Dalla rassegna stampa Cinema

Addio al grande Sidney Lumet maestro di cinema civile e popolare

Da “Serpico” a “Quinto potere”, 50 anni di successi

Era dotato di intelligenza del cuore, firmò il remake di “Gloria” con Sharon Stone
Il suo film d´esordio fu “La parola ai giurati” del 1957 una lezione di cinema civile

ROMA – Sidney Lumet, scomparso ieri a 86 anni, nella sua casa di New York, era, se così si può dire, un uomo invisibile. O meglio, un uomo visibile solo dietro e attraverso i suoi film. Un regista di altissima professionalità e bravura che in una carriera lunga oltre cinquant´anni è riuscito nell´impresa singolare di comunicare senza imporre il suo ego, di restare coerente ai suoi prediletti temi civili e alla critica sociale senza mai diventare un predicatore, di fare cinema popolare mettendosi sempre al servizio delle sceneggiature, degli attori, del pubblico.
Da quando, figlio d´arte, debuttò come attore a tredici anni , nel 1937, sulla scena di Broadway, e poi al cinema in One Third of a Nation, Sidney Lumet ha realizzato oltre cinquanta film, è stato quattro volte candidato all´Oscar come miglior regista, è stato premiato nel 2005 da un Oscar alla carriera, ha affrontato in maniera onesta e incisiva, anche nei suoi film meno felici, i temi scottanti del nostro tempo, ha fissato nell´immaginario popolare, figure simbolo come Serpico, ha creato personaggi indimenticabili, come quello di Al Pacino balordo in Quel pomeriggio di un giorno da cani o il presentatore tv incarnato da Peter Finch in Quinto potere.
Di che pasta fosse fatto Sidney Lumet lo si è capito fin dal suo film d´esordio, La parola ai giurati (1957), dove coniugava la sua formazione democratica alla sua esperienza televisiva per la CBS, e costruiva un film stretto addosso ai suoi personaggi, inequivocabile nelle cose da dire, esemplare come lezione civile e manifesto del suo stile. Che restava il suo stile anche in film meno vicini alle sue corde come Fascino del palcoscenico (1957) o Pelle di serpente (1959), per cui dirigerà Anna Magnani e Marlon Brando in un dramma di Tennessee Williams.
Dei suoi film “civili”, quelli che meglio gli hanno consentito di mescolare la semplicità della forma con la passione dei temi, vanno ricordati A prova di errore (1963), sul rischio nucleare, L´uomo del banco dei pegni (1965), sul faticoso reinserimento nella normalità della vita dei superstiti dei campi di sterminio, Il gruppo (1965), da Mary Mcarthy. Ma i suoi grandi film sono quelli degli anni ´70, come Serpico (1973), ispirato a un personaggio reale e diventato l´antonomasia del poliziotto fuori dagli schemi, come Un pomeriggio di un giorno da cani (1975), con il suo cocktail di tragedia e di commedia, di messaggio sociale e di grande reportage ricostruito, o come il visionario e anticipatore Quinto potere (1976), scritto da Paddy Chayefsky, una impressionante, terrificante proiezione nella televisione e della società a venire che si è puntualmente realizzata.
E se Equus, dalla pièce di Peter Schaffer, è un film non riuscito, l´imponente Il principe della città (1981), claustrofobico e impegnativo, disegnava con estremo vigore e rigore il quadro di una polizia corrotta. Un film forte, come anche Il verdetto (1982), dove il vecchio avvocato Paul Newman si riscatta dall´alcoolismo con un gesto di orgoglio professionale, come Daniel (1983), la ricostruzione problematica e inquietante del caso Rosenberg e una implacabile rievocazione dell´America maccartista, come l´emozionante Vivere in fuga (1988), dove compare, commovente e duro, il giovane River Phoenix, figlio di una coppia di militanti di sinistra ricercati come terroristi dal FBI.
Tra esemplari riduzioni letterarie (Il lungo viaggio verso la notte, da O´Neill, 1962) e trascrizioni di classici della suspense (Assassinio sull´Orient Express, 1974), la filmografia di Sidney Lumet ha registrato anche qualche errore. Per esempio il remake di Gloria di Cassavetes – con il personaggio di Gloria affidato a Sharon Stone. Ma il suo standard, nei cinquanta e passa film di una lunga e ricca storia, è rimasto quello di un professionismo eccellente. Qualche volta ispirato. Di più: come avrebbe detto Cartier-Bresson, Sidney Lumet ha sempre tenuto sullo stesso asse l´occhio, l´intelligenza e il cuore. Riuscendo nel miracolo di fare un cinema popolare e pensante, forte e godibile, radicato nel presente e capace di analizzare il passato.

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