Dalla rassegna stampa Cinema

CANNES «On the Road» di citazioni Più beat è «Holy Motors»

Versione didascalica del romanzo-cult, favola di auto parlanti con Kylie Minogue
Salles intimorito dal libro di Kerouac, più intrigante la metafora di Carax Tutti in piedi per applaudire Bernardo Bertolucci con «Io e te» fuori gara

A Sam Riley, Kristen Stewart e Garrett Hedlund in una scena di On the Road, in concorso a Cannes
Ugo Brusaporco

CANNES Standing ovation in sala per Bernardo Bertolucci alla premiére del suo film, Io e te, fuori concorso al festival di Cannes. Il regista di Parma, 71 anni e un nuovo film a nove anni dall’ultimo, The dreamers, ha ricacciato indietro a forza la commozione. Sceso dalla sua auto speciale, ha percorso sulla sedia a rotelle parte del tappeto rosso, poi è con gli ascensori. Nel foyer della sala ad attenderlo i suoi attori, Tea Falco e Jacopo Olmo Antinori. «Per me è stato un ritorno alla vita», ha detto il regista, costretto da anni sulla sedia a rotelle. «Dopo gli ultimi 10 anni trascorsi in una specie di torpore, mi sono svegliato nel momento in cui ho accettato di essere diversamente abile. Non è che nel momento in cui lo accetti tutto diventa facile e chiaro, però torni a vivere». Il film, fuori concorso, è tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti e interpretato, tutto in una claustrofobica cantina-rifugio dal mondo, da due fratellastri, i giovani Jacopo Olmo Antinori (Lorenzo) e Tea Falco (Olivia) che si confrontano con i risvolti più problematici dell’adolescenza fino a sfiorare l’amore. In concorso due film che raccontano la follia del vivere, Holy Motors di Leos Carax e On the Road di Walter Salles, dal libro di Jack Kerouac che fece la storia della beat generation. Walter Salles adombra i giovani destini di Neal Cassady nella figura, diventata leggendaria, di Dean Moriarty, di Allen Ginsberg come Carlo Marx, dello stesso Kerouac come Sal Paradise , William S. Burrough’s come Old Bull Lee Junkie, di se stesso come Sam Riley, e delle ragazze che mischiarono ai loro destini i propri, come LuAnne Hendersono, che a quindici anni sposò Cassady, che nel romanzo diventa Marylou, e Carolyn Cassady, che diventa Camille. Salles si ferma di fronte a un monumento e riesce a fotografarlo appena: la poesia non può essere ridotta alla citazione di due righe. Per fortuna, nonostante questo film, la poesia della beat generation vive ancora. Nel cast meglio il Moriarty di Garrett Hedlund che il Paradise di Sam Riley, ma in generale molto meglio le donne, con una intensa Kirsten Dunst che dà pathos alla figura di Camille e Kristen Stewart che colora Marylou. LEOS CARAX con Holy Motors è al suo quinto lungometraggio in trent’anni; l’ultimo era stato Pola X, presentato proprio a Cannes nel 1999. Crede ancora nel cinema capace di stupire. Di fronte a Holy Motors lo spettatore resta sorpreso dall’esplosione di un linguaggio cinematografico che disattende le regole, che provoca, che provoca, che sfida il pensiero. Aiutato da un protagonista superlativo, Dennis Lavant, il regista porta sullo schermo una favola fantastica, basti dire che Levant recita nove ruoli: monsieur Oscar, il banchiere; la megera mendicante; lo specialista di Motion Capture; monsieur Merde, il padre; il fisarmonicista; il killer; la vittima; il vecchio morente; l’uomo nella sua casa. Un campionario di personaggi che il protagonista incarna per lavoro, egli infatti è pagato come se qualcuno registrasse dal vivo le sue trasformazioni e azioni, e per questo riceve uno stipendio. In questo gioco di variazioni estreme sull’interpretazione della vita, il regista semina inquietanti interrogativi, primo fra tutti su quanto sia importante la verità e come invece abbiamo imparato a confonderla con la veridicità, e, non secondo, quanto ci sia chiaro il nostro vivere, il nostro appartenere al genere umano. Proprio nel finale del film, quando il protagonista torna a casa, ad aspettarlo sono una scimmia e uno scimmiotto, sua moglie e suo figlio, come se il tempo avesse confuso le generazioni, risalendo fino agli albori dell’evoluzione. C’è la clowneria ardita nel film e un colmo di malinconia che si spande dicendo della fine dell’uomo, del suo morire, dell’amore che si ritrova e si allontana, dello scempio del nostro tempo raccontato con incredibile lucidità usando quel simbolo che sono i grandi magazzini La Samaritane, simbolo del trionfo della borghesia parigina: aperti nel 1869 furono chiusi per ragioni di sicurezza nel 2005, e ora sono terreno di conquista dell’alta finanza. Prendendoli come set, Carax ha voluto segnalare questo cambiamento sociale e culturale, dal commercio — che comunque favoriva l’industria, il lavoro, lo sviluppo — al trionfo della finanza. Quegli spazi serviranno alla speculazione che non porta lavoro né sviluppo. Holy Motors è una favola dove le auto parlano, gli uomini resuscitano e tanto altro ancora, il protagonista è come una contemporaneo Alice nel paese delle meraviglie, incapace di stupirsi, come tutti, immersi come siamo nella fatica di dimenticare di vivere e di sognare. Tra gli interpreti Eva Mendes e una bravissima Kylie Minogue.

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