Dalla rassegna stampa Cinema

Tom Ford: “Il cinema? Più potente della moda” - Lo stilista outsider in concorso per il Leone d’oro

A Venezia debutta da regista con “A single man” – “La cosa migliore che ho fatto, da perdere la testa”

SUA ANCHE LA SCENEGGIATURA
UNA SCOMMESSA DIFFICILE

Tratto dal libro di Isherwood racconta un giorno nella vita di un prof gay degli Anni 60
«Spero di tornare sul set ma solo ogni due o tre anni Costa troppo tempo e fatica»

Per me, sosteneva Julian Schnabel, era un dovere, una missione. «Solo io potevo raccontarlo “dal di dentro”. Chiunque altro avesse fatto un film su di lui avrebbe raccontato banalità e inesattezze, come succede tutte le volte che qualcuno prova a fare un film su un pittore», aveva spiegato alla Mostra di Venezia del 1996 presentando il suo film d’esordio, Basquiat, una biografia del famoso artista newyorkese morto di overdose nel 1988, a 27 anni.
Se Schnabel, celebre pittore lui stesso, per giustificare la scelta del soggetto e l’incursione nel cinema – poi reiterata con ottimi risultati – aveva evocato il mestiere in comune col suo protagonista e una conoscenza di prima mano, cosa dirà alla conferenza stampa della prossima Mostra lo stilista Tom Ford, altro celebre outsider chiamato in concorso a Venezia con la sua opera prima, A Single Man dal romanzo di Christopher Isherwood (Un uomo solo, in Italia l’ha pubblicato Guanda)?
Scritto nel 1962 e uscito nel ‘64, il libro di Isherwood, nato in Inghilterra ma divenuto nel ‘46 cittadino americano, è il racconto di un giorno nella vita di un professore britannico omosessuale (all’epoca in cui il libro fu scritto la parola gay non esisteva ancora, non nella sua attuale accezione, comunque) che insegna in una università californiana. Il professore si chiama George e ha da poco perso il suo compagno, Jim, morto durante un viaggio in Ohio, anche se ai vicini, che lui «sente» orripilati dalla sua sessualità, ha raccontato una versione diversa: Jim è tornato a vivere coi genitori, troppo vecchi per badare a se stessi.
È un libro aspro, chiuso, sarcastico, in qualche maniera tutto «svolto» nella testa del professore anche quando sono in ballo altri e altre. Un libro colto, raffinatissimo, con quella capacità di osservazione europea sui campus americani che anche Nabokov ha esercitato così bene (leggetevi Fuoco pallido), e naturalmente, e soprattutto, è un libro sulla condizione omosessuale, sull’orgoglio gay, si potrebbe dire, non fosse che, di nuovo, l’espressione non si adatta all’epoca in cui il libro è stato scritto (né al carattere del protagonista, bisogna aggiungere, ferocemente anglosassone, l’opposto dell’estroversione americana).
Famoso nei circoli gay come il suo compagno di gioventù e di viaggi W. H. Auden (sbarcarono insieme negli Stati Uniti), Isherwood ha già conosciuto una trascrizione cinematografica celebre d’una sua opera. Il film è Cabaret di Bob Fosse, il libro Addio a Berlino, scritto nel ‘39 da un giovane Christopher ventinovenne. Ma il plot di Cabaret è ben più movimentato, romanzesco di quello di Un uomo solo. Il coraggio di Ford, che ha scritto da solo la sceneggiatura, è ammirevole.
Un’ammirazione che per ora non può alimentarsi alla fonte, il segreto che circonda il film è fitto, il controllo di Ford sulle informazioni assoluto. Non ci sono foto di set, e va bene, succede spesso. Ma non ci sono né interviste, né dichiarazioni, né indiscrezioni: silenzio totale. Si dice che Ford non abbia voluto parlare del suo film neppure con il direttore della Mostra veneziana Marco Müller, lasciandolo solo ad assistere alla proiezione per non influenzarne il giudizio. L’unica dichiarazione di Ford rintracciabile è riportata sul sito on line The Movie Fanatic News, è datata 6 agosto e dice così: «Ho passato gli ultimi mesi a editare il mio film e ho avuto un momento di meraviglia, di meraviglioso sollievo l’altro giorno mentre guidavo – era una stupenda giornata di sole, qui a Los Angeles – e guardavo la scritta “Hollywood” in cima alla collina. È una delle cose migliori che abbia mai fatto, mi sono detto. Spero di rifarlo ancora, ogni due o tre anni, però, perché se facessi solo questo (il cinema, ndr) sento che perderei la testa. Chiede troppo tempo, troppa fatica».
Trapela la voce che il film sia davvero notevole – sarebbe ingiusto supporre il contrario, visto che è in concorso per il Leone d’Oro, ma al Leone, l’abbiamo constatato, hanno concorso pure film men che ruggenti -, e che il protagonista Colin Firth (48 anni, dieci meno del protagonista del romanzo, che ha la stessa età dell’autore quando lo scrisse) sia particolarmente efficace. Intensissima, pare, anche la recitazione di Julianne Moore nella parte di una vecchia amica, forse un flirt pre-scoperta dell’irriducibilità omosessuale. Per saperne di più, dovremo aspettare Venezia.

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