Dalla rassegna stampa

Lampi SU PETROLIO

UNA CHIAVE POLITICA E UNA POETICA – Forse le parole di Dell’Utri, che ieri la procura di Roma ha chiesto di ascoltare nell’ambito della inchiesta sulla morte di Pasolini, potranno fornire nuovi chiarimenti sul famoso capitolo scomparso di Petrolio. …

Forse le parole di Dell’Utri, che ieri la procura di Roma ha chiesto di ascoltare nell’ambito della inchiesta sulla morte di Pasolini, potranno fornire nuovi chiarimenti sul famoso capitolo scomparso di Petrolio. Che non a caso doveva intitolarsi Vas, perché l’opera sembra suggerire la coincidenza del potere con un centro vuoto. Per il resto, l’unica certezza è che la distanza tra «sentito dire», «coincidenze significative» e sciocchezze è fin troppo breve
Alla luce della richiesta avanzata ieri dalla procura di Roma di ascoltare Marcello Dell’Utri nell’ambito della inchiesta sulla morte violenta di Pier Paolo Pasolini, riaperta all’incirca un anno fa, forse riprenderà colore anche quella iconografia ingiallita che ne circonda il mistero e che conviene, a questo punto, cercare di rimettere a fuoco, corredandola di qualche dettaglio solitamente taciuto. L’ingiallimento della suddetta iconografia deriva da illazioni poetiche o stinge in supposizioni politiche di maniera, entrambe mai del tutto suffragate o difficilmente suffragabili: non solo «dai fatti», ma dalla semplice e più elementare ragionevolezza critica. Da un lato, la chiave a suo modo impolitica e certamente poetica: quella del Pasolini regista e maestro di montaggi che – chiosatore in corpore vili delle ambizioni del Collège de Sociologie di Caillois e Bataille, complice le letture di Mircea Eliade e una marionetta di borgata – ordisce sottotraccia le trame di un théâtre de la cruaoté, che viene fatalmente a coincidere con l’autosacrificio e la propria rigenerazione simbolica, guarda caso nella notte tra l’1 e il 2 novembre, tra un sabato e una domenica, ossia tra il Giorno dei santi e quello dei morti, stante il calendario a lui caro della Chiesa cattolica.

Le principali ipotesi avanzate
Dall’altro lato, c’è la lettura a chiave che, accantonate le supposizioni sulle bobine sottratte di Salò o le 120 giornate di Sodoma eventualmente usate come esca per attirarlo all’Idroscalo di Ostia, partendo dal postumo Petrolio individua nel suo autore non più la vittima designata dal clima di indifferenza consumistica e dal contrappunto di impregnazione di sospetti, odio e potere che lo circondava attorno al 1975 – non solo a Ostia, non solo a Roma, non solo «a destra» e forse non solo in Italia -, ma l’oggetto «attenzionato», come vuole il gergo poliziesco, di dinamiche di «odio-potere» del tutto particolari e sordide, legate alle sue indagini e alle sue rivelazioni (anche qui, «contenutisticamente» nascoste nel sottotesto del volume pubblicato da Einaudi nel 1992) sui casi del petrolio italiano elevato a metafora melmosa e sulle vicende di un’altra morte, quella di Enrico Mattei, e del nascente sistema di contropotere di un «gran commis d’état» di origini bergamasche, l’ex partigiano della Divisione Patrioti «Alfredo di Dio» e presidente dell’Eni e della Montedison, Eugenio Cefis.
Troppe le implicazioni, storiche e politiche, tirate in ballo dalla morte e dall’opera (non dimentichiamoci che un’opera esiste, con le sue forme e i suoi codici, al di là delle sue riletture giudiziarie, di mero «contenuto» e delle inchieste da riaprire) di Pasolini. Troppe e troppo serie, per non prendere in considerazione anche queste ipotesi, ma con il doveroso beneficio di inventario: come davanti a una porta inesorabilmente chiusa, trovandosi tra le mani un mazzo con molte chiavi, è giusto provarle tutte, ma senza innamorarsene. Soprattutto, senza innamorarsi di coincidenze che paiono a tal punto significative da correre il rischio di non coincidere, né significare più nulla e risultare semplicemente ridicole. Chi penserebbe mai – a titolo di esempio, ma se ne potrebbero fare a decine in questa storia – a un legame tra i due Pelosi: Pino, condannato per l’omicidio Pasolini, e il maresciallo Augusto, comandande della stazione dei carabinieri di Landriano che per primo si occupò delle indagini su Mattei e la caduta del suo aereo a Bascapè? Eppure, il passo tra un «sentito dire», una «coincidenza significativa», un clamore ingiustificato e un’emerita sciocchezza è veramente breve.
Una prima ipotesi «alternativa» sulla morte di Pier Paolo Pasolini è stata perseguita con ostinata coerenza, a partire da una lezione del 1984 all’Università di Berkeley, dal pittore Giuseppe Zigaina. Amico e collaboratore di Pasolini, Zigaina è autore di una serie di testi a tema, editi da Marsilio, che sul finire degli anni ’80 fecero scalpore, soprattutto all’estero, finendo poi in un limbo di pacata diffidenza e, tutto sommato, di ricezioni banalizzanti: Pasolini e la morte. Mito, alchimia e semantica del nulla lucente (1987), Pasolini tra enigma e profezia (1989); Pasolini e l’abiura. Il segno vivente e il poeta morto (1993). Per Zigaina, quello di Pasolini fu un «giallo puramente intellettuale», «pensato» dalla sua vittima-stratega a partire dal 1958, strutturato come delitto perfetto in conseguenza della messa in scena adempiutasi diciassette anni dopo nel «rito culturale» all’interno di un «perimetro sacro» delineato dal campetto di calcio di Ostia.
«Non si trattò di un omicidio, né di una morte politica», osservava Zigaina, piuttosto di «scomparsa meticolosamente programmata». Accantonate le piste dell’omicidio a sfondo omosessuale o su «commissione» di mandanti politici (che oggi prepotentemente ritorna), il pittore ritiene che la fine rituale e la conseguente fuga dalla «alienazione della morte borghese» sia stata, per Pasolini, un’opzione volta a inscrivere la propria opera in una totalità di senso. A supporto della tesi, oltre a testimonanze dirette, Zigaina richiama in più luoghi le Osservazioni sul piano-sequenza di Pasolini: «Finché io non sarò morto nessuno potrà dire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento linguistico, è mal decifrabile. È dunque assolutamente necessario morire». Presa questa strada, magari legittimamente, è chiaro che ci si ritrova senza vie d’uscita: la lettura «paranoica» dei testi di Pasolini non ammette infatti casualità alcuna e viene calata in un contesto totalizzante che li sottopone, quali frammenti vuoti e singolarmente illeggibili, alla gerarchia rovesciata dei nessi causali che li riempie ex post del loro senso ultimo. Ogni parola è così strutturata in vista di un fine unico e di un solo centro di imputazione: la morte attesa, cercata, persino organizzata. La domanda fondamentale, al di là di tutto, è se sia possibile prendere sul serio una lettura che, in sé, ha un fascino esplicito, ma racchiude implicite derive e costringe a un continuo falso movimento su testi e fatti di vita. Più chiara, semmai, è la lettura che ne diede Heiner Müller, in una poesia particolarmente complessa titolata Appunto 409 (dal numero della stanza di ospedale in cui si trovava nell’ottobre del 1995, due mesi prima della sua morte, a venti anni da quella di Pasolini). Qui, il Pasolini corsaro e luterano «non è» solo l’intellettuale di denuncia che oggi va per la maggiore; egli sa certamente «gettare il proprio corpo nella lotta», ma parimenti entra in un secondo corpo a corpo vitale con le proprie contraddizioni profonde, esponendosi al doppio registro del pericolo e della lacerazione infinita, fuori e dentro di sé (ricordiamo che la Sfinge di Pasolini dice a Edipo: «attento, l’abisso in cui mi getti è dentro di te)». Nella «fine del poeta», Müller vede quindi il compimento di un destino amletico e la fatale via di fuga dal dilemma oramai insolubile della perdita di senso dell’intellettuale-guida, sul finire del secolo. Il destino amletico di Pasolini si colloca tra una società al crepuscolo (non solo il mondo contadino, anche la neoindustrializzazione) e una dal fumoso avvenire, pronta a dissolvere ogni legame sociale tra le spire del consumismo di massa: «Nozze di sangue/Con la classe che porta il futuro/Tatuato dal capitale sulle spalle/L’alba di una notte La notte/Dell’alba/Poi Pelosi metta la marcia/E guida sopra il proprietario/ORA SEI UNITO PAOLO CON LA TUA ITALIA» (da Heiner Müller, L’invenzione del silenzio, a cura di Peter Kammerer, Ubulibri 1996).
Nel «poema fotografico» che – con il titolo Iconografia ingiallita – compone la seconda parte della Divina Mimesis, una dantesca discesa all’inferno tra le borgate di Roma, Pasolini intendeva offrire pagine che «vogliono avere la logica, meglio che di una illustrazione, di una (peraltro assai leggibile) “poesia visibile”». Il problema – lo si è accennato in rapporto a Zigaina – è tutto in che cosa debba intendersi con «visibile» e «leggibile», che nella Divina Mimesis, edita nel 1975, l’autore scrive in corsivo. Nell’apparato iconografico, appaiono giustapposti il frontespizio di Poesie in forma di rosa e l’immagine – così recita la didascalia – «alcuni del Gruppo ’63». A loro, e alla riunione palermitana datata 1965 del Gruppo, allude Pasolini che, in seguito agli screzi letterari scoppiati in quella sede, scriveva di essere stato «ucciso a colpi di bastone, a Palermo».
C’è chi ha letto questo riferimento a Palermo – anche qui, con diversi gradi di consapevolezza – come una delle ultime letture politiche mascherate da profezia di Pasolini, trovando un nesso – tutt’altro che improbabile. Ma bisognerebbe vedere che nesso avesse realmente trovato Pasolini tra Cefis, la morte di Mattei, la fondazione della loggia coperta P2 di cui lo stesso Cefis sarebbe il fondatore occulto e le dichiarazioni del 4 marzo scorso, quando il palermitano doc nonché senatore Marcello Dell’Utri dichiarò di essere entrato in possesso dell’ «Appunto 21» di Petrolio, testo in apparenza chiave (se ci fosse dato leggerlo e studiarlo) per capire e decriptare alcuni passaggi della recente storia italiana e capace di gettare nuova luce anche sulla morte di Pasolini, Una sorta di «lettera rubata» che, al contrario di quanto avverrebbe in un racconto di Poe, alla fine sarebbe stata rubata e ritrovata davvero. Ma, e qui sta il punto, nessuno l’ha vista, nessuno ne sa niente, neppure Dell’Utri a quanto pare, che ha fatto marcia indietro dopo aver dichiarato che l’«appunto» sarebbe stato esposto alla Mostra del libro antico chiusasi il 14 marzo a Milano.

Il rischio di decontestualizzare
Anche Petrolio è ricco di profezie che, decontestualizzate possono dare adito a mille supposizioni e altrettante concidenze; e tanto più è rischiosa la prassi di decontestualizzare in quanto l’opera è incompleta. Era stato il magistrato Vincenzo Calia a richiamare l’attenzione sulla pista Mattei-Cefis, nel corso delle proprie indagini archiviate nel 2004, insistendo su un libretto di Steimetz, Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente (Pasolini, però, si documentò anche sulle conferenze di Cefis all’Accademia Militare di Modena, dedicate al potere delle multinazionali e pubblicate sull’«Erba voglio» di Elvio Fachinelli, dal quale ricevette materiali e copie della rivista, come attestato dai documenti conservati al Gabinetto Viesseux di Firenze).
Indagini a cui hanno fatto riferimento anche Gianni D’Elia, nel capitolo «Il nome del Petrolio» del suo Eresia di Pasolini (Effigie, 2005) e, soprattutto, in Petrolio delle stragi (Effigie, 2006) e il recente Profondo nero (Chiarelettere, 2009) di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Una lettura paranoica alla Zigaina potrebbe non tenerne conto. Diversamente, ne devono tenere conto le letture che si concentrano su Petrolio come teatro delle stragi e profezia nella carne viva del paese. Ma di quale «carne viva» si parla? Quali le fonti di Pasolini? Bastavano domande indiscrete fatte nei bassifondi della mala di quartiere, la lettura del libello scritto da Steimetz o chi per lui, e un po’ di notizie di incerta provenienza per «giustificare» il complotto? Bastava questo per uccidere Pier Paolo Pasolini? Certo è che, come scriveva Franco Fortini sul Sole 24 ore (l’8 novembre 1992), «ogni parola su Petrolio, fosse la più privata, non tocca solo la valutazione dell’autore ma i modi di leggere la storia o la cronaca di un nostro ventennio. Parliamone pure, per carità: tanto non ci intenderemo».
Non saranno forse altre le pagine rilevanti di Petrolio, con o senza Appunto 21? Fortini, pur non negando l’imprescindibile importanza di alcuni passaggi per capire il delirante microcosmo dell’Italia anni Cinquanta-Sessanta, individuava «la parte decisiva» per penetrarvi nelle ultime, comiche, novanta pagine. Col mondo del potere, si legge nell’epigrafe di Mandel’stam posta da Pasolini in esergo a Petrolio, «non ho intrattenuto che rapporti puerili». Mandel’stam, tra l’altro, finì i suoi giorni in un campo di prigionia, a causa della sfacciata irriverenza di alcuni suo versi contro il palazzo, e inutilmente si chiedeva: «Che cosa è diventata la filologia, un tempo nostra madre? Era sangue e intransigenza, ora è sangue di cane e accondiscendenza». Il potere è un centro vuoto, sembra suggerire Petrolio (che inizialmente aveva un’altra ipotesi di titolo: Vas, vacua mangiatoia per porci), ma attorno a quel vuoto si muovono i fantasmi. E se fosse quel vuoto in cui ancora ci troviamo, la chiave, e non i suoi fantasmi?

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L’APPUNTO 22
Un riferimento e mille illazioni

«Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria». Recita così – testuale, dove per Bonocore deve intendersi Mattei – l’«Appunto 22a» di «Petrolio», romanzo o non-romanzo comunque lo si voglia intendere, pubblicato nell’autunno del 1992, a quindici anni esatti dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Delle 2000 pagine previste dall’autore ne sono rimaste 547 delle quali debitamente dà conto l’edizione supervisionata da Aurelio Roncaglia per Einaudi. Tra queste pagine non c’è però traccia del citato appunto «Lampi sull’Eni», né se ne trovano fra le carte conservate nell’archivio del Gabinetto Viesseux di Firenze. L’unica «fonte» è quel rimando e un mare di sospetti. Sospetti alimentati dalle dichiarazioni – variamente ricalibrate – di Marcello Dell’Utri che, il 4 marzo scorso, sosteneva di essere entrato in possesso dell’«inquietante capitolo». Da allora solo attese, polemiche, sconcerto e la richiesta di riaprire le indagini sulla morte di Pasolini avanzata da Walter Veltroni e accolta dal ministro Alfano che ha dichiarato di volere presentare istanza.
E «Lampi sull’Eni»? Sparito il capitolo, l’attenzione ora sembra essersi spostata sulla richiesta di Veltroni, in attesa di nuovi colpi di scena: è di ieri la notizia secondo la quale Dell’Utri verrà ascoltato dalla procura di Roma nell’ambito della inchiesta sulla morte violenta di Pasolini, riaperta nel 2009 e centrata sulle conclusioni del volume di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizzi, «Profondo Nero», che ipotizza un nesso tra l’omicidio di Mattei e le morti di De Mauro e Pasolini.

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