Dalla rassegna stampa Cinema

Così greta garbo è diventata una meta-attrice

In questo inedito, il critico scomparso nel 2004 spiega la nascita di un mito: cioè la solitudine tecnica della sua recitazione, l´unicità indecifrabile del suo linguaggio, la capacità di mettere in scena la teatralità dei sogni

Non esiste un libro sulla Garbo che dia ragione o spiegazione ‘tecnica´ della nascita del suo mito. Molti libri, molti studi, molte domande, molte ‘introspezioni´, molti documenti; ma nessuno che abbia cercato di descrivere la ‘grammatica´ della Garbo, il suo ‘linguaggio´. Che attrice è? Ci si è chiesto se è stata una ‘grande attrice´.
Ma è proprio la domanda sviante. In primo luogo, era proprio un´‘attrice´? E di che tipo? Testimonianze: (si trasformava, era ‘posseduta´ dal personaggio appena sotto la macchina da presa). In realtà la Garbo ha fatto tutto da sola: era un´attrice rimasta a metà del cammino di apprendistato, come se gli studi fossero stati interrotti o meglio la ‘scuola´ interrotta (le scuole di Stiller prima, e di Pabst dopo, e di nuovo di Stiller a Hollywood); sullo schermo portava se stessa, i suoi sogni, la propria incomunicabilità o incapacità di adattamento alla vita (l´inaptitude au bonheur, à la vie); i meccanismi del proprio narcisismo insaputo o indecifrato, vissuto da brava ragazza che non capisce che cosa le succede intorno; ha un enorme successo senza studio e senza applicazione; resta appiccicata al suo narcisismo che la riflette ‘in positivo´ dandole il successo (la sua rovina: il miroir fra narcisismo e successo). Non è un´attrice e non fa l´attrice; ma non fa nemmeno se stessa: recita la sua frustrazione in modi abbaglianti. Non ‘si recita´; ma recita le sue nostalgie, il suo disperato desiderio di essere e la consapevolezza della propria impossibilità a vivere fuori dalla teatralità. Non ‘si recita´, ma recita la teatralità intrinseca ai sogni, a ogni sogno, a ogni vita immaginaria e non traducibile in una vita reale.
Malauguratamente, sciaguratamente, il meccanismo intimo (psichico) della Garbo collaborava involontariamente e si sposava alle esigenze di vendita di sogni della MGM e dell´industria hollywoodiana. La tragedia intima di una donna ‘persa´ diventava un tecnicismo di attrice (involontario) e presiedeva al di là di ogni speranza o immaginazione alla formulazione di una diva, alla nascita del mito. I sogni venduti dalla Garbo erano, attraverso la sua recitazione, che era poi la sua ‘presenza drammatica e misteriosa´ sullo schermo (indecifrabile), sogni veri; i suoi films, brutti come films, erano attraversati da una tragedia autentica, più ‘autentica´ della qualità formale di un buon film. Tutto nei films della Garbo è di qualità scadente o mediocre, di cartapesta: ma tra i films della Garbo e la Garbo c´è un salto di qualità: la Garbo vi sta dentro e, più che illuminare i suoi films, li fa esistere, li fa stare in piedi. La Garbo ‘ingombra´ i suoi films, ma ingombra delle messinscene di cartapesta che vengono vanificate dal suo passaggio e dalla sua apparizione, e quindi si sopportano perché non possono essere che di cartapesta: né più né meno dei luoghi in cui siamo soliti situare i nostri sogni e le nostre vicende immaginarie.
Insomma la Garbo è una meta-attrice: e come tale va studiata. Sullo schermo non si comporta da attrice e nemmeno da se stessa; non recita dei personaggi e non recita sé medesima; recita la propria dannazione a esistere solo in una vita immaginaria, ciò che non è esattamente il ‘teatro´. La G. recita un equivoco; recita il narcisismo, il meccanismo (tragico) del narcisismo. Recita la teatralità con cui si vivono intimamente i sogni che sogniamo a occhi aperti. Questo talento non è un talento riconoscibile come quello di una qualsiasi altra attrice: è un talento più misterioso, rimasto infatti fino a oggi indecifrato e indefinito (‘est un mystère´, ‘elle fascinera tout le monde, mais restera un enygme´, intervista del 1928). Nessuno capì (e ha mai capito, dei suoi registi e produttori, figurarsi i dirigenti della Metro) che la Garbo possedeva questo talento e nessuno seppe affinarglielo. Così la G. diventò prigioniera di un talento incomprensibile e oggettivamente incompreso. A un certo punto non poté che smettere. Aver fatto sempre e tutto da sola, senza mai saperlo e senza mai accorgersene: se non nelle energie perdute, nelle forze stremate.
Ciò che dunque ha creato il mito della Garbo è stata proprio la sua solitudine tecnica: è stato un tecnicismo indecifrabile che non si iscriveva (non si iscrive) nei codici di recitazione vigenti nelle scuole ‘istituzionali´.
Nel condurre un´esistenza dominata e ossessionata dalla ‘solitudine´, la G. non ha fatto altro che riprodurre sul piano esistenziale il dato essenziale della sua vocazione incompresa di attrice: la solitudine tecnica della sua recitazione, l´unicità indecifrabile del suo linguaggio. La G. ha vissuto da sola un´esistenza incomprensibile perché ha avuto la sciagura di esprimere sullo schermo la vocazione alla vita immaginaria e insieme l´insoddisfazione di ogni vita immaginaria: la nostalgia dell´amore, come luogo della realtà. La G. ‘amante´, posseduta dalle gioie e dalla felicità debordante del sentimento sconosciuto e insieme dal presagio e dalla consapevolezza dell´invivibilità dell´amore, non è altro che la G. disperatamente consapevole dell´impossibilità e dell´inadattabilità di una vita reale di cui si ha nostalgia come di un paradiso inaccessibile: il paradiso che è il luogo dove i sogni non si realizzano perché non ci sono; dove i sogni cadono; dove i sogni si realizzano non perché si esprimono, o possono essere espressi, ma perché cadono.

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