Dalla rassegna stampa Cinema

Addio a Dennis Hopper il ribelle del cinema americano

Cineasta e attore di culto da «Easy Rider» a «Apocalypse Now» – Dennis Hopper, nato nel ’36 in una cittadina resa nota dal western, Dodge City nel Kansas, morto ieri nella sua casa di Venice, California, per un tumore alla prostata, aveva legato la propria fama alla contro cultura americana…

MILANO — Dennis Hopper, nato nel ’36 in una cittadina resa nota dal western, Dodge City nel Kansas, morto ieri nella sua casa di Venice, California, per un tumore alla prostata, aveva legato la propria fama alla contro cultura americana che nel 1969 si espresse al meglio con Easy Rider, film mito dei giovani ribelli non più senza causa, come diceva nel suo titolo originale Gioventù bruciata, il film con l’amico James Dean in cui Hopper era comparsa, ma con causa invece precisa, ribaltare l’establishment. Tutti i birilli giù, da un lato i borghesi repubblicani isterici che si trovano di fronte a Woodstock, ai capelloni e allo scandalo Nixon-Watergate; dall’altra la old Hollywood in crisi di liquidità e anche di star system per gli studios.

Dennis Hopper fotografato a Parigi nel 2008 con una delle Harley di «Easy Rider» quando gli venne dedicata una grande mostra. Nella foto in alto, nel film, è il primo da sinistra con Peter Fonda e Jack Nicholson

Hopper in questo senso è legato a filo doppio a quell’epoca e a quel film interpretato in piena sintonia di amicizia virile con Peter Fonda: fu un grande successo giovane in tutto il mondo, plus valore inaspettato girato con due soldi che mostrò una nuova via produttiva, copiata. La storia dei due hippies che, venduta la droga, passano per gli States al vento delle loro moto dai lunghi manubri, verso il carnevale di New Orleans, è quella di un viaggio iniziatico ed istruttivo che aggiorna il mito on the road della cultura a stelle e strisce, diventando il manifesto di una generazione anche per merito della colonna rock. Quasi un western all’incontrario, genere ben noto e frequentato da Hopper ragazzo diretto da registi di fama come Hathaway, Sturges al fianco di vecchi pistoleri come Wayne, Douglas e Lancaster. Ma con la storia dei due hippies bloccati dal potere, in cella con quel giovane avvocato che parla dei venusiani (apparizione folgorante di Jack Nicholson), il film di Hopper sdogana la marijuana e mostra, oltre al carnevale con allucinogeni, l’aggressione razzista che si compie nel finale con due fucilate «casual» da parte di un camionista, nella logica post kennedyana che si fa fuori chi non ci piace. Intriso di elementi alternativi, in voga col ’68, come il pacifismo, la droga, la libertà sessuale, la musica pop, Easy Rider fu un proclama che insegnò a far cinema con poche migliaia di dollari e molti amici. Le sequenze con allucinogeni furono montate da un collettivo che comprendeva Nicholson, Jaglom, Bob Rafelson, quella new Hollywood dei giovani, dove sarebbero presto arrivati De Niro, Hoffman e Pacino, che ribaltava epica ed etica. Hopper era allievo proprio della «banda» alternativa ribelle del profeta Roger Corman (l’acido e spettacolare Serpente di fuoco), a contratto con la Warner a 18 anni: con Dean e Mineo nel film di Ray, poi nel Gigante. Ma fatti i conti, Hopper è stato più attore che regista, dato che la sua produzione dopo Easy Rider non ha avuto altri colpi di fortuna: nel ’71 dirige un ambizioso flop, The Last Movie, che lo costringe alla resa fino all’80, quando con Out of the Blue riprende il tema della ribellione, di una ragazza con mamma drogata e papi incestuoso. Un altro fiasco da festival, cui seguono Colors, Hot spot, Ore contate, perfino la malriuscita commedia del profondo Sud Una bionda sotto scorta. Come attore specialista in follie, patologie e nevrosi, sguardi fusi e occhi rivolti all’infinito, è invece una garanzia di lucidità ed espressività. Ha fiducia in lui Wenders nel ’77 con L’amico americano, suo primo bestseller con grandi registi che recitano i banditi e con Hopper nel ruolo di Ripley, seducente personaggio creato da Patricia Highsmith. Con Coppola, dieci anni dopo Easy Rider, in Apocalypse Now è Dennis, il fotoreporter americano di stanza nella giungla dell’orrore accanto a Brando-Kurtz; in Velluto blu di Lynch, è un criminale psicopatico che fa paura alla Rossellini, in Speed un terrorista che riempie di tritolo un pullmino da viaggio e nel Cuore nero di Paris Trout è un violento sì senza causa, senza contare altre decine di titoli in cui, sempre più segnato dal tempo, l’attore interviene senza lasciar quasi più traccia, stereotipo di un giovane ormai scomparso, di una ribellione ora recitata come un avemaria del passato. Infatti è come se il tempo per lui, come per l’amico Fonda, si fosse fermato sulle moto di Easy Rider, alla guida di una nuova America che in seguito non avrebbe più risposto ai suoi comandi.

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PAOLO MEREGHETTI

Un vero poeta con la cinepresa e il pennello

Quando Easy Rider uscì, nel 1969, il critico americano Charles Chaplin seppe sintetizzare il principale valore del film in una formula perfetta: «an instant piece of history». «Un pezzo di storia in diretta» si potrebbe tradurre, senza sapere che oltre al film la definizione si adattava perfettamente anche al suo regista. Lo capiamo meglio oggi, che Hopper se ne è andato per sempre, lasciando dietro di sé un’eredità (e un ricordo) che non si può limitare a questa o quella regia o a questa o quella interpretazione, ma piuttosto a un modo di essere dentro le cose che lo faceva parte inscindibile del suo tempo, testimone e discepolo insieme di un mondo che non poteva limitarsi al cinema. E infatti, l’elenco delle mostre che hanno visto Hopper protagonista— come fotografo, come artista visuale e come collezionista— è quasi più lungo della sua filmografia. Grande conoscitore di arte contemporanea (a cui era stato introdotto dal suo maestro di recitazione Vincent Price, che possedeva vari Kleine, Pollock e Diebenkorn), pittore in prima persona, fotografo non professionista ma quasi, Hopper ha cercato per prima cosa di cogliere lo spirito dei suoi tempi, che passasse attraverso una «Campbell Soup» di Warhol (di cui fu uno dei primi acquirenti, nel 1961) o un servizio su Martin Luther King in Alabama (nel 1965) o una mostra collettiva alla Robert Fraser Gallery di Londra (dove espone sculture in caucciù) o un reportage sui graffiti di Venice (dove ha comprato casa) per finire a posare come «modello» per Julian Schnabel. Vivere il più intensamente possibile la propria contemporaneità, arrivando anche agli eccessi che lo costringeranno a lunghi periodi di assenza per disintossicarsi dalla droga, è l’imperativo a cui Hopper ha ubbidito per tutta la vita, intrecciando curiosità e lavoro, cinema e arte, collezionismo e dissipazione, alla ricerca di un’autenticità che forse non ha mai conquistato nella sua pienezza ma che fa sempre capolino in ogni sua opera, anche in quelle non del tutto riuscite.

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da La Repubblica

Addio Dennis Hopper il ribelle di “Easy rider” che conquistò Hollywood

Mito generazionale da James Dean a Coppola

PAOLO D´AGOSTINI
ROMA – L´attore americano Dennis Hopper è morto ieri mattina nella sua casa di Venice, in California, a 74 anni, consumato da un tumore alla prostata che lo ha portato alla fine nel giro di pochi mesi. La sua popolarità resterà per sempre legata al film “Easy rider”, uno dei miti della controcultura americana, che diresse e interpretò nel 1969 accanto a Jack Nicholson e Peter Fonda.
Se scorriamo la sua filmografia rimaniamo impressionati. Anche da una certa contraddizione. Da una parte Dennis Hopper, nell´aver attraversato anche per via del giovanissimo esordio tutte le stagioni degli ultimi 55 anni di cinema, è stato una figura molto rappresentativa. Ma nel contempo non è mai diventato una figura di primissimo piano. Aveva 18-19 anni quando affiancò James Dean in “Gioventù bruciata” prima e nel “Gigante” poi, cioè due dei tre film interpretati dal mito per eccellenza. Questa partecipazione ha fatto di lui il più giovane affiliato a quella generazione che sconvolse Hollywood nel primo decennio di dopoguerra. Quella di Dean, di Brando, di Newman, di Perkins, di McQueen, ma anche di Eastwood. Ai quali seguiranno via via Warren Beatty, Nicholson, Dustin Hoffman, Jane Fonda. Hopper costituisce un ponte, diciamo, tra il più vecchio (Brando, classe 1924) e quelli di dieci o quindici anni più giovani.
Infatti diventerà un vessillo della nuova stagione ribelle, quella che si annuncia sul finale degli anni 60 proprio con “Easy Rider”. L´impatto assolutamente unico di quello che è destinato a diventare il manifesto di una stagione, anzi di un´epoca, lascia un po´ sullo sfondo la consapevolezza che Dennis Hopper, oltre ad esserne indimenticabile interprete accanto a Peter Fonda compagno di motocicletta e di spinelli (e accanto a Nicholson avvocato), del film firma anche la regia. Una regia, certamente, che matura nell´ambito di una speciale atmosfera di scambio e condivisione. Come è sempre avvenuto per le opere che annunciano la discesa in campo di movimenti artistici giovanili con grandi ambizioni di rottura. Anche i primi film della Nouvelle Vague francese o del Free Cinema britannico erano opere collettive.
Tanto è vero, nel caso di Hopper, che non vengono tanto ricordate le sue successive regie quanto alcune sue fondamentali (tra le tantissime) apparizioni da attore. In “L´amico americano” di Wim Wenders, per esempio, ma su tutte quella in “Apocalypse Now” di Coppola, la monumentale, soffertissima variazione sullo spunto conradiano di “Cuore di tenebra” trasferita nell´inferno vietnamita («Il mio film non è sul Vietnam, il mio film è il Vietnam», celebre frase del regista) dove Hopper è il fotoreporter adrenalinico e allucinato che si aggira per il macabro accampamento di Kurtz. Tra l´altro Hopper è stato davvero fotografo e pittore.
Nello stesso anno, 1983, è nei cast di due film di grande valore, ciascuno a suo modo simbolico. “Osterman Weekend”, ultimo film di Sam Peckinpah, e “Rusty il selvaggio”, il “piccolo film” nel cui bianconero Coppola, dopo i gigantismi dei “Padrini” e di “Apocalypse Now”, torna nostalgicamente all´inizio di tutto, alla gioventù ribelle, alle bande. E infine, solo qualche anno dopo, è in “Velluto blu” di Lynch. Insomma tutti incontri di grande peso, che indicherebbero sia il temperamento di un attore esigente sul piano delle affinità e delle sintonie, e sia la sua “appetibilità”, il vedere in lui da parte dei registi che lo scelgono un punto di riferimento.
Nel suo percorso artistico e umano Dennis Hopper ha anche abbondantemente incarnato il ribellismo trasgressivo che in America (anticipatamente sull´Europa, e con caratteristiche tanto diverse: soprattutto comportamentali e generazionali, poco ideologiche) ha celebrato i suoi fasti tra gli anni 50 e i primi 70. Ha incarnato il modello della “vita spericolata” e vissuta all´eccesso, radicalmente ed esibizionisticamente anti-establishment. E anche le speculari contraddizioni. Quelle che negli anni più recenti (ma prima dell´arrivo di Obama, per il quale si è speso) hanno fatto pendere la sua scelta verso la destra politica.

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