Dalla rassegna stampa Cinema

COSA NON VA NEL CINEMA ITALIANO? PIERA DETASSIS DOMANDA

…Il risultato dell’indagine, curata da Massimo Lastrucci e Stefano Lusardi, con Alessandra De Luca e Andrea Morandi, in sintesi è questo: troppi gay, ridotti a macchiette (Violetta Bellocchio, “Rolling stones”) donne solo isteriche …

A Ferzan Ozpetek e Fausto Brizzi, a Federico Moccia, oltre ai fratelli Vanzina, e un po’ anche ai fratelli Muccino, devono fischiare le orecchie. “Ciak”, la rivista del cinema italiano diretta da Piera Detassis, ha fatto un’inchiesta tra i critici cinematografici per capire cosa non vada nel cinema italiano. Un cinema in ripresa, sotto certi aspetti, e infatti tutti citano la doppietta di Cannes, apprezzata anche negli Usa, di “Il Divo” e “Gomorra”. Ma anche molto omologato e omogeneizzato, nel ruolo per gli attori, negli intrecci, nelle ambientazioni.

Il risultato dell’indagine, curata da Massimo Lastrucci e Stefano Lusardi, con Alessandra De Luca e Andrea Morandi, in sintesi è questo: troppi gay, ridotti a macchiette (Violetta Bellocchio, “Rolling stones”) donne solo isteriche (contro Margherita Buy e Laura Morante si va già pensate, come Raffaella Giancristofaro, “Rolling Stones”), troppe notti prima degli esami «che non supereranno perché sono ignoranti e volgari» (Maurizio Porro, “Corriere della sera”), troppi film generazionali, attoruncoli presi da tv e in particolare reality show.

Teresa Marchesi, Rai3, parla di «vent’anni di cernobylizzazione televisiva del pubblico»; e se non lo sa lei che lavora in tv. Per molti, la musica è sempre la stessa, rock inglese e Vasco Rossi a tutto spiano. Ma la vera stonatura è il romanocentrismo linguistico, oltre che scenografico e narrativo.

Le donne sono isteriche e di passione ce n’è poca e poco credibile: si fa l’amore senza togliersi i pantaloni. Va bene le precauzioni, ma così non ci crede nessuno.
Sesso poco e fatto male, mentre di lucchetti dell’amore e della stessa parola amore nel titolo dei film non se ne può più.

I cinepanettoni? Ne parlano tutti male, tranne il democristianissimo Gian Luigi Rondi. «Permettono incassi utili all’industria», dice; ma è un commento da critico o da commercialista? Pasolini, buonanima, diceva: «Sei così ipocrita, che come l’ipocrisia ti avrà ucciso sarai all’inferno, e ti crederai in paradiso»). Certo è che a tutti, alla fine, tocca dedicare pagine e pagine per «mangiare il panettone».

Emergono problemi strutturali e di dialettica produttiva, pochi investimenti di privati, colpa anche del duopolio Rai-Medusa, e confusione tra registi e autori, con un lavoro di scrittura sempre deficitario (Mariarosa Mancuso, del Foglio, «i bravi registi non sono necessariamente bravi sceneggiatori, e vale anche il contrario»). Ma c’è soprattutto un problema architettonico, di arredamento. Insomma, immobiliare.

Le scenografie, per i critici italiani, sono sempre uguali a se stesse, improntate a pauperismo, minimalismo al punto da essere spesso descrivibili per un annuncio immobiliare. Quasi in coro, dicono basta con «il solito microcosmo fatto di cucina e tinello» (Massimo Rota, “I duellanti”), con «i frigoriferi sempre vuoti» (Michele Anselmi, “Il Riformista”), «le storie 3 camere e cucina» (Giovanni Spagnoletti, “Close-Up”), diventate «due camere e cucina» (Sandro Rezoagli, “Ciak”), «salotti borghesi, cucinotti proletari e terrazze con vista gasometro» (Federico Pontiggia, “La rivista del cinematografo”), «salotti con mobili e suppellettili firmati da designer e cucine etniche (come quelle di Ozpetek)» (Bruno Fontana, “Cineforum”). Piacciono poco anche le ville in campagna per ritrovarsi a elaborare lutti di amici scomparsi.

In barba – o forse rimpiangendo – Fellini e Pasolini, l’ostilità si concentra però verso Roma. Priva dei fasti di Cinecittà, ridotta a location antropologica intollerabile, per quasi tutti. Roma, ovviamente, va intesa come ambientazione, come patina linguistica, come intreccio narrativo standardizzato. Basta «Roma», grida Mauro Gervasini, “Filmtv”, basta «romanità» rilancia Alberto Barbera, museo cinema di Torino.

Emanuele Martini non sopporta più i «ragazzini che parlano romanesco» (Torino film festival): complotto torinese? No, anche Alberto Crespi, “l’Unità”, non sopporta più «i bambini che parlano romanesco anche quando la trama si svolge in Alto Adige». E Raffaella Giancristofaro (“Rolling Stones”) sottoscrive: basta «attori che recitano in romanesco anche se il film è girato a Praga». Tutti trovano assurdo che ovunque, in Italia e nel mondo, i film italiani abbiano attori che parlano come i ragazzi di Pasolini.

Scorrendo questo interessante spaccato dei critici italiani, assai divertente perché ognuno, a turno, sputa quel po’ di veleno che magari nelle recensioni non si può sempre tirar fuori, si ha l’impressione che il serpente – cioè i critici – si mordano la coda. C’è chi addirittura si lamenta degli Uffici stampa perché «PROVINCIALI», risponde a caratteri maiuscoli Aldo Fittante, «POCO FANTASIOSI E POCO PROFESSIONALI», colpevoli, dando fiducia solo alla stampa quotidiana, «di non aver fatto crescere nell’immaginario italiano la consuetudine alla rivista, al settimanale, al periodico specializzato».

Ma come, la qualità di una rivista è data dall’eco che ha negli uffici stampa? Nessuno, purtroppo, ha riflettuto sulle responsabilità della critica. Attori, registi, sceneggiatori, colonne sonore, arredatori, tutti sono responsabili, secondo i critici. Ma i critici? Quanti scrivono una recensione in base, liberamente, ai propri gusti? Quanto le proprie egotiche idiosincrasie possono danneggiare un bel film? Quanti fenomeni di massa e successi di moda bisogna rincorrere per cercare una legittimazione?


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