Dalla rassegna stampa Personaggi

«Profeta reazionario», la destra arruola Pasolini

Il «Secolo d’Italia» dedica un numero monografico all’autore degli «Scritti corsari» ucciso 35 anni fa

È vero, si iscrisse al Partito comunista due anni dopo che i partigiani della Garibaldi gli avevano ucciso il fratello Guido. E continuò a dirsi marxista anche quando i perbenisti del Pci lo espulsero per «indegnità morale» a causa delle sue frequentazioni omosessuali. Non sono motivi sufficienti per non rintracciare nella personalità di Pier Paolo Pasolini a 35 anni dalla morte (2 novembre 1975) affinità con la cultura di destra. Potrebbe essere riassunto così il numero monografico che ieri il «Secolo d’Italia», «quotidiano di Alleanza nazionale» diretto da Flavia Perina alle prese in questi giorni con una drammatica crisi economica, ha dedicato all’autore dei Ragazzi di vita e regista di Accattone.

La cultura di destra arruola dunque una delle icone della sinistra intellettuale? Certo si tratta di rivalutazione e in alcuni casi di un mea culpa per non averne inteso le capacità profetiche e l’apertura a-ideologica, soprattutto nel dopoguerra dominato dallo scontro fra destra e sinistra. Marco Iacona ricorda la collaborazione di Pasolini con Giovannino Guareschi nel film La rabbia (1963), «esperimento di andare oltre gli steccati destra/sinistra e di proporre una critica condivisa al consumismo». Pasolini, è la tesi, fu un profeta sopra le parti, per esempio quando negli anni delle stragi «si autoescluse dal linciaggio mediatico dei cosiddetti “fascisti”». Un indipendente «non avvezzo alla morale comune», che «ama Ezra Pound con cui dialoga in una celebre intervista televisiva».
Negli interventi ricorre la citazione del sessantotto di Pasolini visto dalla parte dei poliziotti figli del popolo contro i capelloni «figli di papà», l’odio per la televisione madre della cultura omologante, ma si parla anche di quel «saluto e augurio» rivolto a un fascista «morto», cui affida tuttavia «la missione di amare i poveri purché restino poveri»: «ama la loro voglia di vivere soli / nel loro mondo / tra prati e palazzi». Versi che fanno sentenziare a Miro Renzaglia: «Per essere reazionario, Pier Paolo Pasolini era reazionario». Su questa china il critico Maurizio Cabona sottolinea le «affinità» con Mishima: «La somma d’omosessualità, morte violenta e posizioni politiche eccentriche appaiò Mishima e Pasolini: non erano stati segnati entrambi dalla guerra mondiale vissuta dalla parte dei vinti? Non tenevano entrambi alla vigoria del corpo? Non erano entrambi nostalgici di una tradizione nazionale perduta?».

C’è poi spazio per un mea culpa. Lo fa Adalberto Baldoni, autore con Gianni Borgna del libro Una lunga incomprensione: Pasolini fra destra e sinistra (Vallecchi). Baldoni ricorda le aggressioni fisiche alla presentazione di «Mamma Roma» nel settembre 1962. Era l’epoca del «muro contro muro» e dell’omofobia dell’Msi. Sicuri che queste pulsioni siano per sempre scomparse?

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