Dalla rassegna stampa Cinema

Checco Zalone al cinema: Lega nel mirino e ironie sui gay

«Ma stavolta non parlo di sesso. E dico poche parolacce» – Il comico lanciato da Zelig in 430 sale con «Cado dalle nubi», storia di un pugliese a Milano

ROMA — Contro il logorio della satira tradizionale lei, Checco Zalone, comico televisivo politicamente scorretto, dal 27 con le 430 copie del suo primo film, Cado dalle nubi, piomba nel mondo del cinema, chiuso a doppia mandata nel suo spirito corporativo. La accoglieranno come… «Come un appestato. Non vedo l’ora dell’esito nelle sale. Così potrò dire che sono stato vittima di pregiudizi dall’ambiente del cinema. La formazione del cast è stata dura, ho incassato parecchi no, i nomi non li dico».

Provi a fare il greatest hits delle battute… «Non ce ne sono tante. Sono situazioni».

Anche se al cinema si presenta in punta di piedi, quasi intimidito, in tv con i suoi dialoghi irriferibili (cliccate su YouTube) potrebbe essere il Borat italiano: «Spero di avere un pelo del suo talento». Solo che il nostro, che all’anagrafe si chiama Luca Medici, non è prigioniero del personaggio. Nel film si chiama Checco come a Zelig che l’ha lanciato: «Ma non c’entra nulla col personaggio tv, non parlo di sesso, non ci sono parodie. E dico poche parolacce».

Il maestro della tarantella sessuale e della scurrilità…«Volevamo fare un film, non portare la tv al cinema con i miei numeri. Questa è una storia vera e propria». Antefatto: Checco sta con una parrucchiera (Ivana Lotito) che lo molla perché vuole uno con un lavoro stabile. Doccia fredda. E lui, cantante pugliese, sognando il grande successo lascia la Puglia per Milano. Ma le cose si complicheranno. L’incontro con Giulia Michelini gli cambierà la vita. Suo padre però, Ivano Marescotti, è un leghista imbottito di pregiudizi sui meridionali. Storia in parte autobiografica: «Quando arrivai a Milano volevo fare jazz, ma qualche congiuntivo lo azzeccavo».

Il regista Gennaro Nunziante: «Un piccolo film tra Blake Edwards e la commedia all’italiana». Checco: «Sì ma le comparse le abbiamo mandate tutte a Bagheria». Sarà mica un film per famiglie? «Va bene anche per i bambini di tre anni. E poi non è la parolaccia a connotarmi, come molti sostengono. Piuttosto è l’argomento sessuale, i riferimenti alle mignotte, l’autoerotismo. C’è un’evoluzione: dall’omofobia all’omofilia. Quando vado nei locali gay e canto, devolvo i proventi alla ricerca contro l’omosessualità».

I gay sono un bersaglio fisso delle sue gag. Nel film a Milano viene ospitato da suo cugino che da dieci anni vive con Manolo e Checco è all’oscuro di tutto. Lei, messo all’indice come sfascista qualunquista dagli pseudointellettuali cinefili e dai pensatori togati («mi auguro che in politica prolifichino i trans così magari si riesce a dire qualcosa di interessante»), viene dal Sud ma nel film se la prende coi meridionali, che chiama terroni di m…, e con la Lega: «Con la Lega non me la prendo: non ne riconosco l’esistenza. Come Israele che non riconosce la Palestina. Li scambio per calabresi che festeggiano la sagra del peperoncino verde. Non siamo caduti nel cliché dello scontro Nord-Sud».

Lei, l’ultimo arrivato, giudichi gli altri comici. Benigni? «Ubi maior… »; Grillo? «Anche se fa altro, conserva i tempi comici»; Verdone? «Un maestro, nell’ultimo film, Grande Grosso e Verdone , temevo che si ripetesse, invece ha attualizzato i suoi personaggi»; Pieraccioni? «Sentimentale. Lo conosco poco, ho visto solo Il Ciclone ». Salva tutti, s’è convertito buonista? «Quelli che non mi piacciono non li dico. Delle volte non mi piaccio neanch’io».

Ha fatto il giro delle sette chiese televisive, da Raiuno a La7, per promuovere il film: «A X- Factor si prendono troppo sul serio, dalla De Filippi hanno ascolti giusti». Medusa e Taodue hanno prodotto il film di un comico che sfrutta l’onda o fa sul serio? « Zelig riprende a gennaio e non ho materiale. I comici in tv sono ciclici, si esauriscono presto. Io ho avuto una botta di c…, a Zelig nel 2005 rincorrevano il nuovo personaggio. Io, che venivo da Tele Norba, sono diventato l’ultimo sfornitore di tormentoni. Se il film funziona, continuo. Sperando di non arrivare a far parte di questo mondo blindato». Facciamoli arrabbiare: anche Totò metteva di buonumore modificando il senso delle parole. «Grazie! Però il linguaggio sgrammaticato può risultare grottesco. Devi sbagliare in modo giusto, scusa l’ossimoro».

Badi come parla, che parolone per uno che fa ridere in punta di viscere. Insomma si scopre che Checco Zalone, nato 32 anni fa a Capurso, provincia di Bari («non è la patria delle mignotte, accanto a Patrizia D’Addario c’è un ambiente piccolo- borghese molto fighetto») è laureato in Giurisprudenza.

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Il film

Trama buonista per un esordio (troppo) corretto

di PAOLO MEREGHETTI

C ’è una battuta da antologia in Cado dalle nubi , quando Checco Zalone, ospite da un leader leghista (un sanguigno Marescotti), vede la statuetta bronzea di Alberto da Giussano che fa bella mostra di sé in sala e chiede: «Chi è? Un Power Ranger?». Ma è praticamente l’unica che vale la pena di ricordare e che faccia scattare una risata liberatoria, troppo a lungo repressa per i restanti 95 minuti di proiezione. No, Cado dalle nubi non è il miglior battesimo possibile per il comico pugliese che ha conquistato mezz’Italia (e anche di più) con le sue irriverenti riletture della musica leggera italiana. Non lo è perché di quelle riletture c’è solo un pallido ricordo e soprattutto perché il film non è irriverente per niente.

Anzi, è fin troppo corretto… E viene il dubbio che sia il produttore (Pietro Valsecchi) sia i due sceneggiatori (Luca Medici e Gennaro Nunziante, cioè il protagonista e il regista del film) abbiano cercato di «ripulire» un po’ la comicità sbracata e tamarra che ha fatto sfracelli in televisione. Altrimenti non si capisce perché la trama del film sia tutta costruita su una improbabile infilata di buonismi, dal volontariato in parrocchia della lentigginosa Marika (una simpatica Giulia Michelini) alla conversione filomeridionale del popolo leghista, fino all’outing omosessuale del cugino interpretato da Dino Abbrescia. L’impressione è che l’ostentata volgarità del personaggio televisivo (che ogni volta che entra in scena a Zelig sente il dovere di mettersi a posto il «pacco») non abbia trovato una scrittura capace di incanalarla e giustificarla e che il canovaccio semi-autobiografico del film abbia finito per soffocare la comicità invece di esaltarla. Finendo per inseguire una plastificata medietà che non è né cinema né televisione.

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