Dalla rassegna stampa Salute

AIDS: Una strategia «combinata» contro l’epidemia. Le terapie migliorano ma il contagio continua.

Ottimismo dal congresso dall’International Aids Society, co-presieduto da Stefano Vella dell’Istituto Superiore di Sanità e appena conclusosi a Roma, per il futuro dei malati, almeno alle nostre latitudini.

Chi ha visto il film Philadelphia si ricorderà di Tom Hanks, avvocato, gay e malato di Aids, e di quelle macchie sulla sua pelle, che lui non riusciva a nascondere, segno inequivocabile del sarcoma di Kaposi. Poi sono arrivati i malati della seconda era, quella che ha toccato tossicodipendenti, eterosessuali, bambini ed emofilici: volti scarniti e occhi infossati, gambe rinsecchite e schiena curva; anche loro destinati a morire. Chi guarda oggi un sieropositivo, curato con i farmaci, non troverebbe niente di particolare nel suo aspetto fisico. Nemmeno quegli strani cuscinetti di grasso che erano l’effetto collaterale dei primi medicinali. Nel 1980, chi si ammalava di Aids, poteva sperare di vivere sei o sette mesi. Ora, un ventenne che si infetta, se ben trattato, può invecchiare con l’Hiv e arrivare fino a settanta, un’età paragonabile, anche se non proprio uguale, alla media della popolazione italiana, ma con un po’ di problemi, perché il virus stesso fa invecchiare e perché i farmaci non sono acqua fresca. Dopo trent’anni dalla comparsa della malattia, le terapie hanno fatto passi da gigante, un po’ meno la prevenzione, se ancora oggi in Italia si contagiano quattromila persone all’anno. Ottimismo, dunque, dal congresso dall’International Aids Society, co-presieduto da Stefano Vella dell’Istituto Superiore di Sanità e appena conclusosi a Roma, per il futuro dei malati, almeno alle nostre latitudini e longitudini (diverso è il discorso dei Paesi in sviluppo. I pazienti, però, non sono tutti uguali. Ci sono quelli più giovani e quelli più anziani (fra i quali sono aumentati i contagi, dicono, per l’effetto Viagra), quelli che hanno cominciato presto la terapia e in buone condizioni di salute e quelli che invece sono arrivati alla diagnosi già ammalati di Aids (sono circa il 40 per cento e qui la cura è più difficile), ci sono poi le donne, che vogliono una gravidanza o che stanno arrivando alla menopausa. «Oggi abbiamo a disposizione più di una ventina di farmaci (alcuni in associazione) che interferiscono con la replicazione del virus e ci permettono terapie differenziate nei diversi pazienti» commenta Giuliano Rizzardini dell’Ospedale Sacco di Milano. Le categorie di farmaci sono quattro (cinque se si separano i nucleosidici dai non nucleosidici): dai classici inibitori degli enzimi (trascrittasi inversa e proteasi, indispensabili alla riproduzione del virus, fra cui il primo, l’Azt, e gli anti-proteasi, quelli che hanno rivoluzionato la terapia nel 1996), ai più nuovi inibitori dell’entrata del virus fino all’ultimissima classe, quella degli inibitori dell’integrasi (il primo sarà il raltegravir). «L’infezione da Hiv— sottolinea Giovanni Di Perri dell’Università di Torino— è l’unica malattia infettiva che richiede una terapia a vita. E così si possono presentare, nel tempo, nuove situazioni, legate al modo di invecchiare del paziente, alla comparsa di altre patologie, come un’osteoporosi, una lieve insufficienza renale, un diabete, di cui bisogna tenere conto nel somministrare gli anti-virali. Ecco perché, anche per l’Hiv, si sta andando verso la “personalizzazione”della terapia» . Oggi si parla di “cura funzionale”: non più mirata alla eliminazione del virus, ma alla cronicizzazione della malattia. «La cronicizzazione però — ricorda Andrea Antinori dell’Ospedale Spallanzani di Roma — ha anche un rovescio della medaglia: il virus provoca da un lato un deficit del sistema immunitario, ma dall’altro lo attiva e generando così un’infiammazione cronica che può danneggiare organi come il cuore, il rene o l’osso. Ecco perché l’organismo di chi convive con il virus invecchia più rapidamente» . Ecco perché, nonostante le vittorie della terapia, non va assolutamente trascurata la prevenzione. Prevenzione che, come i farmaci, va “personalizzata”a seconda del pubblico potenzialmente a rischio (ma questo si è sempre detto) e proposta in “cocktail”(e questa è la novità): siccome i metodi preventivi ci sono, ma nessuno funziona al cento per cento, l’ideale è “somministrarli in associazione”, come si fa con i farmaci.


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