Dalla rassegna stampa Libri

LETTERATURA E OMOSESSUALITA' - "Il mio romanzo piaceva a lampedusa"

“La doppia seduzione” di francesco orlando …narra la “doppia seduzione” che incatena Ferdinando, un ragazzo di tendenze omosessuali, al coetaneo Mario, dichiaratamente eterosessuale, ma pronto a precipitare con l´amico in una spirale sadomasochista dagli esiti tragici…

Un libro scabroso scritto e riscritto undici volte nell´arco di 40 anni – Due ragazzi presi in una spirale sadomasochista dagli esiti tragici

Di rado la genesi di un romanzo e la storia che quel romanzo racconta si intrecciano in modo così indissolubile e incandescente come accade con La doppia seduzione (Einaudi, pagg. 153, euro 13) di Francesco Orlando, illustre francesista e teorico della letteratura che esordisce come narratore all´età di settantasei anni. Con un libro insieme “senile” e “giovanile”, visto che la prima stesura del libro risale al 1956, quando l´autore di anni ne aveva appena ventidue, e ad accendere la sua scintilla creativa fu l´amato maestro: Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Di più. In veste di studioso, Orlando ci ha insegnato a concepire la letteratura come un archivio, in gran parte inesplorato, della psiche umana e della realtà profonda che in essa si riflette. Ed è esattamente quanto ritroviamo nel romanzo, impastato di vissuto e immaginazione e scritto in terza persona.
Ambientato in una imprecisata città meridionale degli anni Cinquanta, esso narra la “doppia seduzione” che incatena Ferdinando, un ragazzo di tendenze omosessuali, al coetaneo Mario, dichiaratamente eterosessuale, ma pronto a precipitare con l´amico in una spirale sadomasochista dagli esiti tragici.
Entrambi hanno conosciuto desideri più lineari: Ferdinando nei confronti dell´inconsapevole e bellissimo Giuliano; Mario nei confronti di Dolly, una ragazza di ascendenze nobiliari. Ora eccoli travolti nella fatale, reciproca attrazione. E poiché il giovane Ferdinando è una proiezione del giovane Francesco Orlando, torniamo daccapo al legame indissolubile tra genesi e contenuto del romanzo: tardivo esordio narrativo e disvelamento delle più intime pulsioni sessuali viaggiano di conserva, grazie a un testo di drammatica intensità e quanto mai sorvegliato dal punto di vista formale.
«Cominciamo dall´inizio. E´ il 1956, io ho ventun anni e la fortuna di ricevere lezioni private di letteratura francese da Tomasi di Lampedusa, che aveva elaborato la famosa distinzione tra scrittori “grassi” e “magri”. E mentre il suo Gattopardo, dalla prosa sontuosa, lo sospingerà verso i primi, affida a me l´opposto ideale di asciuttezza. Così nasce La doppia seduzione, attraverso sette successive stesure nel corso del medesimo anno. Dopo la sesta, Lampedusa mi fa lo straordinario dono di uno scritto in cui, a fianco di una serie di critiche di ordine stilistico, riconosce un valore profondo al libro».
Perché il romanzo non vede la luce? In fin dei conti l´urgenza è evidente, proprio a partire dal tema dell´omosessualità.
«Allora ero tutto proteso alla carriera accademica, una mia prova squisitamente creativa l´avrebbe ostacolata. E poi l´omosessualità nel 1956, in Sicilia e non solo, era un tabù spaventosamente pesante, come dimostra la vicenda di Ferdinando. Ma mi consenta di capovolgere la sua argomentazione. Fu proprio l´impossibilità di pubblicare, a offrirmi la massima libertà espressiva. In caso contrario, credo che mi sarei trattenuto, non mi sarei permesso la scabrosità sadomasochista dei capitoli finali».
Passiamo alla tappa successiva.
«Sul finire del ´56, purtroppo, i rapporti tra me e Lampedusa subiscono un raffreddamento, che dura fino alla sua morte, avvenuta l´anno dopo. Nel frattempo, e siamo nel ´58, finisco in sanatorio sul lago Maggiore. In quella solitudine un po´ depressiva, riscrivo il romanzo ancora due volte».
E siamo a nove stesure.
«Poi approdo a Pisa, mia futura sede d´insegnamento universitario. Intanto è esploso il successo del Gattopardo, che esce ammantato da un alone di mistero: a un certo punto circolava addirittura la notizia che lo avesse scritto una vecchia zitella dell´aristocrazia palermitana. Ed è per questo motivo che entro in contatto con Giorgio Bassani, destinatario postumo del dattiloscritto di Lampedusa, al quale qualcuno fa il mio nome. Lo incontro e, imperdonabile errore, gli parlo anche del mio romanzo. Lui lo vuole leggere e il giudizio è tiepido, come lo era stato quello del mio amico Carmelo Samonà. Entrambi, e a ragione, sottolineano le evidenti debolezze stilistiche. Solo che a differenza di Lampedusa si soffermano unicamente sull´aspetto formale e non sulla forza del racconto».
E lei come reagisce al giudizio di Bassani?
«Bene. Perché in quel momento la mia principale preoccupazione era di esprimermi al meglio come giovane studioso. Direi che volevo liberarmi, semmai, di quell´utopia giovanile».
Così il romanzo resterà chiuso in un armadio per circa quarant´anni.
«Fino a quando, nel ´99, lo leggo a voce alta a un mio giovane amico, il quale reagisce con emozione. E perentorio mi ingiunge: “Francesco, quel romanzo non può rimanere in un cassetto. Tomasi di Lampedusa aveva ragione: la scrittura sarà anche acerba, ma la storia è talmente forte! C´è una sola cosa da fare: devi riscriverlo”».
E il romanzo “giovanile” torna a nuova vita, trasformandosi in un romanzo “senile”.
«Sì, dopo aver passato il vaglio di altre due stesure e continui interventi parziali. Arriviamo così agli ultimi anni, nel corso dei quali stipulo con Einaudi un bizzarro contratto in cui l´editore si impegna a pubblicare il libro entro diciotto mesi dalla morte dell´autore, o dalla sua decisione di pubblicarlo in vita. Finché un miraggio economico, l´acquisto di una casa, dirime la questione. E da oggi La doppia seduzione è in libreria».
Se ho fatto bene i conti, le stesure sono state undici. Nella sua veste di studioso, lei avrebbe materiale sufficiente per scriverci sopra un bellissimo saggio: un caso di “ossessione letteraria”?
«No, proprio no. Sia da giovane che da vecchio, ho lavorato al testo con grande serenità, allegria e piacere. Quando nel ´99 ho ricominciato a metterci le mani, ero in uno stato di vera e propria euforia. Mi facevo la barba, passeggiavo sul lungarno, uscivo da lezione, e all´improvviso ecco una nuova idea, una nuova parola. Un aggettivo da togliere o mettere».
Nel romanzo, Ferdinando vive tragicamente la sua omosessualità. Per lei, è un problema altrettanto drammatico? Più in generale, le pare che si tratti di una questione umana e sociale in via di soluzione?
«La doppia seduzione non è un libro ideologico, ma credo molto nel suo valore civile. In epigrafe volevo mettere una frase di Freud che suona così: “L´indagine psicoanalitica si rifiuta con grande energia di separare gli omosessuali come un gruppo di specie particolare dalle altre persone”. Detta in altri termini: quella del “terzo sesso” è una balla colossale. Siamo tutti omosessuali e tutti eterosessuali: è solo un problema di diverse gradazioni, altrimenti si rischiano razzismo e autoemarginazione. Pensi a una società utopica in cui, sin dalle elementari, si insegnasse questa semplice verità: sarebbe uno dei più formidabili contributi al progresso della società umana».

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