Dalla rassegna stampa Libri

La solitudine del prete in compagnia di Dio

…. Il prete gay e il libertino. Tutti sotto i riflettori. Che virtù e difetti si vedono meglio. E non c’è angolo dove possono nascondersi…

Parroci, esorcisti, missionari: la fede e i dubbi
I suoi sono fatti di «carta». Quella ruvida che ti scortica le dita e l’altra, così fine, che ci vuole una mano leggera per scriverci sopra. Quelli impossibili da cancellare o che basta voltare la pagina per dimenticarli: sono i preti «nati dalla fantasia e dalla penna dei grandi scrittori». Vittorino Andreoli ne ha messi in fila 63. In un libro solo: Preti di carta. Storie di santi ed eretici, asceti e libertini, esorcisti e guaritori (Edizioni Piemme, pp. 518, € 22). Vestiti con la tonaca preconciliare e la tuta blu degli anni di piombo. L’abito, più che mai, non sempre fa il monaco. Nessuna classifica, proibite le pagelle, gli angeli mischiati a chi è finito all’inferno anche con un «don» davanti al nome, servito solo ad aggravare la pena. I suoi sacerdoti sono tutto e non sono niente. Dipende da come li guardi. E l’occhio del cristiano non sempre è il più accomodante. «Perché — scrive Pavese — è religione anche non credere in niente».

Il primo è Narcisso Pramper da Udine, prete eretico del Cinquecento. L’ultimo don Carmine Bianco, parroco a Taranto. In mezzo la solitudine di chi è costretto a vivere con la gente dentro casa. Di chi sta sempre dalla parte delle risposte, ma continua a farsi domande. I preti che ti viene voglia di credere in Dio e gli altri che già l’incenso ti dà l’allergia. Il confine tra il santo e il peccatore è più ballerino di un titolo in Borsa e più instabile del cielo sopra le Azzorre.
Andreoli racconta i sacerdoti facili da ricordare. Con una faccia sola, magari sbagliata. Il don Abbondio di Manzoni. Uno che ha scambiato il posto sicuro con la vocazione. E il don Camillo di Guareschi, che fa presto a dividere il mondo in due. Ma sono i preti descritti da chi vive nel dubbio ad intrigare. I «lontani», i miscredenti. Quelli disegnati da Saviane e Pavese. Preti professori con il giornale vicino al breviario. Il padre Felice della Casa in collina. Il suo amico Cesare che chiede di sfogliare il libro di preghiere: «La liturgia cattolica accompagna l’annata e riflette il lavoro dei campi: questi discorsi mi calmavano, mi davano pace». Preti guardati con la curiosità di chi si chiede «ma che mestiere è?» E gli altri «ma come fanno senza una donna?». Che poi le «tentazioni» sono sempre le stesse: sesso e potere. E non c’è prete che tenga. «Perché in ogni parrocchia che si rispetti ci trovi il diavolo». In una Chiesa da servire prima ancora che da capire. Con le gerarchie che, talvolta, ti soffocano persino quando sono così lontane. I sacerdoti difficili ai confini dell’eresia, cui danno ragione solo quando non ci sono più. Magari li fanno anche santi. Dopo, però. E davvero allora bisogna credere davvero alla vita eterna.

Preti che non oltrepassano il sagrato e i missionari dentro posti da romanzo di Salgari. Deserti e foreste. Giungle e pitoni. Il deserto di Chalbi, nel Kenya e poi Lodokejek. Inutile cercarli anche su Lonely Planet. Ci vivono i Gabra e i Samburu e per tanti anni don Piero Gallo. L’Africa dentro me è il vademecum di cosa vuol dire stare in quel mondo. Senza perdersi, senza perderli. «È possibile parlare di Dio quando la domanda è sempre rivolta al cibo e alla sopravvivenza?». La risposta è «dispersa nel vento» come cantava Bob Dylan e anche i ragazzini del coro della chiesa.

Gli esorcisti e i guaritori. Don Mario Boretti e le sue battaglie con il diavolo. «Ho cacciato milleduecento spiriti maligni», ricorda. Don Celestino, una laurea in Medicina e poi il seminario. La fama di prete-guaritore. E lui che scappa in un paesino di montagna. Ma la sofferenza gli va dietro come un cane con il suo padrone.

Nei sacerdoti dei romanzi c’è il mistero di qualcosa che non bastano gli antropologi per spiegare. Per questo ci vogliono gli scrittori: Fogazzaro, Deledda, Silone, Magris e Parazzoli. Perché un prete, nella vita, prima o poi lo incontri. Vestito da brigante o da musicista. Peppino Pes e Antonio Vivaldi. E il don Aurelio di Fogazzaro che «non era uomo da combattimento», ma «aspettava solo il trionfo della Verità» e per quella davvero bisogna lottare. Don Francesco Fuschini, la tonaca anarchica girava sempre con un aspersorio in tasca perché «di una benedizione c’è sempre bisogno». Don Frigo, prete in bici nel suo Ora et pedala. Il prete gay e il libertino. Tutti sotto i riflettori. Che virtù e difetti si vedono meglio. E non c’è angolo dove possono nascondersi. Una vita sempre in diretta senza aver studiato prima il copione. E, allora, come viene viene. Perché anche i preti di carta di Andreoli «sono fatti della stessa sostanza degli angeli».


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