Dalla rassegna stampa Cinema

«Così Rocky Horror abita qui da 30 anni»

Parla il patron del Mexico che domani celebra i 35 anni del film ora anche in blu-ray

«Non sognatelo, siatelo». La «tagline» è un imperativo del pubblico di «The Rocky Horror Picture Show», il cine-musical fenomeno che celebra i suoi 35 anni domani con la riedizione in blu-ray Fox e un doppio spettacolo (ore 20.30, 22.30, ingresso gratuito su prenotazione allo 02.4895.1802) nella sua forma interattiva ante litteram: quella «audience participation» inventata da un fan, Sal Piro, che prevede coinvolgimento degli spettatori e animazione live a bordo schermo.

L’evento ha luogo nella sede naturale milanese del film, il Mexico di via Savona, che festeggerà anche trent’anni esatti di tenitura. Un culto che da noi avrebbe rischiato di non diventare tale senza Antonio Sancassani, esercente illuminato. «All’epoca dirigevo una decina di cinema », ricorda, «e il film uscì al Durini a Ferragosto del ’76. Per la Fox era un tappabuchi: niente pubblicità, e il giorno della prima era già cadavere. Ma mi conquistò subito per lo spirito trasgressivamente dolce, la novità, l’unicità». E quattro anni dopo… «Avevo preso in gestione il Mexico quando già le tv private stavano falcidiando i cinema di zona: volevo una sala per i rock movie, come “Woodstock”. E intanto, arrivavano le voci secondo cui alcune sale di periferia negli Usa proiettavano il “Rocky Horror” per gruppi di fan che tornavano a vederlo tutte le sere. Andai a New York per verificare, e lo rivolli: anche perché nel frattempo furoreggiava “Fame” di Alan Parker che lo citava, incuriosendo il pubblico».
La storia si ripetè. «Anche al Mexico, chi veniva tornava: tra gli altri, un Bisio (coi capelli) che stava preparandolo come saggio alla scuola del Piccolo». Iniziava il culto. «250.000 biglietti staccati da allora, tre volte San Siro. Un film “ragione di vita” sia per me sia per i suoi fan. E gli esauriti fissi una garanzia con cui acquistai la sala per modellarla sul mio gusto. Che poi per fortuna coincide con quello di tanti: l’exploit di “Il vento fa il suo giro” (un anno e mezzo in cartellone qui), è figlio di questa filosofia».

Con aneddoti e momenti storici si rischia di riempire un giornale intero. Tra i tanti: «Per anni un signore sconosciuto parcheggiava la Rolls Royce in via Savona e poi veniva “a messa”, e la sera in cui venne a Milano Richard O’Brien (il Riff-Raff dello schermo, coautore del musical) abbiamo creato un vero problema di ordine pubblico». Ma qual è il segreto di questo film mitico? «Non c’è. E questo è il bello. Ognuno proietta nell’iniziazione (pan)sessuale kitsch dei due protagonisti quello che vuole».

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