Dalla rassegna stampa Cinema

Polyester di John Waters (1981)

Andrea Bruni racconta Polyester pellicola avanguardistica di John Waters con Divine nel film della sua vita.

Recentemente (anno di grazia 2002) la straripante comunità dei critici si è unita- non senza ragione – nel tessere le lodi di Lontano dal Paradiso, fiammeggiante “Mélo” post-moderno in cui Todd Haynes, abbandonata l’abituale spocchia, rievoca i fantasmi casalinghi di Douglas Sirk con inappuntabile rigore filologico. Bon. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il petulante Haynes si divertiva un mondo a mostrar le pudenda di Barbie e di Kent, rileggendo per loro il Kamasutra con la complicità della “stop-motion”…E pensare che a quei tempi c’era già chi aveva superato la fase “Douglas Sirk” da anni e anni: e non mi riferisco né ad Almodovar, né a Fassbinder…Il mio pensiero va, ovviamente, a John Waters che, come tutti i gay che si rispettino, ha pagato il proprio debito di riconoscenza nei confronti dell’autore di Come le foglie al vento con Polyester: Todd Haynes, con Lontano dal paradiso, ci presenta la middle-class di Sirk, spostando di 90° (mi si perdoni l’orrido gioco di parole) la bussola del Rappresentabile; John Waters ci presenta, au contraire, la middle-class di Sirk come fosse stata vittima di un paradosso spazio temporale, di un “cronosisma” à la Kurt Vonnegut… Identiche le tappezzerie color pastello, le ceramiche da asta di beneficenza, immutati i giardinetti protetti da lindi steccati: ciò che è irrimediabilmente mutato nell’«assurdo universo» di Waters è il cuore (nero) della popolazione di questa ridente provincia…Le barriere protettive sono crollate, le strategie diplomatiche dettate dall’essere zòon politikòn sono andate a farsi friggere. Tutto, ormai, è regolato soltanto da un ferale istinto di sopravvivenza, brutale, amorale e soprattutto “primario”: dalla Guerra del fuoco si è passati direttamente alla Guerra del barbecue… Sotto questa luce anche la scelta dell’«Odorama» assume ben altre tinte (che vanno oltre la bizzarra sagacia imprenditoriale di William Castle): gli imbellettati pitecantropi che popolano questa cittadina da “dopo-bomba” non credono più nella parola, retaggio di vetuste convenzioni sociali; no, il loro è un mondo in cui umori e afrori la fan da padrona: solo stando con le nari all’erta, frementi, è possibile riconoscere il “fratello” a cui aggrapparsi in cerca di protezione. O il “nemico” da colpire alla giugulare.

Tutto è condotto sull’onda di furore manicheo: i bigotti sono mostri partoriti dall’oscurantismo medievale (si pensi all’umiliazione del “carro del fieno” per le ragazze-madri); gli adolescenti con gli ormoni a manetta si son già tramutati in “sex-addicts” beoti; le madri hanno assunto le mostruose forme di freudiani totem cannibali…Non è un caso che la povera, dolce, “pura”, Francine Fishpaw (l’immensa Divine, nel film della sua vita), in una delle scene più sfuggenti del film, sfogli un numero de Le Cahier du Cinema con lo stesso sguardo, un misto di terrore e stupore, che avevano gli scimmioni di 2001: Odissea nello spazio dinanzi al Monolite… Polyester non è semplicemente «la morte al lavoro». Polyester è «la morte (di una società) negli occhi di chi guarda». E, purtroppo per lui, annusa…

Supereva.it

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