Dalla rassegna stampa Libri

"Narro un´apocalisse per dire cose serie in maniera leggera"

Così Matteo B. Bianchi nel nuovo lavoro mette in scena amore gay e tv – Finora ho sempre scritto di me stesso o di personaggi che conoscevo. Questa volta ho inventato tutto, ma per rappresentare meglio la realtà

La fosca profezia di una maga spinge il protagonista a fare i conti con se stesso

Una sensitiva pronostica a un giovane autore televisivo milanese, omosessuale e single, due mesi di vita, di fatto inchiodandolo alle domande più scomode a proposito di se stesso. Lui reagisce andando alla ricerca dei suoi amori passati, in Sardegna, a Roma, a San Francisco. Apocalisse a domicilio (Marsilio) è il quarto romanzo di Matteo B. Bianchi, che aveva esordito con Generation of love, il miglior erede di Altri libertini di Tondelli.
Apocalisse nel titolo: scelta coraggiosa. Perché?
«È bellissima e basta. Così evocativa, inquietante. Era un sacco di tempo che volevo ficcarla in un titolo. È anche un segno di cambiamento nella mia narrativa. Questo romanzo non è ironico e divertente come ciò che ho scritto in precedenza. Affronta un tema grave, anche se lo fa con leggerezza».
La stessa con cui cita Flaiano e i Ladytron in exergo?
«La mia formazione mescola letteratura e musica pop. Convivono nella mia testa. Qui però l´immaginario tv e musicale resta sul fondo, non è preponderante come nei lavori precedenti.
Così si allontana dalla dimensione autobiografica?
«Apocalisse a domicilio è pura fiction. Andy Warhol diceva che quando scrivi su di te educhi te stesso. Prima ho sempre raccontato di me o di persone che conoscevo, questa volta mi sono inventato personaggi e situazioni. Quindi forse si può dire che è il mio romanzo della maturità».
Il protagonista è comunque un autore televisivo, come lei.
«Ma non sono io e non mi assomiglia. Nelle mie intenzioni doveva essere addirittura antipatico. Conosco bene la televisione e collocando il protagonista in quel mondo, ero sicuro di essere più realista nel costruire la storia».
Quanto influisce il lavoro per la tv sulla sua scrittura?
«In realtà non molto. Sono stato copy pubblicitario, autore in radio, ho scritto una commedia teatrale e ho fatto il giornalista. Sono stato influenzato dall´insieme di queste esperienze. Dalla tv ho imparato l´esigenza di mantenere un ritmo serrato per tenere viva l´attenzione».
Il suo è anche un romanzo molto milanese. Qual è il suo rapporto con la città?
«Di dipendenza, come un tossico. Non potrei vivere da nessun´altra parte. Vengo dalla provincia e Milano me la sono conquistata, vedendola come il centro del mondo. Però mi fa infuriare per le sue potenzialità soffocate da un´amministrazione cieca. È una città che non investe sui giovani e sul futuro e cannibalizzata dalla moda, un mondo autoreferenziale che lascia tutti gli altri fuori. A Berlino, a Londra, a Barcellona i locali sono gestiti da ventenni, ci sono piccole gallerie di giovani artisti, realtà in continua evoluzione. A Milano non accade».
Nel romanzo mette in scena anche un confronto tra San Francisco e l´Italia. Sconfortante per noi.
«In pochi accenni, ma molto chiari. San Francisco e Milano di appaiono due estremi. I diritti delle coppie di fatto omosessuali là sono pari a quelli degli altri, qui non se ne parla nemmeno, pur esistendo da anni nella realtà italiana le famiglie omosessuali. Non aver ancora affrontato la questione di questi diritti civili per me è un fatto di puro razzismo».

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.