Dalla rassegna stampa Cinema

Appuntamento in piazza agli amici: l’addio a Monicelli senza un funerale

Camera ardente alla Casa del Cinema, poi la cremazione in forma privata – La sua tragedia: non riconoscersi in un mondo ormai alieno

ROMA — Niente funerali, per volere della famiglia. Mario Monicelli, il grande regista novantacinquenne morto suicida lunedì sera a Roma gettandosi da una finestra dell’ospedale San Giovanni, oggi sarà ricordato così: prima, alle 10, con una saluto nella piazza Madonna dei Monti, cuore dell’antico rione, a pochi metri da quel numero 29 di via dei Serpenti dove Monicelli abitava da tanti anni, e dove ieri è stato ricordato con foto nelle vetrine e fiori e biglietti sotto al portone.

Poi, dalle 11 alle 17, la salma sarà trasportata nella camera ardente allestita alla Casa del Cinema, dentro Villa Borghese, per tutti gli altri che vorranno rendergli un ultimo omaggio prima della cremazione, che avverrà successivamente in forma privata e alla presenza della sola famiglia.
Niente Campidoglio dunque, nonostante l’offerta arrivata subito dal sindaco della città Gianni Alemanno. Troppa ufficialità d’altronde non si addiceva certo all’ultimo saluto di un genio spesso controcorrente, uomo senza peli sulla lingua che negli ultimi tempi aveva più volte criticato, aspramente, politica e costumi di un’Italia in declino. Nessun biglietto, nessun messaggio lasciato prima di morire. Ma che funerali e Campidoglio a lui non sarebbero piaciuti sarebbe stato egli stesso a dirlo a chiare lettere e con la consueta, tagliente, ironia. Ad esempio in un’intervista al Corriere della Sera nel 2007, all’indomani della scomparsa del collega Michelangelo Antonioni: «Possibile — aveva detto — che a Roma, per i congedi, non ci sia un luogo che abbia una sua ufficialità, che non sia quella del Campidoglio, di questa Roma imperiale. Che non ci sia un posto dignitoso, se uno non vuole andare in chiesa. Poi il Campidoglio va benissimo, per carità, ma è anche troppo. Ormai ci vanno tutti. Chi non ci va rimane deluso, offeso, i familiari si chiedono: ma perché il mio morto no?».

Molti ieri gli omaggi, i telegrammi, i saluti. A partire dal messaggio inviato ai famigliari dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «È stato — ha scritto il capo dello Stato — tra le personalità più originali, operose e creative del cinema del Novecento e sarà ricordato da milioni di italiani per come ha saputo farli sorridere, commuovere e riflettere».

Cordoglio anche da parte di presidenti di Camera e Senato, premier, ministri e politici di ogni schieramento. Da Stefania Sandrelli a Franca Valeri, da Marco Bellocchio a Claudia Cardinale, anche il mondo del cinema ha partecipato al dolore per la scomparsa del regista, omaggiato perfino in striscioni e slogan degli studenti in corteo contro i provvedimenti del governo. La Procura di Roma intanto, come da prassi in questi casi, ha aperto un fascicolo intestato «atti relativi a», ossia senza ipotesi di reato né indagati.

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CARLO VERGANI

La sua tragedia: non riconoscersi in un mondo ormai alieno

L’analisi del geriatra

Si deve essere sentito solo, quasi inutile nell’immobilità forzata di un letto d’ospedale: una sensazione di smarrimento, in un mondo che non sentiva più come suo. Mario Monicelli non era uno che si rassegnava. Quattro anni fa, invitato a un congresso di geriatria a Milano, spiegava la sua filosofia di vita con queste parole: «Finché si può, bisogna cambiare il mondo, così non va bene». Ma l’altra sera il meccanismo che gli aveva dato fiducia e ottimismo fino a 96 anni si è inceppato.

Quel giorno mi aveva detto con convinzione: «Sono contento di come è andata la mia vita. Ho avuto una vita fortunata. Questa pseudoconsapevolezza di avere avuto fortuna, di averla ancora, mi aiuta».

Ma questa acquietante consapevolezza, quando la vita si è fatta priva di contenuti, non lo ha più sostenuto. Voleva essere ancora in prima fila, e certamente lo spaventava l’idea di finire vecchio e imbolsito.
Per chi si occupa di anziani, il suicidio di Mario Monicelli è la preoccupante conferma di una tendenza in atto. Ogni anno in Italia più di 970 anziani si uccidono, un numero superiore a un terzo di tutti i suicidi. Il mondo «puntinista» descritto da Bauman, che gioca tutto sull’istante, che trascura i progetti di vita, non è fatto per gli anziani: è un mondo alieno, distante, che crea smarrimento e depressione.

Oggi il 40 per cento degli anziani è affetto da distimia o depressione sottosoglia, il 4 per cento presenta la depressione maggiore, la cui nota caratteristica è l’anedonia, l’incapacità di provare gioia di fronte a qualsiasi evento positivo. È, per esempio, la mancanza di piacere del nonno circondato dai nipotini. È questa che porta al gesto estremo, ma c’è anche la scelta di chi non è più attore della propria vita.

Non sono la malattia e il dolore a spaventare l’anziano: in Olanda i decessi da eutanasia passano dal 3,4 per cento nei giovani all’uno per cento negli ultrasettantacinquenni. Nel 2006 Mario Monicelli diceva: «Quando si superano gli ottant’anni si raggiunge una libertà che non si è mai avuta prima, la libertà di poter dire tutto quel che si vuole senza pericolo, perché non si può neanche andare in galera…».

Lui voleva ancora cambiare il mondo, ma l’altra sera è stata la mancanza di quel mondo di cui ci si sente partecipi, da costruire assieme, a mortificarlo. Il suo mondo, improvvisamente, gli è diventato simile a un alieno e lui non ci si è riconosciuto più.

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Maurizio Porro

«Mario direbbe: ho vinto la mia gara da centenario con Manoel de Oliveira»

La moglie: ma all’ospedale è stato tutto perfetto
Il mondo del cinema non l’aveva abbandonato, ma lui non si interessava alle loro beghe: le serate, i premi erano storia del passato

MILANO — Alla fine chi ha «vinto» tra Mario Monicelli, morto 95enne, e il suo rivale Manoel de Oliveira, gran patriarca del cinema portoghese, 102 anni? «Mario sicuro direbbe che ha vinto lui, se ne è andato prima» dice la moglie Chiara Rapaccini, che a 19 anni ebbe la fortuna di incontrare il regista e con lui quella fantastica «famiglia» del cinema italiano di cui Monicelli era l’ultimo testimone.

«Gli sarò grata per sempre. Un gruppo di amici che si volevano davvero bene e c’erano questi lunghi pranzi in trattoria fra mangiate e risate. Non parlavano di cinema ma il cinema era sempre presente». Mario non mangiava a casa.

«Era un uomo da trattoria, le abbiamo girate tutte qui al quartiere Monti, odiava sedersi solo a casa, era ossessionato dalla freschezza delle uova perché le faceva sode, era la sua unica ricetta».

Il mondo del cinema l’aveva abbandonato?
«Ma che, scherza? Avevano formato un cordone protettivo, mi chiamavano tutti, da Scola ai Taviani per andare a trovarlo ma se mai era lui che si era un po’ staccato: s’interessava alle lotte per la cultura ma non più alle beghe del cinema, le serate, i premi, era storia del passato e si stupiva che i nostri film raccontassero poco l’Italia di oggi».

Da due giorni era in ospedale: come si sentiva?

«Avrei accusato l’ospedale e i sanitari per l’assistenza, ma Mario sarebbe il primo a ribellarsi perché non è vero. Al contrario, Gianluca D’Elia, direttore del reparto urologia 2 al San Giovanni di Roma, a Mario ha fatto solo del bene, lo ringrazierò sempre. In ospedale è stato coccolato, curato e lui ha voluto andarci non per urgenza ma perché diceva di sentirsi a casa». Non ha mandato segnali? «No, ma viveva in modo non consono alla sua dignità di uomo e ha deciso per conto suo senza avvertire nessuno, senza lasciar nulla di scritto, a parte il dire a voce che era stufo, si chiedeva che vita fosse. Alla fine ha preso una decisione forte e coerente come sempre da uomo coraggioso e noi familiari la consideriamo tremenda ma la rispettiamo». Era stufo della vita? «A 95 anni il corpo cedeva ma la mente era lucidissima e perciò era stufo di questo Paese, disgustato nel sentire ciò che veniva raccontato dalla radio, sua unica fonte di informazione, perché non ci vedeva più. Questo disgusto era diventato un malessere fisico, si trovava in un mondo vile che andava contro i suoi principi, ma lui vile non lo era e l’ha dimostrato». Rapporti in famiglia? «Ottimi, anche se certo era un padre un po’ strambo. Con me aveva una figlia oggi di 22 anni oltre a due precedenti». L’ultima sua passione? «Sempre la politica, si parlava solo di quello. Vedevamo insieme la tv l’altra sera, era entusiasta di Vendola, come aveva ottimi personali rapporti col presidente Napolitano». Vedeva soluzioni? «Ma l’ha detto anche ad Annozero, era deluso dalla sinistra ufficiale e diceva di fare la rivoluzione». L’ultimo suo intervento? «Aveva partecipato a una riunione di studenti e girato un video per la manifestazione degli aquilani, spingendoli a ritrovare il carattere abruzzese per ricostruire la città e non restaurarla, lasciando i monumenti, ma piuttosto chiamando degli architetti moderni da tutto quanto il mondo per farne una perla italiana di architettura contemporanea». ro che Mario fu presente alla morte del padre e ne rimase certo scioccato».

A quale periodo del suo lavoro era più legato?

«Ai film sfortunati o incompresi, a certi episodi come quello di Boccaccio 70, a Risate di gioia, Temporale Rosy, Parenti serpenti: stava sempre con i perdenti, con i Brancaleoni». Cosa le rimane di lui? «La passione per la vita anche nell’uscita così teatrale che ha scelto per salutarci».

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Emilia Costantini

Placido: sul set mi chiamava uccello del malaugurio

ROMA — «Sul set de Le rose del deserto mi chiamava l’uccello del malaugurio!». Sorride ancora, Michele Placido (nella foto con Monicelli) ripensando a quell’avventura con Mario Monicelli. «Sì! — ripete —. Ci scherzavamo insieme: Mario aveva saputo che il produttore mi aveva fatto firmare una clausola segreta, che tanto segreta non era rimasta. In base a tale accordo, io avrei dovuto sostituirlo alla regia se, facendo le corna, al maestro fosse accaduto qualcosa». Era il 2006 e il film era ambientato nel deserto tunisino. «Fu Monicelli a chiamarmi, un anno e mezzo prima, per offrirmi di partecipare al suo nuovo progetto. Era la vigilia di Natale, sera tardi: lui non era solito telefonare a quell’ora. Rimasi stupito perché un uomo di quasi 90 anni mi proponeva di girare un film sulla guerra in Africa, nel deserto! Pensai a uno scherzo, e così gli risposi “sì, sì, va bene!”, ma senza crederci. E invece, poi siamo partiti con il progetto». Un progetto movimentato: «Le condizioni di lavoro non erano facili, ma Mario era pieno energia. E, a proposito della famosa clausola, quando mi vedeva, urlava “Vai via! Ora non tocca a te! Non è la tua scena! Vattene in albergo! Togliti dai co…”. A volte, minacciava persino di tagliarmi il ruolo, per non avermi tra le scatole, ma sapevo che mi voleva bene e ci ridevamo sopra». In realtà, non ci fu necessità che Placido lo sostituisse: «Solo una volta accadde che Mario, come molti di noi, si beccò la dissenteria: tentò stoicamente di resistere, ma alla fine cedette, chiedendomi di prendere il suo posto in una scena secondaria. La verità — conclude — è che sul set eravamo tutti distrutti dalla stanchezza, mentre lui era un leone: niente stress fisico e una mente … Ci diede una lezione».

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da La Repubblica

La salma sarà cremata. Esequie in forma privata. Oggi la camera ardente alla Casa del Cinema e non in Campidoglio

L´addio a Monicelli senza funerale pubblico

Dopo il suicidio, la Procura apre un´inchiesta. Il Presidente Napolitano: “Lo ricorderanno milioni di italiani”

CECILIA GENTILE
CARLO PICOZZA
roma
Niente funerale. La salma del regista Mario Monicelli, che lunedì sera si è tolto la vita a 95 anni, sarà cremata con una cerimonia in forma strettamente privata. La famiglia non ha voluto un funerale, come non ha voluto accettare la proposta del sindaco di Roma Gianni Alemanno di allestire la camera ardente in Campidoglio. Il corpo del maestro della commedia all´italiana sarà esposto alla Casa del Cinema di Villa Borghese oggi, dalle 11 alle 17, a disposizione di quanti vorranno salutarlo e rendergli omaggio.
E prima ancora, alle 10 della mattina, il feretro sarà trasportato al rione Monti, dove Monicelli viveva da decenni e dove i residenti stanno organizzando una fiaccolata in suo onore. Già da ieri nei negozi della zona è stato affisso un manifesto con il volto del regista avvolto da una sciarpa rossa e la scritta “Grazie Mario”. Perché, per i residenti di Monti, Monicelli «era er più», come sintetizza in romanesco il fruttivendolo dove il maestro andava a fare la spesa fino a due mesi fa. Proprio per questo il sottosegretario Francesco Giro propone di intitolargli uno spazio del rione.
Intanto la procura di Roma ha aperto un´inchiesta per fare luce sulla morte del regista il cui corpo, ieri mattina, è stato trasferito nel reparto di Anatomia patologica dell´ospedale San Giovanni per l´autopsia di rito. Ma è un fascicolo senza ipotesi di reato e senza indagati. «Il personale sanitario dell´ospedale San Giovanni ha aiutato mio marito nel suo ultimo anno di vita come forse mai nessun altro ha fatto», ci tiene a dire la moglie Chiara Rapaccini per fugare ogni dubbio su un´eventuale responsabilità dei medici. Ma che il corpo del regista sia stato lasciato a lungo coperto da un telo sotto la pioggia, in attesa del medico legale, quello no, non lo accetta. «Questo è un altro discorso», taglia corto. E uno dei nipoti, Niccolò: «Ricordatelo per il suoi film, non per la sua fine. È un uomo che ha vissuto fino in fondo».
Anche gli studenti che ieri pomeriggio hanno occupato i binari della stazione Termini hanno voluto ricordare Monicelli scandendo «Branca, Branca, Branca, Leon, Leon, Leon», il motivo della pellicola “L´armata Brancaleone”. E messaggi sono arrivati dalle più alte cariche dello Stato. «Monicelli è stato tra le personalità più originali, operose e creative del cinema del Novecento e sarà ricordato da milioni di italiani», ha scritto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In un telegramma Silvio Berlusconi ha espresso «il dolore mio e del governo italiano per la tragica scomparsa di Mario Monicelli maestro della cinematografia italiana». «Il suo eccezionale talento gli ha permesso di realizzare grandi pellicole entrate nell´immaginario di tante famiglie italiane», ha scritto ai familiari il presidente della Camera Gianfranco Fini. Anche Cinecittà, gli studios dove Monicelli ha girato molti dei suoi film, piange la scomparsa del maestro, mentre Viareggio, sua città natale, ha proclamato il lutto cittadino.

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Quel giorno sul set mi spiegò “Al cinema si fa per finta”

CLAUDIA CARDINALE

Mario Monicelli è stato il mio primo regista. Quando girò I soliti ignoti aveva quarantatre anni e non era abituato a lavorare con i dilettanti. Eppure mi aveva scelto, io che arrivavo dalla Tunisia, avevo vent´anni e non parlavo l´italiano. Con me debuttava il mio “fratello” di scena, Tiberio Murgia. Restavamo sul set, seduti in un angolo a guardare quel mondo affascinante, cercando di imparare da attori del calibro di Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Totò, Renato Salvatori.
Monicelli aveva fama di burbero eppure con me fu sempre gentile. Perfino quando, girando mia prima scena, sbattei in faccia la porta a Renato, gonfiandogli un occhio. Mario mi prese da parte e mi spiegò dolcemente: «Claudia, al cinema si fa per finta». È rimasto sempre stato orgoglioso della sua scelta.
Qualche anno fa ci siamo incontrati a Parigi. Mario era venuto per ricevere un omaggio della Cinémathèque. Sul palco mi hanno chiamato a premiarlo, lui mi ha guardato con quei suoi occhi scintillanti, mi ha sorriso e abbracciato. Poi si è girato verso la platea e ha detto: «Sapete, Claudia l´ho scoperta io».
Avevamo in comune una grande riservatezza, il pudore dei sentimenti. Mi piaceva la sua grande ironia, l´intelligenza. Ogni volta che l´incontravo, negli anni, mi sembrava lo stesso: un uomo dalla grande energia e una straordinaria memoria per i dettagli. Quando ho saputo della sua morte ho pianto. Mi mancherà. Eppure ho compreso il suo gesto, rispetto la sua decisione, la volontà di non trascorrere i suoi giorni in un letto d´ospedale.

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La sua Italia dei Brancaleoni imbrogliona, maschile e colta

Facendo ridere rivelò il nostro lato oscuro

Il suo talento trasformò piccoli vizi e modeste virtù in irresistibili commedie
Con “Amici miei” diede l´addio al paese dei vitelloni provinciali di mezza età

NATALIA ASPESI

Probabilmente gli italiani di Monicelli non sono mai davvero esistiti, neppure negli anni in cui si correva nei cinema a ridere di loro. Un pubblico entusiasta che si credeva al riparo da quei personaggi, gli italiani altri: i ladruncoli sfigati, gli imbroglioni pasticcioni, gli opportunisti fifoni, i Brancaleoni, i Perozzi, i Busacca e i Jacovacci, l´Onofrio e il Rambaldo. Maschere meravigliose affidate ad attori grandiosi, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni e Alberto Sordi, Philippe Noiret e Totò, ma anche Capannelle, e Murgia, e Carotenuto e Moschin e Celi, tutti gli eroi di un cinema ricco di intelligenza e forza, divertente e colto, folto di centinaia di film che si presentavano modesti, artigianali, popolari, senza fisime autoriali, e anche per questo grandi. Scritti da geni della commedia bonaria e periferica, che sfornavano storie sublimi, dialoghi impeccabili, aforismi eterni: Steno, Age e Scarpelli, Suso Cecchi D´Amico, Zapponi, Benvenuti e Bernardi.
Come per molti italiani del suo tempo, il mondo di Monicelli era soprattutto maschile: popolato da vizi, debolezze, malinconie, presunzioni, inadeguatezze, sconfitte. Di maschi, appunto maschi italiani, forse esagerati anche allora, che la crudele e nello stesso tempo affettuosa sua maestria di regista rendeva irresistibili. Però il giudizio divertito e talvolta crudele era il suo, un giudizio da uomo sugli altri uomini, non quello delle donne, che negli anni 50 e 60, nella realtà come nei film, era sommesso e sottomesso, e che solo con i mutamenti sociali degli anni 70, il femminismo, le leggi che liberavano le donne dalla soggezione familiare e sessuale, si era fatto sempre meno indulgente ed ipocrita.
Questo mutare delle donne italiane deve aver colto Monicelli di sorpresa, costringendolo a riconoscere un mondo diverso, alieno, un protagonismo nuovo che in un certo senso rifletteva le sue convinzioni politiche, di democrazia, di sinistra: e infatti per la prima volta, nel 1986, a 71 anni, un suo film, Speriamo che sia femmina, si riempie di donne: Ullmann, Deneuve, De Sio, Sandrelli, Cenci, Lante della Rovere, non più un gruppo di uomini, legati da amicizia, svaghi, infantilismi, guerre, bordelli, fratellanza, complicità, terrori, ma di donne di ogni età, quelle tenute sino ad allora ai margini delle sue storie, ed ora protagoniste forti, vitali, padrone del futuro. Come uno scudo, tra tutte quelle vincenti, Monicelli trascina nel film due suoi amabili maschi, Philippe Noiret e Bernard Blier, in ricordo di quando in altre sue storie, era lui, e non le donne, a giudicare gli uomini egoisti, assenti, fragili: addirittura inutili.
Se il suo cinema coglieva i mutamenti della realtà, era il suo modo di vivere e di pensare che non poteva cambiare. A 59 anni aveva fatto quello che soprattutto nel suo mondo fanno in tanti: si era messo con una ragazza di 19, 40 anni meno di lui, Chiara Rapaccini, artista ironica e femminista, caduta innamorata di quell´affascinante gentiluomo cinico e buono; a 74 anni era diventato padre di una bimba, Rosa, per accorgersi subito dopo che la vita di famiglia, che donne in casa, ingombranti con il loro imperio, il loro amore e il loro mistero, non erano per lui. Gentilmente, le invitò ad andarsene, a lasciarlo in pace, solo, «Per rimanere vivo il più a lungo possibile, perché l´amore delle donne è molto pericoloso», e non quello delle nuove donne liberate, ma proprio di quelle cui aspiravano i suoi coetanei, e non solo loro, donne devote e protettive: alla fine soffocanti. «La donna è infermiera nell´animo, e se ha vicino un vecchio, è sempre pronta a interpretare un suo desiderio… Così piano piano questo vecchio non fa più niente, rimane in poltrona… e diventa un vecchio rincoglionito… Se invece il vecchio è costretto a farsi le cose da solo, rifarsi il letto, uscire, accendere i fornelli, qualche volta bruciarsi, va avanti dieci anni di più».
Nel 1968 Monicelli aveva girato La ragazza con la pistola, un film di cui era protagonista una donna, interpretata da Monica Vitti, l´attrice cinematografica italiana di maggior talento di quegli anni. Era la storia di un paese dai costumi molto arretrati, un´Italia in cui ancora l´articolo 587 del codice penale sanciva la minor punibilità del delitto d´onore. Il pubblico si divertì moltissimo per la ragazza sicula che raggiunge in Inghilterra il giovanotto che l´ha sedotta e abbandonata per ucciderlo, e poi si adatta contentissima al costume di un paese più civile. Il film fu giudicato male per i luoghi comuni sul Sud, eppure quell´articolo di legge esisteva ancora, e fu abrogato solo nel 1981, dopo l´approvazione del nuovo diritto di famiglia e della legge sull´interruzione di gravidanza.
Facendo ridere, Monicelli aveva rivelato agli italiani il loro lato oscuro, insospettato, oltre una retorica di eredità fascista che ne vantava la forza, l´eroismo, il potere, l´imperio sulla donna. Ma era difficile accettare di assomigliare a quegli uomini ingenui e un po´ imbecilli, fatui e spesso sfortunati, invecchiati senza crescere e un po´ vili: infatti il talento di Monicelli aveva trasformato i nostri piccoli vizi e modeste virtù in irresistibili commedie, che tenevano lontano lo spettatore dallo specchiarsi, negli anni 50, negli incapaci pasticcioni di I soliti ignoti, negli anni 60 negli eroi involontari di La grande guerra, poi negli scalcinati avventurieri medioevali dei due Brancaleone che con il loro linguaggio colto, inventato e irresistibile, sembrava voler opporsi all´impoverimento sbracato dell´italiano televisivo.
Con Amici miei (1975) e Amici miei atto II, (1982), Monicelli dava l´addio a un´Italia forse già scomparsa, quella dei vitelloni provinciali di mezza età, dalle vite giocose e inconcludenti, rivelando del tutto, finalmente, la sua elegante misoginia e la sua forse malinconica, misantropia.

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