Dalla rassegna stampa Personaggi

Quella Messa per Pasolini e l'Equivoco della Conversione

Pasolini senza pace. Sono trascorsi trentasei anni dalla sua tragica fine su uno sterrato di Ostia, eppure la figura dello scrittore non sembra ancora congedars…

Pasolini senza pace. Sono trascorsi trentasei anni dalla sua tragica fine su uno sterrato di Ostia, eppure la figura dello scrittore non sembra ancora congedarsi dai clamori della cronaca per comporsi nel distacco della storia. Di vedove Pasolini ne ha sempre avute e da subito sulla sua eredità si accanirono in molti. Ora gli tocca perfino una messa, in occasione del convegno su «Pasolini e il sacro», organizzata a Casarsa il prossimo 19 novembre e celebrata da padre Virgilio Fantuzzi, il critico cinematografico di «Civiltà cattolica». D’altronde è stato lo stesso Pasolini a incoraggiare molti equivoci, rilanciando la figura dello scrittore come comédien et martyr.
La tendenza a proporsi come un homo patiens è rintracciabile in Pasolini fino dagli inizi. Non c’è forse un rapporto fra il Cristo fanciullo impudicamente esposto sulla croce nelle blasfeme poesie dell’Usignolo della Chiesa cattolica e il polemista civile che ostenta e sconta pubblicamente la propria omosessualità? Tutta la sua opera gronda di categorie religiose, usate con deliberata disinvoltura. Intitola una raccolta poetica La religione del mio tempo, gira La ricotta e Il Vangelo secondo Matteo, in Teorema un giovane dio sconvolge una famiglia borghese, progetta perfino un film su San Paolo. Ma il Vaticano censura i suoi film, La ricotta gli costa una denuncia per vilipendio della religione e nuovi guai gli procurerà Teorema.
Ma cos’è il sacro per Pasolini? È una categoria premorale: sacri sono rousseauianamente i diritti della creatura. I ragazzi di vita compiono atrocità, cui basta a riscattarli la loro condizione creaturale. In Accattone un giovane ladro e magnaccia può morire sulle note della Passione secondo Matteo. Nel suo antimodernismo, al disincanto del capitalismo, opponeva la sacralità della «meglio gioventù», della civiltà contadina e delle plebi del Terzo mondo.
In un’opera segnata da un fondo ossessivo, la sacralità fu per lui una metafora per rivendicare i diritti di una diversità sessuale, che ostentò sempre con impudicizia. «Gettare il proprio corpo nella lotta». E la lotta era un’esperienza di riconsacrazione sacrificale dopo gli incontri mercenari con i ragazzi di vita. Per questo in lui militanza significa subito martirio: un Cristo esposto, che attraverso la vocazione pedagogico-socratica cerca il riscatto dal proprio peccato.
Tuttavia non si dovrebbe scordare che di tutto questo parliamo perché è diventato parole e immagini di una delle più folgoranti avventure creative del secondo Novecento. Tornare a quelle parole e immagini, misurarsi con l’opera invece che con la fallacia della biografia, può essere il modo più serio per onorare quel suo doloroso sacro.

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