Dalla rassegna stampa Cinema

Frears: i noir sono la mia passione

«Racconto le memorie di una giovane americana coinvolta in una storia di gangster»

COURMAYEUR – Uscirà il prossimo anno il nuovo film di Stephen Frears. Il regista inglese, arrivato a Courmayeur per concludere l’omaggio che gli ha dedicato il Noir festival, ha raccontato che sta girando negli Usa «le memorie di una giovane americana, che va a Las Vegas per fare la barista e si trova coinvolta in una storia di gangster». Ancora un noir perché «sono la mia passione e un poco di nero, di mistero e suspense cerco di metterlo in tutti i miei film, ogni volta che posso, come accadde persino con le mie “Relazioni pericolose”».
Frears parla al pubblico e risponde in modo ironico, come non prendendosi troppo sul serio. È reduce dall’aver ricevuto una settimana fa il premio alla carriera degli Efa a Berlino e appaiono d’attualità le sue dichiarazioni: «Non sono proprio sicuro che l’Inghilterra faccia parte dell’Europa. Il dibattito è aperto e abbiamo sentimenti contrastanti in proposito», ha detto, ricordando anche la fondazione dell’European Film Academy, cui era presente. E aggiunge: «la cosa importante però è continuare a sostenere il cinema europeo. Cosa in cui sono impegnato da sempre».
Settanta anni compiuti a giugno, ricorda i suoi esordi e il film che gli dette notorietà e il Courmayeur Noir in Festival lo ha festeggiato, scegliendo il suo lato noir e partendo da due film meno visti, l’esordio con “Gumshoe” del 1972 e “Fail safe” del 2000, oltre a “The Hit” (1984), “The Grifters” (1990), “Mary Reilly” (1996) e “Dirty Pretty Things” (2002). «Quando Neville Smith mi mostrò la sceneggiatura di “Gumshoe” ero senza lavoro e la comprai ancor prima di proporre ad Albert Finney la parte del protagonista – racconta -. In “Gumshoe” c’è l’immaginario di due uomini che si sono nutriti di cinema americano, pur essendo un film molto britannico su un personaggio che tenta di vivere una vita normale a Liverpool, di cui ci interessavano le atmosfere, più della storia».
Poi, nel 1986, arriva il successo con un film crudo e diretto sui temi dell’integrazione e del mondo gay, “My Beautiful Laundrette”. «Questo film e “Dirty Pretty Things” sono ambientati in una Londra poco conosciuta, degradata. Nel primo, dal racconto omonimo di Kureishi, la comunità pakistana viene presentata come una comunità vivace, allegra, sexy. Il secondo è un thriller forte: ci sono scene, come la scoperta in un bagno di un cuore umano, che mi hanno spaventato quando le ho lette, ma l’approccio era ironico e decisamente contemporaneo».
Per Frears sono due film «che presentano la classe media di oggi, un po’ come faceva Dickens ai suoi tempi». Il riferimento arriva perchè il 2012 sarà l’anno del bicentenario della nascita del grande scrittore inglese: «le sue opere, il suo lavoro sono al centro ora di un grande evento mediatico, che ha già preso il via con tanti titoli sui giornali, mentre ci sono produttori che vogliono fare film su di lui. Io personalmente, a questo punto, mi sono già annoiato».
A proposito di “Fail safe”, remake di un famoso film di Sidney Lumet anni ’60, racconta invece che la proposta gli venne da una tv Usa: «Si trattava di una vera e propria sfida, perché ho girato tutto in presa diretta con diciotto telecamere, ma me l’aveva chiesto George Clooney e io non sono uno che evita gli ostacoli e le difficoltà. Certo è stata un’impresa folle girare tutto dal vivo e forse qualche rischio avrei potuto evitarlo».
Il regista ha poi concluso tornando all’attualità, a questo momento di crisi mondiale, sottolineando come quello che è successo nell’ultimo anno sia «un po’ come la rivoluzione francese e ci vorrà molto tempo prima di assorbirne tutte le novità. Forse, tra qualche anno, qualcuno farà un film su questo periodo e tutti cambiamenti che ha provocato, su tutte le contraddizioni che ha reso evidenti. Certo è che oggi, a cominciare da Obama, che è paralizzato dalla destra, nessuno riesce a risolvere i problemi che abbiamo davanti».

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