Dalla rassegna stampa Cinema

Cavani: il mio terzo Francesco

«Da laica mi sono ritrovata cattocomunista Tra gli attori ideali scelgo Rourke e Rampling»

ROMA — Liliana Cavani, lei riceverà giovedì prossimo il David di Donatello alla carriera. Domanda ovvia: emozioni forti?
«Non saprei. Non sono abituata a certi riconoscimenti. Mi piace che venga da colleghi del cinema, da Gian Luigi Rondi».
Difficile incasellare il suo cinema, ogni pellicola ha una sua propria storia e identità. Etichettarlo è complesso. Ed è complicato definire anche la sua posizione politica…
«Etichettare mi pare antimoderno. Le cose cambiano continuamente. Il bisogno di “bollare” rileva uno stato di cose poco democratico. Vengo da un’educazione familiare laica e mi sono ritrovata come una cattocomunista. Figuriamoci. Mi “somiglia” il titolo del libro che ha scritto su di me Francesca Brignoli per “Le Mani”: Cavani, Ogni possibile viaggio. Un saggio dell’Università di Princeton ha scelto il titolo Lo sguardo e il labirinto. Anche lì mi riconosco».
Parliamo di futuro. Di progetti. Di cosa si sta occupando?
«Sto inseguendo un terzo “Francesco”. Le intenzioni sono sempre magmatiche poi si fa chiarezza. Non è un’ossessione ma una autentica necessità intellettuale per la centralità di quell’uomo. Per l’originalità e la modernità del suo talento».
Prima il “Francesco” del 1966, poi quello del 1989. E ora?
«Adesso mi interessano almeno due aspetti. Il suo concetto di fraternitas: lo realizza come un filosofo. E la sua povertà, tema così attuale nei nostri difficili giorni, diventa uno strumento di libertà. In un’era come la nostra, piena di incertezze, ho ripensato a lui che attirava tutti. Poi c’è il Francesco antesignano del dialogo tra religioni. Ho seguito molto gli scritti del cardinal Martini su questo tema. Ho volutamente parlato di talento perché, nel rapporto con Dio, è più necessario della teologia. Perciò Francesco mi ricorda Mozart: talento, libertà, generosità».
A proposito di fede, il suo «Galileo» non è mai stato trasmesso dalla Rai. Un caso davvero unico.
«Mai trasmesso. Venne prodotto nel 1968 proprio dalla Rai, da Leo Pescarolo e da Rizzoli che voleva distribuirlo. Ma non lo vide nessuno. Mimmo Scarano arrivò a Raiuno nel 1976, dopo la riforma, e mi telefonò: “Liliana, vorrei trasmettere il tuo “Galileo” ma è sparito tutto. I documenti legali, la copia”. La difficoltà penso fosse legata all’immagine della Chiesa di quel tempo che nel film appare oscurantista, com’era. Per dire come le cose poi cambiano, recentemente ho letto un magnifico saggio di Benedetto XVI sul “grande Galileo”: gli attribuisce il merito di aver usato il linguaggio della matematica “che è quello di Dio creatore”. Parole dell’attuale Pontefice…».
Lei tra il 1961 e il 1966 realizzò molti documentari per la Rai: da «Storia del Terzo Reich» a «L’Età di Stalin» a «La donna nella Resistenza». Che peso hanno avuto nei suoi film?
«Un gran peso. Mi laureai in Lettere antiche, sapevo tutto su Alcibiade, nulla sul XX secolo. Studiai ore di filmati. Per “La donna nella Resistenza” intervistai una partigiana ex internata a Dachau: ogni anno passava dieci giorni di ferie lì per capire. Un obbligo interiore, un legame profondo. Lì affondano le radici di Portiere di notte. Sul film dedicato al Terzo Reich ricordo che andò in onda su Raidue, nel 1961 era il secondo programma culturale. La Rai avrebbe voluto ripeterlo su Raiuno per un pubblico più vasto. L’ambasciata tedesca fece sapere che non gradiva. Addio Raiuno».
A proposito: quali sono stati gli attori che ha più amato?
«Proprio Charlotte Rampling, dotata di una sensibilità tale che le impediva di ripetere due volte una stessa scena troppo intensa. Il magnifico Dirk Bogarde, che si divertiva sempre sul set anche quando non lavorava. Burt Lancaster, un amico dolcissimo. E Mickey Rourke, quanto di più lontano dallo stereotipo: in realtà un prodotto raffinato dell’Actors studio, dove per anni ha poi insegnato con dedizione».
Lei è stata consigliera Rai dal 1996 al 1998 sotto la presidenza di Enzo Siciliano. Come vede la Rai di oggi?
«Leggo liste di tagli al prodotto e trasecolo: è come se in una fabbrica di biscotti si riducessero le risorse per farli. Mi pare incredibile che non si punti su una enorme industria culturale davvero strategica per il nostro futuro, cioè cinema e tv, con un indotto da 230 mila addetti. Noi non siamo la Germania, non abbiamo una grande industria manufatturiera. E non si tratta solo di “produrre cultura”. Come dimostra la strategia degli Stati Uniti, qui parliamo di una industria. Per di più legatissima alla nostra tradizione artigianale. Insomma, manovre fatte solo di tagli sono un grave errore».
Un premio alla carriera obbliga a un bilancio. Soddisfatta del suo cammino, del suo lavoro?
«Non mi sono mai posta questa domanda. Non lo so davvero…».

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