Dalla rassegna stampa Personaggi

PASOLINI - Novant´anni fa, il 5 marzo, la nascita a Bologna. Che così lo ricorda

“Consumista e comunista”, “fascista e illuminata”, “curiosa e navigata”, “che non dimentica e non ha memoria”: eppure qui ebbe la sua formazione e questo rimase sempre un mondo a parte

In questa città Pasolini visse gli anni più intensi della formazione: il liceo Galvani, l´Università, i circoli studenteschi. Bologna fascista e illuminata? Un´altra contraddizione, che Pasolini visse da teenager affamato di cultura e folgorato dalle lezioni di storia dell´arte di Longhi, dai libri rovistati al Portico della Morte, dai sogni di poesia fatti con compagni come Roversi o Leonetti.
Da quella Bologna fuggì sotto i bombardamenti per rifugiarsi nella materna Casarsa, dove scoprì una parlata da trasformare in Lingua e una gioventù da esaltare con l´agognata-temuta omosessualità. Casarsa, Roma, e poi altri luoghi, altri confini e sconfinamenti, verso l´Africa “unica alternativa” e verso quel terzo mondo che Pasolini sovrappose ai luoghi e ai volti della sua Italia. Di quasi tutta l´Italia.
Perché Bologna rimase sempre un mondo a parte. A Casarsa il cuore, a Roma il sesso, e la testa forse a Bologna. Dove tornò raramente: per fondare la rivista “Officina” negli anni ‘50. Per girare le scene di “Edipo re” in cui il cieco poeta veggente suona il flauto in piazza Maggiore, nell´indifferenza di una città gaudente. O per le riprese del suo ultimo film “Salò”, quando Fabio Mauri lo coinvolse in una performance: la proiezione del “Vangelo secondo Matteo” sul suo corpo, alla Galleria d´Arte Moderna. Lui lì, immobile, col volto di Cristo sul suo petto, e i visitatori che osservano e poi tirano dritto: Bologna curiosa e navigata, come quella che oggi frequenta ogni evento sfizioso e mondano con la sensazione di aver già visto tutto o di averlo già capito.
Bologna che non dimentica e che non ha memoria. Che a volte sa rendere omaggio a quel poeta-regista-drammaturgo-intellettuale che già mezzo secolo fa prefigurava l´omologazione borghese in cui oggi siamo immersi: “non ho più speranza”, diceva, pochi giorni prima di essere ammazzato, a un altro bolognese curioso e navigato come Enzo Biagi, che non capiva quelle parole.
E Bologna che domani, nel novantesimo anniversario della nascita, gli intitola il cortile del Lumière, ma nel suo quotidiano lo ignora, paralizzata dallo snobismo e dal complesso di superiorità. Eppure continuare a interrogare Pasolini è oggi più che utile: è necessario. Lo capì subito un´altra bolognese scappata da questa città, Laura Betti: fu lei a volere pervicacemente che la memoria non scomparisse, e anzi si trasformasse in altro pensiero. E fu lei a voler far ritornare proprio qui le “ceneri” ideali di quel bolognese per caso, cioè quel monumento che lei stessa aveva costruito raccogliendo materiali e documenti: l´Archivio Pasolini che ora è uno dei fiori all´occhiello della Cineteca e della neonata Fondazione. In una città consumista e non più comunista, che forse oggi Pasolini non capirebbe più.
(L´autore ha scritto i libri “Pasolini, un´idea di teatro” e “I teatri di Pasolini”)

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