gore Vidal, è necessario partire proprio da queste sue origini, e in particolare dal rapporto con la famiglia della madre Nina Gore, attrice con grandi ambizioni sociali, che ebbe una tormentata storia d’amore con Clark Gable. Dopo aver divorziato dal padre dello scrittore, Nina sposò Hugh Auchincloss, potente finanziere, il quale, grazie a un successivo matrimonio, divenne il padrino di Jacqueline Bouvier, la futura moglie di John Fitzgerald Kennedy. Una parentela che ebbe un ruolo importante per Vidal: si deve anche a lui se nacque il mito della Camelot americana.
Orgoglioso delle ascendenze patrizie, Vidal passò l’infanzia a Washington, e capì che avrebbe alternato con uguale interesse le frequentazioni della politica con quelle della cultura e dello spettacolo. Un ruolo fondamentale lo svolse il nonno senatore, un carismatico isolazionista che ne forgiò le idee politiche e gli spiegò l’importanza della cultura storica: l’origine della sua formazione si deve al fatto che il nonno, anziano e cieco, chiedeva al nipote di rileggergli i classici. Sin da quegli anni ebbe il privilegio di trovarsi nel sancta sanctorum del potere politico e mediatico, nei confronti del quale provò un misto di attrazione e repulsione. Ebbe anche amori eterosessuali, come quello con l’attrice Dyana Lynn, dalla quale dichiarò di poter esser il padre della figlia, e con Joanne Woodward, prima che lei diventasse la moglie di Paul Newman. Smentì invece la relazione con Anaïs Nin, della quale quest’ultima scrisse nella propria autobiografia. La sessualità ha rappresentato un argomento centrale della sua produzione a partire da La statua di sale. Il tema venne ripreso anni dopo nel saggio Sexually Speaking, nel quale attaccava la morale sessuale giudaico-cristiana, e sosteneva che chiunque è potenzialmente bisessuale. Pochi anni dopo La statua di sale, cominciò a scrivere gialli con lo pseudonimo di Edgar Box e, quindi, con il proprio nome, testi teatrali, ottenendo un notevole successo con The Best Man e Visit to a Small Planet. Hollywood si accorse del suo talento e venne messo sotto contratto dalla Mgm. Uno dei lavori più importanti fu la revisione della sceneggiatura di Ben Hur, nella quale aggiunse una scena dall’evidente sottinteso omosessuale per chiarire il rapporto tra il protagonista e Messala. Il tutto all’insaputa della star Charlton Heston, il quale, furibondo, minimizzò in seguito il ruolo creativo di Vidal. Il cinema rappresentò un’esperienza che non lo lasciò mai del tutto soddisfatto, e sono molti i film dei quali elaborò, a volte senza firmare, la sceneggiatura. Tra questi Caligola, Il siciliano, Dimenticare Palermoe Improvvisamente l’estate scorsa, per il quale cercò di convincere Mankiewicz a scritturare Bette Davis anziché Katharine Hepburn. Si riavvicinò solo negli ultimi anni a un’arte che considerava minore, facendo qualche cameo in film di qualità come Gattaca.
È stato un appassionato lettore di narrativa e si deve principalmente a lui la popolarità americana di Italo Calvino, che fece conoscere negli Stati Uniti con un saggio pieno di ammirazione. Ebbe invece un rapporto conflittuale con Tennessee Williams, e soprattutto con Truman Capote, dal quale lo divideva la visione politica ed estetica del mondo.
Si candidò senza successo per il congresso nel 1960 e come governatore della California nel 1982. Rimase democratico, ma senza illusioni: all’epoca della campagna che portò alla presidenza Obama appoggiò il radicale Denis Kucinich e scrisse che «in America esiste solo un partito, quello della “Proprietà”, con due ali destre: i Repubblicani e i Democratici. I primi sono un po’ più stupidi, rigidi e indottrinati nel capitalismo selvaggio, mentre i secondi sono più carini, presentabili, ma anche più corrotti».

———————-

GORE VIDAL, MEMORIE DI UN’AMICIZIA A RAVELLO

DOMENICO DE MASI

La mia amicizia con Gore, ammesso che Gore abbia mai avuto amici nella sua vita, iniziò grazie alla presentazione di Lella Barbaro e si consolidò via via per il fatto di essere lui e io due “intellettuali” confinanti, che avevano scelto un luogo fuori dal mondo per studiare e scrivere. Chi era Gore Vidal? Insieme a Jorge Luis Borges è stato uno dei più grandi scrittori del Novecento non insigniti del premio Nobel. Spero che, di questa omissione, l’accademia svedese si penta amaramente. Ricordo che ne parlammo la sera del 1976 in cui il riconoscimento fu assegnato a Saul Bellow, altro scrittore americano di razza, ma certamente meno incisivo e completo di Gore. Esagerando, gli ricordai che anche Tolstoi non ricevette mai il Nobel e che nel 1903 gli fu addirittura preferito Henryk Sienkiewicz, l’autore di “Quo vadis?”. Terminammo la serata ridendo, e lui ci aggiunse la sua solita sbronza. Gore Vidal era nato in una famiglia ricca e snob di Washington: suo nonno era un potente uomo politico amico di Roosevelt, fin da piccolo aveva frequentato il migliore jet set internazionale, Jacqueline Kennedy era sua cuginastra, il premio Nobel Al Gore è suo cugino. Il successo gli arrise già a venti anni con il suo primo libro, in cui denunziava la propria omosessualità. Forse lo scandalo fu inferiore a quello che Gore si aspettava, ma da quel momento in poi il suo rapporto con la madre divenne così turbolento da finire persino in tribunale per questioni di eredità.
Cominciò da allora una vita a due corsie. Lunghi periodi di isolamento a Guatemala City prima e a Ravello poi, intercalati da incursioni in tutto il mondo per presentare i suoi capolavori, girare film, partecipare a dibattiti con gli intellettuali più prestigiosi e intolleranti. Gore era un ribelle élitario. Guardava il mondo con cinismo tagliente, distaccata superiorità, ironia autodistruttiva. Un giorno eravamo seduti al bar con il famoso giornalista brasiliano Roberto d’Avila, quando un corteo matrimoniale applaudì la sposa che usciva dal duomo e Gore ci disse: «Ogni volta che sento applausi, credo che siano per me». Ma poi, sentendosi ormai vecchio, aggiunse: «Ora gli americani vengono in Campania per visitare due ruderi: Pompei e Gore Vidal».
L’inglese si prestava bene alla sua proverbiale ironia al vetriolo. Dopo trenta anni di vita in Italia non sapeva l’italiano. Gli chiesi come mai; mi rispose che non amava la nostra lingua perché era tortuosa come un serpente, mentre l’inglese era dritto come una freccia. Gore era un combattente di grandi guerre, che evitava accortamente le battaglie di medio raggio. Io invece mi dedicavo molto alle attività sociali di Ravello e lui mi ripeteva di non perdere tempo con l’assessorato alla cultura, ma di fare cultura studiando e scrivendo. Per convincermi, insieme al suo editore Fazi, mi chiese di scrivergli la prefazione all’edizione italiana di “Giuliano”, forse il suo romanzo più bello. Credo che io sia l’unica persona al mondo cui abbia chiesto qualcosa del genere: era troppo orgoglioso per sentire il bisogno di prefazioni, e aveva ragione. Accettai al patto che fosse una post-fazione, meno presuntuosa da parte mia. Chiacchierando, il discorso cadde sulla biografia di un altro celebre imperatore romano, “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar. Gore tagliò corto dicendo che l’Adriano della Yourcenar era come una statua di gesso, mentre il Giuliano di Vidal era una statua di marmo.
Gore Vidal muore in un momento di profonda crisi di quell’impero americano di cui lui ha sempre svelato coraggiosamente le magagne. Per capire questa crisi, per prevederne gli esiti, niente è più lucido e spietato della sconfinata produzione letteraria, saggistica, teatrale, cinematografica, televisiva di uno degli intellettuali più straordinari del nostro tempo.
È bello pensare che la Campania, con il suo clima e i suoi panorami, abbia avuto qualche merito nell’ispirazione di questi capolavori.

Visualizza contenuti correlati


Condividi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.