Dalla rassegna stampa Cinema

CHE RISATE, DOLOROSA FAMIGLIA

Film a struttura ´pirandelliana, il nuovo Salvatores indaga con allegria nei rapporti più intimi

Il primo a guardare in macchina fu Georges Méliès, in quasi tutti i suoi mirabolanti film a cavallo tra XIX e XX secolo. Lo imitò Charlie Chaplin, alla primissima apparizione su uno schermo nel 1914: era una comica di Mack Sennett, Kid Auto Races in Venice, e Charlie fingeva di disturbare le riprese di una corsa automobilistica piazzandosi davanti alla macchina da presa (la Venice del titolo era ovviamente il quartiere di Los Angeles). Quando il cinema divenne sonoro, Maurice Chevalier intrattenne gli spettatori lungo tutta la durata di Un’ora d’amore (Ernst Lubitsch, 1932): commentava la trama e anticipava le mosse, sue e degli altri personaggi.
Tutto questo non per essere pignoli, ma perché nessuno gridi alla novità davanti alla struttura di Happy Family, il nuovo film di Gabriele Salvatores tratto da una fortunata commedia teatrale di Alessandro Genovesi. Il tema dell’autore fittizio – un osceneggiatore nullafacente interpretato da Fabio De Luigi – che racconta la storia rivolgendosi agli spettatori, salvo poi discutere con i personaggi che hanno nei suoi confronti un sacco di pretese,ha illustri precedenti sia filmici che teatrali. E non a caso una delle sue creature – il padre di famiglia strafattone Diego Abatantuono – lo apostrofa chiamandolo, in modo molto milanese, «Uhèi, Pirandello! ».
Detto questo, Happy Family è una delizia. È molto lieve, molto breve (per una commedia, di solito, è un pregio) e si beve come un calice di vino frizzante doc. De Luigi lo introduce con garbo, strega i cuori di tutti gli over 40 scegliendo come colonna sonora alcune canzoni di Simon & Garfunkel (diverse da quelle del Laureato, state tranquilli), si concede una digressione spassosa con la scena della massaggiatrice cinese (si accettano scommesse su cosa significa «tiloletetteditela») e poi entra con decisione nella storia. Che è quella di due sedicenni che vogliono sposarsi, e i loro genitori – gli alto-borghesi Fabrizio Bentivoglio e Margherita Buy, e i più sgarrupati Diego Abatantuono e Carla Signoris – sono comprensibilmente perplessi. Le fila si tirano durante una cena alla quale si auto-invita (lui può farlo) l’autore, il nostro De Luigi: anche perché si è innamorato della figlia maggiore di Buy e Bentivoglio, la bella Valeria Bilello, pianista dai capelli rossi ossessionata dall’idea di puzzare di sottaceti. Sul più bello, DeLuigi decide che il film è finito, e partono i titoli di coda: ma saranno i personaggi a richiamare il proprio «Pirandello», e a chiedergli a furor di popolo di continuare…
QUELLI CHE HANNO PAURA
Sarebbe fin troppo banale dire che, dopo i due film ispirati ad altrettanti romanzi di Niccolò Ammaniti (Io non ho paura e Come Dio comanda), Salvatores si è preso una vacanza leggera. In realtà, chi vive di teatro sa che la commedia è molto più difficile del dramma. La «famiglia felice» del titolo nasconde ansie e dolori a profusione, e non a caso De Luigi, nel prologo, dedica il film a tutti coloro che hanno paura: «di votare e di volare», di amare o di odiare, del prossimo o di se stessi, di tutto. Il duetto Abatantuono-Bentivoglio, che è il vero cuore del film, è una riflessione sulla morte, ed è toccante che a metterla in scena siano i vecchi amici e complici di Marrakech Express e di Turné. Non è forzato leggere Happy Family come una riflessione agrodolce sulla famiglia – artistica e sentimentale – che Gabriele, Diego, Fabrizio e varie altre persone sono state nel corso dei decenni: una volta giravano film dedicati «a coloro che stanno scappando», oggi hanno tutti superato i 50 e forse hanno voglia (e paura) di fermarsi. Nel tono e nelle immagini (di Italo Petriccione, bravissimo) Happy Family ricorda spesso i film di Wes Anderson. Sia chiaro, è un complimento.

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