Dalla rassegna stampa Libri

OSCAR WILDE, SETE DI ASSOLUTO

SAGGISTICA. IL PREZIOSO CONTRIBUTO DI PAOLO GIULISANO SUL POETA , SCRITTORE E COMMEDIOGRAFO DUBLINESE

Invaghita dello straordinario fenomeno dell’Art Nouveau e dall’acuta perversità di certi suoi artisti, a cominciare da Aubrey Beardsley, ho avuto la rara fortuna di consultare, presso un centro di bibliofilìa, un numero dell’almanacco “The Yellow Book”(1890) cui collaborava, colpito fino alla detenzione dalle frecce del perbenismo vittoriano, Oscar Wilde. Due sacerdoti della bellezza – Beardsley e Wilde. Il secondo ormai prossimo a uscire dal carcere della vita (Wilde muore nel 1900 di meningite), seguendo Beardsley, spirato a Mentone neppure trentenne, un anno prima di lui.
Ho associato questi due nomi per la straordinaria comunanza di espressione tra grafica e parola (indimenticabile la “Salomè” di Oscar illustrata da Aubrey), per la strada aperta ai posteri, e per la fine tra il mistico e l’allucinato che li rese partecipi. E’ uscito di recente un libro che sottolinea la linea occulta della fede del dublinese Wilde (Paolo Gulisano- “Il ritratto di Oscar Wilde”, Ancora ed:, pag.180, euro 14,00) : fedele alla tematica, il libro tenta di velare le più accese, inquietanti e letterariamente feconde vicende omosessuali di Wilde , in quell’epoca autentiche sbarre che lo ingabbiarono per tutta la vita e da cui nacque la magnifica “Ballata del carcere di Reading”, poco dopo un meno convincente “De profundis”. L’incipit del volume è il seguente: ” Oscar Wilde è uno di quei pochi fortunati uomini di cui si può dire che abbiano conquistato una fama immortale…”E l’autore sembra quasi spaventato dal personaggio, definito un enigma. In effetti ogni grande scrittore è un enigma, e in modo particolare tutti coloro che ( grandi o meno grandi) si mossero nella “zona” visionaria e messianica che va da William Blake alla fine degli anni Venti, dove non mancano le contropartite: Ruskin, ad esempio,è l’esatto contrario dell’ “esteta”. Ma in genere il regesto dell’ultimo Ottocento segna la proliferazione di una cultura dedita all’arte per l’arte, sia pure diramata in più indirizzi. Il profilo di Wilde sta sul crinale di una scrittura duplice, ora affilata come una lama ora ironica per intime dilacerazioni. Ama svisceratamente la madre, e se si sposa con tale Costance Lloyd, lo fa soprattutto per compiacere lei. Un matrimonio di facciata, senza senso. Aveva un viso bello – Wilde -, gli occhi di un blu profondo, elegantissimo anche nei momenti , che non mancarono, dell’indigenza. Si deliziava di battute, destinate a diventare i famosi aforismi cui nessun libro wildiano può sfuggire. Il film che Brian Gilbert (1993) girò sulla vita del personaggio non ignora la sua sete di Assoluto, che va di pari passo con le sue passioni maschili: il legame con lord Alfred Douglas, detto Bosie, lo strinse dal 1891 sino alla morte, ma c’erano state altre amicizie nel suo percorso; da ricordare il rapporto con il canadese Robert Ross, con Charles Ricktter, sempre traendo da ogni situazione esistenziale (ebbe anche due figli) le ragioni delle proprie opere al-di-là del tempo, “La casa dei melograni”, “Il principe felice”, “Il ritratto di Dorian Gray”, “Salomé”, “Il ventaglio di Lady Windermere”, “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, e i giovanili “Poems” che subito fecero di lui uno dei più affascinanti lirici inglesi.
Sete di Assoluto. Il Gulisano giustamente mette in rilievo le schegge di luce che a tratti parvero spingere Wilde verso la fede, ad esempio il suo viaggio a Roma quando da visitatore di bellezze artistiche si trasformò in pellegrino .E l’Ave Maria scritta a Firenze – la città di Dante, e la scoperta del dolore e dell’umiltà nella prigione dove ogni uomo è uguale all’altro. E’ la moglie a portargli la notizia della morte della madre in quel luogo di lacrime, la povera, inutile Costance che pure incarna il doppio femminino dell’amore di cui l’umanità, senza distinzione di sesso, ancora circonda la memoria di Wilde. Sulla sua tomba al Pére Lachaise sono stampate impronte di labbra colorate di rossetto, vi andò persino la giovane ed effervescente Isadora Duncan , appena arrivata in Francia, là in quel luogo famoso, dove un giorno avrebbe riposato anche lei.
Molti mondi si incrociano in questo nuovo ritratto del grande irlandese. Soprattutto domina il disagio dell’uomo che precede i tempi, così si trova sempre fuori posto – sia che sieda sopra un piedestallo, sia che la sfortuna lo precipiti nell’ abisso.


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