Dalla rassegna stampa Cinema

Un killer lynchiano per il bis di Herzog

E Patrice Chéreau porta al Lido una sinfonia parigina

VIAGGI
Oltre il confine armato che schiaccia l’aura della Baja California
Il regista tedesco torna in competizione con un altro film dove si diverte a seguire il flusso fanta-realista di san Diego.

Herzogmania veneziana con tre titoli firmati dal regista bavarese (il terzo è un corto di 4’ La Bohème) che si espande titanico nel cartellone della Mostra, dopo il Bad Lieutenant, ecco la sorpresa del «film sorpresa», My son, my son, what have ye done, raddoppia la presenza di Herzog nel concorso. Mai vista una cosa simile. Il vantaggio in corsa dell’autore di Fitzcarraldo però non è scontato, due Herzog per farne uno è contro la leggenda del megalomane folle che pensa al cinema come gesto atletico-estetico. Sarà l’aria easy di Los Angeles dove si è trasferito ma in effetti siamo molto lontani dal vettismo e dagli sport estremi, dallo sturm und drang della sua filmografia zeppa di documentari rissosi su uomo-natura. Anche se in entrambi i film presentati qui la «sfida estrema» c’è ma come puro segno di riconoscimento, visto che Herzog è passato oltre e si diverte a misurarsi con la mitologia della città degli angeli e dintorni.
Un film tira l’altro nello stesso flusso immaginario e si specchia con Abel Ferrara o con David Lynch, più che produttore di My son. Cromatismi messicani, fanta-realismo, magie, alterazioni psichiche, un nano che misteriosamente attraversa il set, distorsioni visive, sogni, delitti…Unpo’ il (cattivo) tenente Colombo, un po’ Twin Peaks, un po’ i fratelli Coen con il killer robotico e visionario in missione per conto di Dio, il film si apre su una fiammeggiante San Diego con il taccuino squadernato del detective Willem Dafoe, che da solo basta a suscitare grandi passioni per il caso di un ragazzone suonato, barricato in casa dopo l’assassinio di sua madre. L’incontro molto lynchiano tra l’investigatore e l’omicida che mormora qualcosa sullo splendore assoluto, motto inciso sulla sua «mug», la tazzona da cui non si separa mai, prepara un percorso mentale da Mulholland drive, dove nulla è quel che sembra. Anche il senso dell’umorismo è un dono di Los Angeles a Herzog, dimentico del superomismo per ilminimale gusto del merchandising californiano, tipo la proliferazione divertentissima di oggetti a forma di flamingos, fenicotteri rosa che infestano la villetta pop del matricida.
Due esemplari in carne e piume faranno la parte degli ostaggi vantati dal pazzoide, che ha tutte le buone ragioni per infilzare con la spada la madre invadente, ossessiva vigilante di ogni sua mossa, artefice di orrende torte di gelatina, senza ricorrere alla tragedia greca, alla maledizione di Oreste. Punteggiato da flashback sulle origini della follia mistica del killer – uscito fuori di testa dopo un viaggio in Perù dovemorirono tutti i suoi amici la discesa in canoa su un fiume in piena (autobiografia?) – il film è un esercizio di stile, non il suo. Niente di male, ma dove vanno le immagini dello skyline di San Diego, il décor di Tijuana, l’allevamento di struzzi, la messa in scena teatrale, le farneticazioni divine del ragazzo, deciso a farsi musulmano – «chiamatemi Farouk» – i nonsense, le premonizioni, l’acquisto frenetico di cuscini per i «malati», il pallone da basket issato su un albero? David Lynch ha stregato Werner Herzog ma non gli ha rivelato i suoi segreti, l’ossessione per le ombre, il corpo sdoppiato, i miraggi, le prospettive alterate, la struggente simbiosi con gli spettri, l’anima notturna di Los Angeles… La scatola colorata di My son assomiglia alle palle di vetro che se le giri piovono neve, variazione hollywoodiana delle avventure herzoghiane in capo almondo, dall’Alaska al Polo sud. Senza nostalgia, meglio il losangelino Herzog che ilmuscolare teutonico, adesso sensibile alla pena di morte («non mi sento americano finché ci sarà»), ma dal supereroe di Monaco a quello dei fumetti il passo è lungo.

Vedi Chéreau e pensi a Vittorio Mezzogiorno, che torna meraviglioso nei ricordi raccolti dalla figlia Giovanna, in «Negli occhi » (Controcampo italiano). L’homme blessé ha viaggiato nel tempo, dal 1983 a oggi, e si è reincarnato nel corpo di Romain Duris, Daniel nel film in concorso Persécution. Il grande scrittore e regista teatrale compone una sinfonia per Parigi in grigio azzurro, e ritaglia lo spazio intono al perfetto congegno erotico Daniel, modello di eleganza casual dai capelli arruffati al maglione a coste, un gauloise-man, duro e dolce fino alle lacrime, inquieto, deciso a «essere infelice», secondo il regista. Uno che, come l’occhio della cinepresa, pretende di scavare i sentimenti altrui, il respiro affannato, lo sguardo vigile, il passo nervoso lungo le strade parigine. Chi lo perseguita è il fantasma di un alter ego innamorato, il «lunatico/pazzo» Jean Hugues Anglade, che ha trovato pace nella rivelazione dell’amore senza troppe domande. Lasciarsi andare, arrendersi alla felicità mentre Daniel scoppia di rabbia, lavora da operaio alla ristrutturazione di un appartamento come se fosse la sua casa dei sentimenti ideali, solo, ma braccato dallo sconosciuto, l’unico che gli rivela se stesso.
Chéreau, misogino commuovente, torna sempre sulla donna come assenza disperante. Charlotte Gainsbourg, l’androgino, la donna di Daniel è l’enigmatico insignificante, il vuoto assoluto che sfugge alla voce desiderante dell’uomo. Sonia, molto impegnata nel suo lavoro (quale?) viaggia spesso, a lungo, e lo ritrova sempre ansioso di sapere se ancora qualcosa vibra dentro di lei, se lo ama, se gli manca. E lei, distante, argomenta sullo stato del loro rapporto, un «lavoraccio », un impegno a tempo intero che la sfianca. Il fatto è che Sonia non esiste, è un nulla, un’apparenza, una sottrazione amorosa. La sconvolgente presenza di Mezzogiorno lascia il campo a una pallida eco, un’involontaria messa in scena comica della macchina celibe, solipsismo estremo, malattia incurabile. Daniel si accende una sigaretta, chi mai lo fa più sullo schermo? Suona come il rito di un machismo senza più macho, di un uomo che aspira invano alla «normalità» e non vede che se ne è andata da tempo, per fortuna, e che non si chiama donna.

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PATRICE CHÉREAU
Italia-Francia, che brutta questa deriva politica…

Patrice Chéreau l’Italia la conosce bene, parla italiano, è spesso qui col suo lavoro a teatro, le letture a Villa Medici, l’opera e molto altro. «Rispetto al mio paese siete un po’ più avanti, ma anche in Francia non siamo molto lontani. Sarkozy è forse più accorto nelle sue azioni ma ciò non gli impedisce di nominare i suoi uomini ai posti chiave della tv, di favorire le emittenti private, o di tagliare i fondi al ministero della cultura». Aggiunge: «L’aspetto che fa più paura in questa deriva è che non sembra preoccupare nessuno. In Italia, quel signore lo hanno eletto e gli attacchi che sta facendo alla stampa, o il resto, non sembra spostare l’opinione generale nei suoi confronti. Nessuno se ne cura tranne noi, è la vergogna della politica». Lo stesso vale per la cultura. Dice Chéreau: «Nel corso degli anni la politica ha perduto ogni interesse per la cultura. È vero che altre epoche ci hanno insegnato come l’indifferenza sia meglio di un intervento permanente ma oggi la volgarità, il populismo diffusi sono insopportabili. Credo che la maggiore responsabilità sia della televisione. Tutto ciò che viene ammesso si misura con l’ascolto televisivo, nella convinzione che si devono fare solo cose capite da tutti. Però il metro è la volgarità e gli artisti che continuano a lavorare in modo personale sono accusati di essere troppo difficili». Del suo film, «Persécution », Chéreau dice che è molto autobiografico, riguarda il sentimento amoroso, le relazioni, gli sbagli che si ripetono a ogni incontro. «Nel corso della scrittura però mi sono allontanato dalla mia esperienza personale, il personaggio di Daniel ha preso vita e ha cominciato a esistere per conto suo». (c. pi.)

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