Dalla rassegna stampa Cinema

Fratelli gay, applausi a Ozpetek

Il regista: «Commedia sui pregiudizi dedicata a mio padre» … Una nuova occasione per il regista turco-romano di raccontare una famiglia variopinta e fare il punto, con leggerezza scanzonata, sul costo dei pregiudizi. Perché, quando Tommaso (Riccardo Scamarcio) decide di fare outing di fronte ai …

BERLINO — Quante sono le cose che non abbiamo mai dette? Neanche alle persone più care, anzi soprattutto a loro. Sentimenti, paure, sogni negati, rinchiusi a doppia mandata, ricacciati in gola ogni volta. Per timore delle conseguenze, per pudore, per non ferire nessuno. «Per delicatezza ho perduto la mia vita», disse Arthur Rimbaud, fuggito dalla madre benpensante piuttosto che confessarle di essere poeta e omosessuale. Meno drammaticamente fa così anche Tommaso, giovane, bello, di famiglia agiata, con pastificio a Lecce. Se la batte a Roma per studiare, e intanto coltiva la passione segreta per la scrittura, s’innamora di chi gli garba. Un uomo. Ma poi torna a casa.

In Puglia Alessandro Preziosi e Riccardo Scamarcio, fratelli in «Mine vaganti» di Ferzan Ozpetek: il film è ambientato a Lecce

Parte da qui Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, ieri applaudito alla Berinale, Panorama Special, dal 12 marzo nelle sale. Una nuova occasione per il regista turco-romano di raccontare una famiglia variopinta e fare il punto, con leggerezza scanzonata, sul costo dei pregiudizi. Perché, quando Tommaso (Riccardo Scamarcio) decide di fare outing di fronte ai parenti riuniti a tavola, viene battuto sul tempo dal fratello maggiore (Alessandro Preziosi). Gay pure lui. Sconquasso generale, al padre (Ennio Fantastichini) prende un coccolone.

Tommaso non se la sente di infierire, tace, perde il turno. Il fratello è cacciato di casa, il padre sopravvive nell’incubo dell’ ostracismo sociale, la madre (Lunetta Savino) finge che non sia successo nulla, la zia ninfomane (Elena Sofia Ricci) continua a gridare «al ladro!» per giustificare le incursioni notturne degli amanti. La sola a tenere i nervi saldi è la nonna, una magnifica Ilaria Occhini, cornice di saggezza e tolleranza della storia. «L’ho scelta per la sua bellezza — spiega Ozpetek — Le persone anziane hanno spesso lo sguardo più avanti degli altri». Il film è dedicato a suo padre. «Con l’età s’impara a capire meglio le ragioni dei genitori. Non rinuncio certo agli amici, alla mia famiglia “allargata” ma oggi, a 51 anni, mi rendo conto cosa poteva essere per mio padre accettare l’idea che io fossi gay. Sono certo che lo sapeva, ma non voleva ammetterlo. Quando mi vedeva con un’amica commentava: non ne perdi una, eh? Ed era inutile che io rispondessi: ma di cosa stai parlando, papà?». In Mine vaganti il padre deve fare i conti con la «gayezza» di addirittura due figli. Una confessata, l’altra no. Due fratelli uniti e divisi dalla stessa condizione. Il maggiore considera di aver pagato a sufficienza il prezzo della rinuncia e passa al minore il suo scomodo testimone.
Un’esplorazione della fratellanza, baluardo estremo di una famiglia ormai disgregata, di scena anche in altri due film del concorso. Il rumeno Florin Serban racconta in If you want to whistle, I whistle l’odissea di un giovane detenuto pronto a rinunciando alla libertà pur di salvare il fratello minore dalla sua stessa sorte, venir trascinato dalla madre in Italia e essere rispedito indietro.

Anche più stretto, appassionato e disperato, il legame tra i fratelli di Submarino del danese Thomas Vinterberg, specialista in strazi familiari dai tempi di Festen. Rispetto alle tensioni mediterranee e ironiche di Ozpetek, qui siamo su latitudini ben più cupe. Ai due capita di tutto. Bambini con una madre ubriacona, responsabili involontari della morte di un fratellino, adulti asociali, uno alcolista violento, l’altro tossico con figlioletto a carico. Eppure, riescono ad amarsi. A proteggersi.

«Sei stato un buon fratello, hai sempre cercato di fare il tuo meglio», dice il minore al maggiore quando si ritrovano nello stesso carcere. In Danimarca il problema non è certo essere gay. Ma quanti altri.

«Anche nel film di Ozpetek lo scoglio non è l’omosessualità ma l’intolleranza — assicura Scamarcio — L’esclusione di quanti pensiamo diversi. In Italia purtroppo oggi all’ordine del giorno». «Forse bisognerebbe ripartire dalla Puglia— suggerisce Ozpetek — Una terra di accoglienza, dove la gente ti vede sempre come persona, chiunque tu sia, da dovunque tu venga. Non è un caso che qui sia spuntato uno come Vendola».

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Una scelta senza paure

BERLINO— Dopo il passo falso di Un giorno perfetto, Ozpetek torna ai temi che gli sono più congeniali (le tensioni familiari, il peso delle convenzioni) ma lo fa con una leggerezza e una allegria spumeggianti e contagiose. Mette da parte le precauzioni politically correct e schiaccia il pedale dell’eccesso senza preoccuparsi né delle possibili accuse di misoginia (la zia alticcia e vogliosa interpretata da una sorprendente Elena Sofia Ricci, la madre caricaturale ben tratteggiata da Lunetta Savino) né dell’omofobia (il balletto in mare dei tre amici gay). Se il film vuole essere un elogio delle «mine vaganti» che fanno esplodere le convenzioni piccolo o grandi-borghesi, allora è giusto che anche lo stile sia coerente e mandi a quel paese paure e convenzioni. Perché a volte eccedere fa bene.

Paolo Mereghetti

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