Dalla rassegna stampa Cinema

Il tragico addio alla vita di Monicelli

Aveva il passo svelto, scattante, di chi non ha tempo da perdere in sciocchezze. Lo aveva anche adesso, negli ultimi tempi, dopo aver ampiamente superato la tappa dei 90 anni, dopo aver pianto, commentato e ricordato tanti amici.

da La Stampa

FULVIA CAPRARA

LO SGUARDO CAUSTICO SULLE NOSTRE VITE

Aveva il passo svelto, scattante, di chi non ha tempo da perdere in sciocchezze. Lo aveva anche adesso, negli ultimi tempi, dopo aver ampiamente superato la tappa dei 90 anni, dopo aver pianto, commentato e ricordato tanti amici.

Una lunga schiera degli amici e dei colleghi che con lui avevano vissuto la stagione d’oro del cinema italiano. A chi gli chiedeva di rievocarla, quell’epoca scintillante, anche se lo aveva già fatto mille volte, rispondeva sempre, senza risparmiarsi, mai burbero, mai banale, ma un filo ironico sì, perché i giornalisti che gli telefonavano per farlo parlare dei morti facevano il loro lavoro, certo, ma erano un po’ becchini di parole. E lui lo sapeva. Era capitato, le ultime volte, con la scomparsa di Suso Cecchi D’Amico e poi di Dino De Laurentiis. Ieri sera Mario Monicelli dev’essersi stufato. A Roma pioveva a dirotto, in mezzo al traffico e alle luci di Natale. Deve aver pensato che la misura era colma, che i coetanei, le persone a cui aveva voluto così bene, con cui si era così tanto divertito, erano andati tutti via e lui, in quest’epoca che non gli piaceva, in fondo che cosa ci stava a fare: «Non si può passare la vita a rimpiangere i vecchi tempi – aveva dichiarato un anno fa a Torino -. Io non faccio più film perché non sono in grado. Se potessi racconterei quest’Italia allo sbando. Sono tempi vuoti e pericolosi. Riprenderei questo Occidente chiuso in un bunker, che per paura è pronto non a respingere, ma a uccidere gli stranieri che arrivano da noi».

Per chi, nato a Viareggio il 16 maggio del 1915, aveva realizzato, con Dino Risi e Luigi Comencini, il miracolo della commedia all’italiana, dirigendo film cardine della storia del cinema, da «Guardie e ladri», nel 1951, ai «Soliti ignoti», nel 1958, dal capolavoro «La grande guerra», Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia, nel 1959, ai «Compagni» nel 1963, ammettere pubblicamente di non poter più dirigere doveva essere stato duro, e difficile: «Non so cosa potrei avere da dire di così importante da giustificare un ritorno alla regia». Le battute caustiche, il piglio deciso, la parola d’ordine più fedele, ovvero retorica mai, devono aver nascosto un momento di vita complicata, pesante. Non ci si uccide a 95 anni, lo dicono tutti, lo dice Giovanni Veronesi, il regista che nel maestro si specchiava con affetto e deferenza, ma lo dice anche un tassista romano che sente la notizia e subito si scatena sull’Iphone. Anche il padre, Tommaso, scrittore e giornalista, si era tolto la vita nel 1946. Forse quella tragedia gli era rimasta in mente, come un esempio da tener presente, quando proprio non ce la si fa più: «Un anno fa – dice Carlo Verdone – lo avevo chiamato per fargli gli auguri di Natale. Rimase sorpreso, mi disse “gli auguri non me li fa più nessuno”». Alla sua età, deve aver pensato, che cosa si può più augurare. Dopo aver diretto gli attori più grandi nel massimo fulgore del talento, da Totò a Alberto Sordi, da Vittorio De Sica a Marcello Mastroianni, da Ugo Tognazzi a Walter Chiari, da Anna Magnani a Nino Manfredi, da Paolo Villaggio a Philippe Noiret, dopo aver visto, nell’occhio della macchina da presa, tanta vita e tanta bravura, si poteva anche non aver più voglia di niente.

Quando era morto Vittorio Gassman, il suo Gassman, quello dell’«Armata Brancaleone» e di «Brancaleone alle crociate», lo si era visto, Mario Monicelli, arrivare a testa bassa, con l’andatura svelta di sempre, sotto casa dell’attore. Tutti pensavano che terribile prova assistere alla fine degli amici. Poi è successo tante altre volte. E intanto il cinema, quello vero, quello delle giornate sui set, degli scherzi e del lavoro, della rivalità tra attori e dei cestini mangiati durante la pausa, si allontanava sempre di più. Dopo l’ultimo, grande successo, «Speriamo che sia femmina», l’opera in cui Mario Monicelli rivelava al meglio la sua profonda conoscenza dell’animo delle donne insieme alle contraddizioni del femminismo, arrivarono «Parenti, serpenti», «Cari, fottutissimi amici», la miniserie tv «Come quando fuori piove» e poi, nel 2006, «Le rose del deserto», ispirato al «Deserto della Libia» di Mario Tobino e a «Guerra d’Albania» di Giancarlo Fusco. Per realizzare il progetto c’erano voluti anni, e la lavorazione fu rallentata da ritardi e difficoltà. Basta, deve aver detto Monicelli, i premi, i riconoscimenti, gli inviti ovunque, piovevano da tutte le parti e lui ci andava, senza perdere la voglia di dire ogni volta esattamente quello che pensava. Durante la scorsa estate aveva arringato a Roma gli studenti di una scuola di cinema: «Dovete usare la vostra forza e non tacere, dovete sovvertire, protestare. Fatelo voi che siete giovani. Io non ho più l’età». Lo avevano ricambiato con un’ovazione, quei ragazzi attoniti davanti a un anziano più arrabbiato di loro. Peccato, magari oggi, se ci fosse ancora, sarebbe stato contento di vedere le ultime proteste. E di vedere anche nuovi registi crescere: «Speravo che Paolo Sorrentino e Matteo Garrone non fossero solo una fiammata, invece mi sa che è così». Con l’ultimo lavoro aveva raccontato il suo quartiere, «Vicino al Colosseo c’è Monti» e si era un poco rincuorato: «A me pare di sentire una svolta, il sussulto c’è, non si fanno solo film di puro passatempo».

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Mario Monicelli si toglie la vita Cinema sotto choc
Il signore della commedia all’italiana aveva 95 anni s’è buttato dal balcone dell’ospedale dov’era ricoverato
FRANCESCA SCHIANCHI ROMA
Una carriera irripetibile

ERA NATO IL 15 MAGGIO 1915 A VIAREGGIO, FIGLIO DEL CRITICO TEATRALE E GIORNALISTA TOMASO E DOPO LA LAUREA IN STORIA

Mario Monicelli – fantastico regista e uomo di raro spessore – non ha saputo affrontare la tensione della malattia, e così se n’è andato, suicida, ieri notte all’Ospedale San Giovanni di Roma. Il fatto è accaduto intorno alle nove di sera, ma non si può essere più precisi, perché il regista era ricoverato in una stanza singola, al quinto piano del reparto urologia, con lui non c’era nessuno e la finestra dava su un’area riservata del grande parco nosocomiale. Quindi, in totale solitudine, ha aperto al finestra e si è lanciato nel vuoto.

Solo dopo una mezz’ora se ne sono accorti alcuni addetti alla sorveglianza, ed è scattato l’allarme. Quando la notizia si è diffusa, intorno alle 22,30, una folla di cronisti si è riversata sull’ospedale, ma il servizio d’ordine era ferreo e si è cercato di non far passare estranei.

Alle 23, sotto quella finestra ancora aperta e illuminata, il cadavere di Monicelli giaceva sotto un telo di plastica bianca. Sulla città scendeva una pioggia fitta e ininterrotta. Solo una transenna con i nastri bianchi e rossi impediva di avvicinarsi ulteriormente alla salma.

Al reparto di Urologia nessuno è autorizzato a parlare e, con ogni probabilità, l’ospedale non fornirà un suo comunicato prima della mattinata di oggi. Si sa, tuttavia, che Monicelli era stato ricoverato solo ieri, in una stanza a pagamento, e che era affetto da un grave tumore alla prostata, qualcuno dice «in fase terminale». A mezzanotte in punto sono usciti dal reparto il questore di Roma Francesco Tagliente e la presidente della Regione Lazio Renata Polverini: «La famiglia chiede riservatezza attorno a questa tragedia, rispettiamola».

Una preghiera accolta dagli stessi sanitari i quali fanno trapelare solo la sensazione che avevano avuto nelle ultime ore: un uomo molto provato.

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“Noi siamo di un altro tempo”

L’ultima intervista su De Laurentiis «Purtroppo oggi non c’è più cultura»

MICHELA TAMBURRINO

TORINO – Era malato Mario Monicelli. La voce stanca. Da casa, a metà novembre, gli avevano protetto il riposo: “Non sta bene, non può parlare”. Ma lui no, aveva insistito. Voleva esserci perché si parlava di un suo amico, di Dino De Laurentiis, il suo produttore d’elezione, quello degli inizi che se ne era andato. Con una battuta che oggi suona premonitrice ma che era perfettamente in linea con il suo humour disse: «Mi telefona per la morte di De Laurentiis perché ritiene che io sia il prossimo?». Poi si era lasciato andare all’asciutta nostalgia, lucida, perfetta: «Avevo un ottimo rapporto con i miei produttori. Erano rapporti, duri, decisi. Come li si poteva avere con i grandi imprenditori che amavano il cinema come lo amavamo noi». I film che gli erano rimasti nel cuore erano troppi e lui li ricordava tutti: «Con De Laurentiis ho fatto tanti film di pregio, Guardie e ladri perché Totò e Fabrizi erano grandissimi e anche Vita da cani , non è dei più conosciuti ma aveva un cast strepitoso, con Fabrizi, Lollobrigida e Mastroianni. Venne fuori un prodotto di gran qualità. Per fare un film buono bisogna metterci dentro, sempre, la verità, la profondità di un pensiero aperto. Questi erano produttori abituati a fare film di tutti i tipi; dall’Olimpo ai western all’italiana. Quel cinema ha inventato attori e attrici di prima grandezza, mica gente da poco. Grazie a queste persone il nostro cinema ha acquistato credibilità e fama internazionale».

Monicelli s’infervorava, ricordando il passato mentre questo presente, si sentiva dal tono spiccio, lui lo disistimava. «La nostra era un’altra epoca. Ci si frequentava prima del set, oltre il set. Ci si frequentava noi, gente di cinema, prima che il cinema diventasse quello che poi è stato. Eravamo tutti colleghi in quanto ricercatori. In definitiva, eravamo tutti dei vagabondi».

Sembrava non si sentisse più parte di questo tempo: «Noi avevamo coraggio. Eravamo altra gente. Pensi agli Olivetti, agli Agnelli, agli Innocenti, allora tutto nasceva e gli imprenditori non temevano il nuovo. Oggi mancano quelle teste, persone che con coraggio portavano avanti il mondo. Gente di enorme personalità, di molta ignoranza ma di grande cultura».

La cultura, era un tasto sul quale batteva Mario Monicelli, perché la vedeva snaturata, poco considerata, soprattutto, fraintesa: «Si sbaglia quando si pensa che la cultura sia nozionismo, erudizione. Invece significa aver vissuto in un contesto e averne capito i margini precisi. Significa credere in quello che fai, con verità e abnegazione ed essere pronto a tutto per poterlo realizzare».

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I REGISTI DEL TFF

Dopo lo sgomento il brindisi “A Mario”

TORINO – «Quanti straordinari film ha fatto, ne basterebbe uno solo per fare un grande Lui li ha girati tutti» Dario Argento regista

La notizia raggela la tavolata che al Cineporto di Torino sta festeggiando il regista Giuseppe Bertolucci, che al Torino Film Festival ha appena ricevuto, insieme con l’esercente cinematografico Lorenzo Ventavoli e con Silvia Toso, ideatrice della trasmissione «Hollywood Party», il premio «Maria Adriana Prolo», intolato alla fondatrice del Museo del Cinema. Tra i commensali anche il professor Franco Prono, il critico Steve Della Casa, e il regista Dario Argento. Sulle prime c’è incredulità, frenetico digitare di telefonini, in cerca di conferme di una tragedia che nessuno vuole accettare. Argento si porta le mani al volto, attonito. Bertolucci sembra impietrito: «Ma è vero? Ma si sa cos’è succes-

so?». Purtroppo arriva la conferma. E’ il momento dei ricordi. Bertolucci tace: «Sono troppo toccato, preferisco non dire nulla». Tace anche il direttore del festival Gianni Amelio, «ma domani – annuncia il direttore del Museo Alberto Barbera – decideremo insieme come ricordarlo al Festival». Della Casa rievoca gli incontri, i passaggi al Festival, i film girati a Torino, a cominciare da «I compagni»: «Era giovane dentro, ancora pieno di curiosità, di idee, di progetti». Argento mormora: «Ma quanti film ha fatto… quanti film straordinari… I soliti ignoti… L’armata Brancaleone…». L’elenco di tanti capolavori apre il cuore anche in un momento così triste. «Ne basterebbe uno solo, per essere un grande regista – sorride – e lui li ha girati tutti. Era una persona straordinaria: così ironico, così duro…». Ventavoli si alza in piedi: «Riempiamo i bicchieri» dice. «A Mario!». «A Mario!». Brindano. «Ciao, Mario». A lui sarebbe piaciuto. [G. FER.]

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da Corriere della Sera

MAURIZIO PORRO

Il tragico addio alla vita di Monicelli

Il regista si è suicidato a 95 anni in ospedale. Era l’ultimo grande di una generazione

È morto a 95 anni il regista Mario Monicelli: si è ucciso lanciandosi dal balcone del reparto di Urologia dell’ospedale San Giovanni di Roma, dove era in cura per un tumore. Nato a Viareggio il 16 maggio 1915, Monicelli è stato uno dei protagonisti del nostro cinema, alfiere della commedia all’italiana. I suoi esordi risalgono agli anni Trenta. Tra i suoi film più amati: «I soliti ignoti», «La grande guerra», «L’armata Brancaleone» e «Brancaleone alle Crociate», «Il marchese del Grillo», due capitoli della trilogia di «Amici miei», «Speriamo che sia femmina». Nel 2006 aveva diretto «Le rose del deserto». ROMA — «Ma deve stare proprio sotto la pioggia? Non potete spostare mio marito da lì? È assurdo che nessuno intervenga…». Chiara Rapaccini si dispera. Piange, composta, senza scenate, ma decisa, mentre gli agenti della Scientifica scattano fotografie al lenzuolo bianco che copre il corpo di Mario Monicelli.

Spostarlo dal viottolo accanto alla siepe, alle spalle del pronto soccorso, non è però possibile, almeno fino all’arrivo del magistrato di turno.

Sull’ospedale San Giovanni piove a dirotto, arriva la presidente della Regione Lazio Renata Polverini, amici e conoscenti del maestro. Da sei giorni il regista de La grande guerra e I soliti ignoti era ricoverato nel reparto di urologia 2 per una serie di accertamenti. Medici e infermieri lo conoscevano bene: Monicelli, 95 anni, era affetto da un male incurabile, ma nonostante questo non aveva perso il buonumore.
Anche ieri mattina nel reparto, diretto dal primario Gianluca D’Elia, raccontano di averlo visto sorridente, con la battuta sempre pronta. Alle 20.30 di ieri un infermiere gli ha somministrato i medicinali, poi lo ha lasciato da solo nella sua camera. A quel punto Monicelli, secondo la ricostruzione della polizia, si è affacciato al balcone del quinto piano ed è caduto di sotto. Un volo di oltre 15 metri che non gli ha lasciato scampo.

Mezz’ora più tardi gli infermieri sono tornati nella stanza e non l’hanno trovato a letto. L’allarme è scattato subito: ancora pochi minuti e gli addetti alla vigilanza dell’ospedale hanno scoperto il corpo del regista proprio sotto al reparto, accanto a quello di maternità. Inevitabili le indagini del commissariato Celio per valutare anche l’ipotesi di una caduta accidentale, anche se è al suicidio che tutti pensano in questa notte piovosa. Come aveva fatto il padre Tomaso, giornalista e scrittore, nel ’46 sparandosi un colpo di pistola.

«Lo lasciavano troppo solo, non lo seguivano abbastanza», avrebbe accusato la compagna di Monicelli, che in mattinata sembra abbia avuto un litigio col personale sanitario proprio per questo motivo. Altre testimonianze raccontano i difficili ultimi giorni del principale interprete della commedia all’italiana, tra momenti di lucidità e altri di confusione.

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Se ne è andato con un tragico colpo di scena, Mario Monicelli, cinico, anche verso se stesso, simpatico viareggino classe di ferro 1915, tanto di ferro che sopravvisse anni fa a un incidente pauroso ma non se l’è sentita di continuare a vivere 95enne malato, sopravvissuto a quella generazione che ha fatto grande il nostro cinema, pur avendo passato una vita a farci ridere, sorridere e pensare, in quest’ordine. Non si considerava un artista, solo un artigiano e fino all’ultimo ha vissuto da ragazzo, tornando a vivere da solo a 85 anni andando in trattoria due volte al giorno. Diceva sempre, non per vezzo, che il set era come una bottega rinascimentale in cui ciascuno dà il suo contributo, vedi gli sceneggiatori complici Age e Scarpelli o l’amica Suso Cecchi D’Amico con cui ha diviso centinaia di tavolate domenicali: vade retro l’Autore.

Le rose del deserto Michele Placido (a sinistra) e Giorgio Pasotti in una scena dell’ultimo film di Mario Monicelli: «Le rose del deserto», del 2006

Nella sua lunga carriera, che inizia nel ’35 con un premio a Venezia a un film a formato ridotto sui Ragazzi della via Paal girato col cugino Alberto Mondadori, ha fatto guadagnare con i suoi film i più alti plus valori della storia. Il Leone alla carriera è stato obbligatorio. È stato uno dei padri della commedia italiana, cui preferiva togliere «all’», ma si riconosceva volentieri erede della commedia dell’arte: tutto viene dalla fame di Arlecchino e Pulcinella, che lui chiamava Sordi, Gassman o Tognazzi, maschere dell’attuale società.

Figlio di un giornalista drammaturgo, Mario studia a Milano dove incrocia intellettuali come Cantoni, Paci e Lattuada, diventa filosofo a Pisa e presto diventa regista a quattro mani in coppia con Steno. Insieme firmano film popolari in testa agli incassi nell’Italia del dopoguerra. Da Al diavolo la celebrità del ’49 al bellissimo Vita da cani con Fabrizi e la Lollobrigida sui guitti del varietà, fino a Totò cerca casa che, ridendo, parla della crisi degli alloggi. Così come è fortemente interclassista Guardie e ladri, scritto con Brancati e Flajano per Totò e Fabrizi, carabiniere con debolezze umane, per cui ha i primi rimbrotti della censura Dc, moltiplicati poi per 39 volte in Totò e Carolina. Con Steno firma il cecoviano Totò e i re di Roma, Proibito con la Massari e l’antonioniano Le infedeli sull’alta borghesia, Un eroe dei nostri tempi con Sordi già borghese piccolissimo.

L’arte di arrangiarsi trova la sua glorificazione nel capolavoro sulla piccola malavita che Monicelli dirige nel ’58 inaugurando le sue storie di «gruppi» di perdenti. I soliti ignoti, appunto, un Rififi che finisce a pasta e ceci, dove il regista inventa personaggi straordinari, scopre comprimari come Capannelle e Ferribotte e la Cardinale; ma soprattutto, cambiandogli i connotati anche psicologici, intuisce la vis comica di Gassman, così come lancerà la Vitti brillante della Ragazza con la pistola.

Monicelli è un rabdomante, direttore di attori cui non sfugge alcuna qualità. Con La grande guerra, ’59, film Leone d’oro ostacolato dal potere, firma un capolavoro attuale per sempre. Acquistato, suo malgrado, lo status di Maestro, Monicelli gira I compagni commossa rievocazione dei primi scioperi fine Ottocento, in anticipo sui tempi.

Ecco che allora il nostro paga pegno alla commedia ad episodi: è suo il primo atto di Boccaccio 70 che viene però tagliato per ragioni di metraggio; suoi alcuni capitoli di Alta infedeltà, Le coppie, Le fate; suo Casanova 70 con Mastroianni seduttore. Uno dei suoi capolavori rimane nel ’60 Risate di gioia, l’unico film in cui recitano insieme Totò e la Magnani, gran coppia teatrale: commedia in equilibrio perfetto su note comiche e amare. Quasi per caso, innamorato del Medioevo e del grammelot del cavaliere inesistente Gassman, ecco il film preferito dal l ’ a ut or e , L’armata Brancaleone, seguito da Brancaleone alle crociate, nel segno del grottesco e valorizzando gli estri popolari.
È un momento magico: subito dopo un altro en plein con La ragazza con la pistola, satira alla Germi del delitto d’onore nella swinging London, mentre torna a casa, a Milano, per Romanzo popolare, triangolo operaio con Gassman, Placido e la Muti. Sensibile alle letteratura, Monicelli traduce la Ginzburg in Caro Michele, una delle migliori Melato su piazza, e Un borghese piccolo piccolo di Cerami, che interpreta la ferocia degli anni di piombo, regalando al «mostro» Sordi il ruolo di giustiziere della notte. Non tutto riesce a sfondare, a piacere subito. Ci sono film di Monicelli che restano di nicchia e sono meno riusciti, come La mortadella con la Loren, il polemico Vogliamo i colonnelli, Viaggio con Anita, progetto felliniano; Temporale Rosy sul catch femminile, con Depardieu. Ritrova però il favore del pubblico con lo spiritoso Marchese del Grillo, un leggendario e cinico Sordi in una Roma da Rugantino; con Speriamo che sia femmina dove si diverte a mandare in una campagna tosco-cecoviana la Ullman, la Deneuve, la Sandrelli e la Cenci. L’ultimo best seller è Amici miei in due atti, progetto ereditato da Germi sulla malinconica amicizia che si perpetua con le «zingarate» oltre l’età: storia di gruppo e solidarietà virile. Ma il nazional popolare Monicelli lavora sempre: al Mattia Pascal di Pirandello con Mastroianni a I picari, al Male Oscuro di Berto con Giannini e al crudele Parenti serpenti. E poi il kolossal tv Rossini, Rossini con Noiret, la rievocazione post bellica di Cari fottutissimi amici, la new age di Facciamo paradiso con la Buy, i Panni sporchi, Come quando fuori piove per la tv finendo con Le rose del deserto del 2006, su un gruppo di soldati italiani sul fronte africano. Capitoli di una storia patria vista con l’affetto deformante ma sincero di un uomo cinico ma capace di commuoversi sul ritratto di un’Italia grande e cialtrona in cui evidentemente, anche con tutti gli sconti e i saldi di stagione, non proprio non si ritrovava più.

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PAOLO MEREGHETTI

MAESTRO SPIETATO DELLA COMMEDIA

Il rifiuto Ai suoi sceneggiatori diceva di «scrivere solo scene figlie». E rifiutò la Legion d’onore

Da pagina 1 «Ma che, è morto sul serio?», verrebbe da dire, dopo aver saputo la notizia della sua tragica fine, rubando una battuta di Tognazzi/Mascetti in Amici miei, per cercare di esorcizzare la scomparsa di Mario Monicelli e dimostrare che i suoi film e i suoi personaggi sono sempre al nostro fianco e ci accompagneranno davvero per sempre. «La morte è fonte sublime di comicità», aveva detto a Sebastiano Mondadori, nella bellissima intervista che aveva pubblicato per il Saggiatore ( La commedia umana) e vien voglia di immaginare come avrebbe messo in scena il suo stesso funerale, lui così lontano dalla retorica dei discorsi e delle commemorazioni (non tutti sanno che nell’estate del 2010 aveva rifiutato la Legion d’onore: «non mi interessa» aveva detto agli amici). E forse, da dov’è adesso, ringrazia di non dover assistere a una «scena madre» come gli onori che tutti giustamente gli tributeranno, lui che aveva sempre raccomandato ai suoi sceneggiatori di «scrivere solo scene figlie» perché (ha detto sempre a Sebastiano Mondadori) «il dolore come l’amore mostrati nelle loro manifestazioni violente diventano ricattatori». No, il modo migliore di onorare il ricordo di Monicelli è quello di rivedersi i suoi capolavori e rinfrescare nella memoria le caratteristiche di un cinema che in tanti hanno cercato di copiare, ma che nessuno come lui ha saputo mettere in pratica. Solo «scene figlie», la comicità come misura ideale per raccontare il mondo, attenzione e rispetto per i risvolti psicologici e materiali della realtà e poi cattiveria, tanta cattiveria «perché la commedia è cattiva, anzi spietata». A voler riassumere i caratteri fondanti del suo cinema si potrebbe iniziare da qui, dall’attenzione alla società che ci circonda (ecco l’eredità diretta del Neorealismo) e dalla voglia di ridere delle miserie umane (ed ecco i legami con la grande tradizione letteraria nazionale, a cominciare dal Boccaccio per arrivare a Goldoni attraverso la commedia dell’arte). Monicelli non nasce dal vuoto ma dalla miglior tradizione del nostro cinema e della nostra cultura, a cui ha saputo dare il contributo della sua professionalità e del suo genio. La prima — la professionalità — era la strada che gli avevano aperto i Blasetti, i Mattoli, i Matarazzo, i Freda ma anche i Totò, i Fabrizi, le Magnani, i Macario, cioè tutti quei protagonisti del cinema italiano che gli hanno permesso di «imparare il mestiere» insieme ai trucchi e alle suggestioni di cui ogni giorno faceva esperienza diretta. A cominciare dal piacere del lavoro di gruppo («nel cinema è sempre molto difficile individuare l’autore del film, anche perché è quasi sempre più di uno»), che affina l’arte di non prendersi troppo sul serio e di rispettare il ruolo e il contributo degli altri. La genialità di Monicelli, invece, va cercata nella capacità di fondere analisi sociale e fluidità narrativa, gusto della caricatura e amore per la verosimiglianza, ambizione «didattica» e carica dissacratoria. Più di Risi, più di Comencini, più di Lattuada, Monicelli ha permesso alla farsa di diventare commedia di costume (pensare a Guardie e ladri) ea questa di diventare «commedia all’italiana» (a partire da I soliti ignoti e La grande guerra) con la sua capacità di ridere delle nostre miserie ma anche di raccontarle con realismo e sguardo da antropologo. Senza nasconderne né i vizi né i drammi, né la vita né la morte.

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Paolo Foschi, Rinaldo Frignani

L’addio tragico di Monicelli

Il grande regista si è ucciso a 95 anni gettandosi dal balcone dell’ospedale

Da pagina 1 ROMA — «Ma deve stare proprio sotto la pioggia? Non potete spostare mio marito da lì? È assurdo che nessuno intervenga…». Chiara Rapaccini si dispera. Piange, composta, senza scenate, ma decisa, mentre gli agenti della Scientifica scattano fotografie al lenzuolo bianco che copre il corpo di Mario Monicelli.

Spostarlo dal viottolo accanto alla siepe, alle spalle del pronto soccorso, non è però possibile, almeno fino all’arrivo del magistrato di turno.

Sull’ospedale San Giovanni piove a dirotto, arriva la presidente della Regione Lazio Renata Polverini, amici e conoscenti del maestro. Da sei giorni il regista de La grande guerra e I soliti ignoti era ricoverato nel reparto di urologia 2 per una serie di accertamenti. Medici e infermieri lo conoscevano bene: Monicelli, 95 anni, era affetto da un male incurabile, ma nonostante questo non aveva perso il buonumore.
Anche ieri mattina nel reparto, diretto dal primario Gianluca D’Elia, raccontano di averlo visto sorridente, con la battuta sempre pronta. Alle 20.30 di ieri un infermiere gli ha somministrato i medicinali, poi lo ha lasciato da solo nella sua camera. A quel punto Monicelli, secondo la ricostruzione della polizia, si è affacciato al balcone del quinto piano ed è caduto di sotto. Un volo di oltre 15 metri che non gli ha lasciato scampo.

Mezz’ora più tardi gli infermieri sono tornati nella stanza e non l’hanno trovato a letto. L’allarme è scattato subito: ancora pochi minuti e gli addetti alla vigilanza dell’ospedale hanno scoperto il corpo del regista proprio sotto al reparto, accanto a quello di maternità. Inevitabili le indagini del commissariato Celio per valutare anche l’ipotesi di una caduta accidentale, anche se è al suicidio che tutti pensano in questa notte piovosa. Come aveva fatto il padre Tomaso, giornalista e scrittore, nel ’46 sparandosi un colpo di pistola.

«Lo lasciavano troppo solo, non lo seguivano abbastanza», avrebbe accusato la compagna di Monicelli, che in mattinata sembra abbia avuto un litigio col personale sanitario proprio per questo motivo. Altre testimonianze raccontano i difficili ultimi giorni del principale interprete della commedia all’italiana, tra momenti di lucidità e altri di confusione.

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Valerio Cappelli

Verdone: era molto depresso e mi sembrava solo, lontano «Non sempre riuscivo a capire fino in fondo il suo cinismo»

ROMA — «L’ho saputo cinque minuti fa – dice Carlo Verdone – un grande regista di commedia…Che abbia fatto questo gesto così estremo, mi turba molto». Era depresso, che lei sappia? «Sì, era molto depresso negli ultimi tempi». Anche Vittorio Gassman lo era, però…«Però è diverso, ci sono grandi artisti che improvvisamente devono fare i conti con gli anni che passano. Hanno puntato tutto sul lavoro, e non possono più lavorare. Perché la salute non li aiuta più. È un dramma, è sempre un bene che gli artisti non si chiudano in se stessi. A volte lo vedevo cenare da solo al ristorante in via del Pellegrino, a due passi da Campo de’ Fiori. Mi vengono i brividi a pensare che Mario trovò suo padre suicida nel bagno, sono cicatrici che restano, ci sono cose che geneticamente, misteriosamente, camminano dentro di noi».

«Ha raccontato il nostro Paese con raffinatezza, delicatezza ironia. Forse non sopportava più la vecchiaia. Era malato. Forse la notizia di qualcosa di irreparabile. Lui, Risi, Germi, erano tre punti di riferimento importanti, non solo per me ma per tutti i colleghi che praticano la commedia. Chi vedeva di sicuro i miei film era Dino Risi. Mi chiamò per Gallo cedrone, che divise la critica. Mi disse che gli era piaciuto per la follia e la bipolarità così attuale del protagonista».
Monicelli aveva una scorza più dura, meno lieve degli altri due. «Aveva un cinismo di fondo che a volte non riuscivo a capire fino in fondo. Era un uomo battagliero, a volte troppo radicale. Ma c’era una grande umanità dietro ai suoi film, forse quella durezza era una facciata, una maschera, poi sullo schermo esce la tua vera natura» Vi vedevate? «Non molto. Una volta polemizzai con lui su un quotidiano romano». Cos’era successo? «Gli era scappata una frase, mi definì un qualunquista». Mi chiamò Corrado Augias: «Hai visto che macello, però sono arrivate centinaia di lettere solidali con te». Il giorno dopo gli scrissi una lettera: «Caro Mario, ti ho dato un premio alla carriera in Toscana la settimana scorsa, te l’ho dato col cuore. Io non sono un qualunquista: sono un interprete del qualunquismo, l’ho rappresentato ». Siamo stati mezz’ora al telefono: “Volevo intendere un qualunquismo alla Trintignant”, mi disse. Per me, l’incidente era chiuso. Fu una polemica leggera che mi dispiacque. Ho un ricordo bello di lui. L’anno scorso chiamai Goffredo Fofi per ricambiare gli auguri, era Natale. Monicelli era a casa sua. Me lo passò. “Che bello – mi disse – noi degli Spettacoli gli auguri non ce li facciamo mai”. Mi fece molta tenerezza. Avevo la sensazione di una persona che se ne stava a casa, isolato da tutti. Gli ribattei, ce la faremo a cenare una sera insieme. Non ce l’abbiamo fatta».

Il film di Monicelli che ha nel cuore? « Amici miei, per la malinconia umbratile; per la solitudine dei protagonisti. Che poi era la sua solitudine».

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