Dalla rassegna stampa Cinema

Gun Hill Road, di Rashaad Ernesto Green

Scelto come film di apertura del prossimo Outfest, 29°edizione del Los Angeles Gay & Lesbian Film Festival, presentato al Divergenti Transgender Film Festival 2011…

Gun Hill Road, dal nome di una strada del Bronx, è un film sullo spazio amato eppure claustrofobico, sul quartiere; è un film su una Teenage Wasteland, sul respiro della giovinezza, sulla sua sorridente e disperata resistenza, sulla sua resilienza, sulla capacità elastica di rialzarsi dopo i colpi sferrati. Su un padre generoso nel suo amore, ma rigido nella sua paura, che comprende in ritardo la necessità del suo stesso mutamento. E poi sui mutamenti, piccoli e grandissimi, la sostanza sfilacciata eppure calda e umana di un Tempo che altrimenti non ha senso

Scelto come film di apertura del prossimo Outfest, 29°edizione del Los Angeles Gay & Lesbian Film Festival, presentato al Divergenti Transgender Film Festival 2011, l’esordio alla regia di Rashaad Ernesto Green è anche la sua tesi di diploma, girata in soli 15 giorni con un budget piccolissimo, circa 200.000 dollari.

Gun Hill Road si struttura, ma non si esaurisce, tutto intorno al corpo che la giovinezza rende forte e vulnerabile, la presenza di un’adolescente che si muove per la prima volta sul set: Harmony Santana, in grado di incarnare simultaneamente più di uno stato di transizione – da maschio a femmina, da teenager all’età adulta, da bisogno di protezione filiale a necessario affrancamento – e di esprimere emozioni contrastanti con incredibile maturità. Tra i giovani corpi pericolosi del Sundance Film Festival di quest’anno tutti femminili, quasi tutti smarriti tra famiglie disfunzionali e fondamentalismi religiosi, alle prese alcuni, sregolati, con padri di famiglia con intenti civilizzatori (l’horror satirico di Lucky McKee The Woman) quello di Michael, o Vanessa, è offerto e disprezza le difese, come quando si abbandona al sonno e alla spalla del padre, per quanto in guerra.

Michael/Vanessa potrebbe essere uno dei tanti ragazzini con il padre in galera a cui mancano le partite di baseball viste e giocate insieme; ma negli anni le ha sostituite con la performance poetica. I suoi spettacoli improvvisati per pochi amici in un piccolo locale sono tra i momenti migliori del film, palchi di teatro strappati alla routine della scuola e della famiglia, il volto di Vanessa tridimensionale, parlante, una versione sedicenne e contemporanea della malinconia di Jaye Davidson in The Crying Game o della sua “alienità” mutante in Stargate. Per raccontare il suo bisogno di calore umano, però non disposto a scendere a patti con la sua alterità, Michael/Vanessa allo snodo cruciale farà anche a meno dei suoi vellutati mascheramenti. Come Alex in XXY di Lucía Puenzo, ma con determinazione più stoica, vuol dimostrare che non c’è niente da scegliere, che tutto è più facile di quanto non sembri. Anche se il tempo delle mele trans è una corsa a ostacoli, e il primo dei colpi viene inferto da un amante a tempo determinato che protesta: “you’re not my girlfriend”.

Gun Hill Road è un film sul respiro della giovinezza, sulla sua sorridente e disperata resistenza, sulla sua resilienza, sulla capacità elastica di rialzarsi dopo i colpi sferrati. Racconta Green della sua difficoltà di trovare un volto giovane eppure credibile, potente: “Partivo dal principio che tutti i ragazzi vogliono essere in un film. Mi aspettava una dura lezione. Non tutti vogliono fare cinema: in particolare, non gli adolescenti che vivono al di fuori delle logiche mainstream”. Green si mette a caccia sulle strade, nei locali notturni, e alla fine trova Harmony allo stand di una sfilata nei Queens.

Non solo: Gun Hill Road è un film sullo spazio amato eppure claustrofobico, sul quartiere. I due attori che interpretano i genitori di Michael/Vanessa, Esai Morales, portoricano (La Bamba, NYPD Blue) e Judy Reyes, dominicana (Scrubs) sono cresciuti nel Bronx come il giovane regista.

Green lascia decantare i rapporti tra i protagonisti filmandoli nel primo luogo che loro malgrado contiene e marchia vite e storie di origini diverse, da spagnole a caraibiche, toccando in alcuni istanti la purezza sincera di chi sta riprendendo qualcosa che conosce molto bene, come Jonathan Lethem ne La Fortezza della Solitudine o Dito Montiel in Guida per riconoscere i tuoi santi. Senza scegliere il dramma a tutti i costi, o meglio conservando i momenti di gioco e di riso che il dramma non riesce a contenere. Senza tentare di scimmiottare i maestosi ritratti corali di Spike Lee (che pure considera il suo mentore). Piuttosto cerca il suo modo privato di imbastire una storia semplice e diretta sui caratteri tipici del crossover tra le comunità nell’America contemporanea: se nella New York del ’77, in Summer of Sam, l’omosessualità e la musica punk bastano a identificare prima come eccentrici, poi, in un baleno, come sospetti serial killer, da parte dell’ipocrita Little Italy – in Gun Hill Road il peso del giudizio sociale di un microuniverso con le sue regole di sopravvivenza si avverte come sfondo, nell’aria, nelle case, fra un marciapiede e una scala di sicurezza, negli istanti in cui Enrique fuma alla finestra, tra le righe della Teenage Wasteland di Michael/Vanessa.

La paranoia del diverso qui viene lasciata sulle spalle di Enrique (Morales) ed in fondo è tutto immaginata: non occorre nemmeno che si manifesti per scatenare nell’uomo la sottile paura di sentirsi insidiato nell’orgoglio virile che mantiene per procura. Di più: scopriremo, non è tanto la sua percezione del cambiamento del figlio a sconvolgerlo, quanto il modo in cui si intreccia in una sua vicenda personale di vendetta. Gli sforzi per riportare Michael a ciò che Enrique, cresciuto nel contesto machista del quartiere, considera la norma, seguono le classiche manovre sospese tra goffaggine e intollerabile violenza di cui si può macchiare un padre in nome del “sangue del suo sangue”: la lite in bagno con il taglio forzato dei capelli, la terribile offerta sacrificale alla puttana “nave scuola” che dovrebbe ricondurre Vanessa a Michael. Le tappe di un percorso talmente comandato e interiorizzato dalle autocensure macho della personalità di Enrique, che quando viene infranto, lo getta in un’inquietudine fino ad allora sconosciuta: il nipotino di pochi anni che gioca con le bambole, a sua volta considerato fino ad ora solo un giocattolo asessuato, si trasforma ai suoi occhi in una creatura sfuggente da domare al più presto.

Anche Enrique, dunque, vive una transizione. E così transita anche sua moglie Angela (Reyes) madre amorevole e intelligente, che negli anni di reclusione del marito ha vissuto un cambiamento vicino quasi a trasformare la sua famiglia – una relazione con un altro uomo che vive con amicizia e comprensione la formazione di Michael/Vanessa – ma al ritorno del marito lo riscopre per amore e non per dovere.
Infine tra tutte le figure del film, è proprio questo padre, generoso nel suo amore, ma rigido nella sua paura, che comprende in ritardo la necessità del suo stesso mutamento. Chiamato alle armi da un destino che crede di poter controllare, sarà di nuovo riportato in prigione; non tanto rapidamente da scambiare un ultimo sguardo con quello dolente di Michael che scorre duramente, dolcemente verso Vanessa. Il film si ferma là, a suggerire che ci saranno altri mutamenti, piccoli e grandissimi, la sostanza sfilacciata eppure calda e umana di un Tempo che altrimenti non ha senso.

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