Dalla rassegna stampa Cinema

Addio a Sidney Lumet il regista degli indifesi

Scompare a 86 anni uno dei grandi di Hollywood, premiato con l’Oscar alla carriera nel 2004 …Da “Serpico” (1973, con Al Pacino) a “Quel pomeriggio di un giorno da cani” (1975, con una delle scene più toccanti del cinema gay, la lunga telefonata di Al Pacino, ancora lui, col suo …

Non sono tanti i registi che restano nella storia del cinema per i loro folgoranti esordi: Sidney Lumet è uno di questi. E dentro quel “12 angry men” (1957, da noi tradotto con “La parola ai giurati”) e recentemente omaggiato dal russo Michalkov con un remake battezzato semplicemente “12”, passato a Venezia, c’era già in nuce tutto il percorso artistico di un regista attento alle dinamiche sociali e politiche, sempre in difesa dei più deboli, capace di scavare dentro l’animo umano, collegandolo sempre a fatti e misfatti che spiegassero meglio il pensiero malato di una società spesso brutale.
Questo non vuol dire che il cinema di questo americano di sensibilità europea, figlio d’arte dell’attore Baruch e di una ballerina, nato a Filadelfia nel 1924, avesse in pratica già esaurito col suo primo film tutti i temi a lui cari: semmai la sua abilità è stata quella sempre di rimanere fedele, in un grandangolare sguardo che si rinnovava a ogni nuovo set.
È sceneggiatore oltre che regista, produttore, e ovviamente anche attore, capace di far recitare i colleghi come pochi, a cominciare proprio da quel film iniziale contro il razzismo e una giustizia frettolosa e vendicativa (un presunto omicida di colore mandato a morte in pochi secondi), con un Henry Fonda magnifico, al pari di un cast eccellente, capace di far ribaltare un verdetto già scritto.
Di spirito indubbiamente democratico, paladino degli indifesi, avverte il senso della giustizia come fondamentale, al pari del rapporto tra criminalità e forze dell’ordine, dove il senso del potere scavalca i limiti della correttezza. Da “Serpico” (1973, con Al Pacino) a “Quel pomeriggio di un giorno da cani” (1975, con una delle scene più toccanti del cinema gay, la lunga telefonata di Al Pacino, ancora lui, col suo amante), da “Rapina record a New York” (1972) a “Il principe della città” (1981) emerge un’impietosa fotografia di una realtà metropolitana dura, crepuscolare e infettata da un’immoralità dilagante.
È tra i primi a capire il potere incontrollabile della televisione (“Quinto potere”, 1976, con un grande Peter Finch, dove la morte diventa profeticamente elemento da audience); ha ridisegna la mappa dell’odio razziale e dei suoi riflessi in “L’uomo del banco dei pegni” (1965), con Rod Steiger, figura di ambiguità estrema e nel suo mazzo di attori ci sono anche Anna Magnani (in “Pelle di serpente”, accanto a Marlon Brando, 1959, dal consueto canovaccio costipato di Tennessee Williams) e Sofia Loren (“Quel tipo di donna”, 1959), ma è soprattutto con “Assassinio sull’Orient Express” (1974) che le prove attoriali offrono per quantità di star e qualità un carosello forse irripetibile, in uno dei gialli di Agatha Christie più sorprendenti.
Detto anche di “Il verdetto” (1982, sceneggiato da David Mamet), ennesimo esempio di denuncia sociale e politica (con Paul Newman dalla parte dei giusti), il suo ultimo ciak ha la forza del primo: “Onore il padre e la madre” (2007, con un superbo, luciferino Seymour Hoffman) è la degna conclusione di un regista che ha guardato il mondo di fronte alla distruzione di ogni valore etico, a cominciare dalla famiglia. Ci lascia un grande. Vinse un solo Oscar, nel 2004. Ovviamente alla carriera.

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