Dalla rassegna stampa Teatro

Amore, violenza e ossessioni: diventare grandi al sapore di "Macadamia Nut Brittle"

… la rassegna curata da Rodolfo di Giammarco e dedicata quest’anno alla letteratura contemporanea, lancia in alto ed esplode con foga i suoi fuochi d’artificio con l’atteso “primo gusto” dello spettacolo “Macadamia Nut Brittle” del pirotecnico duo di drammaturghi Ricci/Forte, alla loro prima volta …

Fino a stasera al Teatro Belli della Capitale lo spettacolo di Ricci/Forte nell’ambito della XVI edizione del festival “Garofano Verde”

Se mi ami – e facciamo finta che sia davvero -, misurami il tuo amore con schiaffi e torture, sputami addosso e accarezzami con dolore, fino a mozzarmi il fiato e a tapparmi la bocca con un rotolo di scotch. Se mi vuoi, prendimi come un oggetto, me ne starò lì inerte e ti lascerò fare tutto: usami come ti piace, fallo senza accortezza, malamente. Io sarò pronto a ribaltare i ruoli e a farmi tuo cacciatore, tuo aguzzino, tuo amabile carnefice. Se vuoi sapere qualcosa sulla mia vita, cercala negli interstizi cosmici e nel ritmico scandirsi del palinsesto televisivo, tra i personaggi di sit-com e narrazioni seriali, in gusci di sentimenti e brandelli di storie di seconda mano, in prestito, da riempire con notturna voracità di cucchiaiate di “Macadamia Nut Brittle”, celebre gusto di gelato che colma i vuoti dei piccoli e grandi fratelli che vigilano, con gli occhi sempre spasmodicamente spalancati, sull’inevitabile dissoluzione di senso che scorre lungo i bordi della nostra quotidianità.
Un gusto di gelato da divorare nottetempo dà il titolo al nuovo lavoro di Ricci/Forte, presentato a Roma fino a stasera sul palco del Teatro Belli, nell’ambito della XVI edizione del festival “Garofano Verde. Scenari di teatro omosessuale”.
Dopo un esordio poco convincente e alquanto sottotono, affidato allo spettacolo “Un luogo dove non sono mai stato” di Luca De Bei, liberamente tratto dai racconti di David Leavitt, la rassegna curata da Rodolfo di Giammarco e dedicata quest’anno alla letteratura contemporanea, lancia in alto ed esplode con foga i suoi fuochi d’artificio con l’atteso “primo gusto” dello spettacolo “Macadamia Nut Brittle” del pirotecnico duo di drammaturghi Ricci/Forte, alla loro prima volta nell’ormai storica rassegna capitolina. Per far sciogliere il “secondo gusto”, invece, bisognerà aspettare il sole pugliese di metà agosto e il palcoscenico del Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria, in cui Ricci/Forte sono di casa, dopo i consensi ottenuti nelle scorse edizioni della kermesse con gli allestimenti di “100% furioso”, “Wunderkammer Soap” e “MetamorpHotel”.
Scandalizza? Innamora? L’ultimo lavoro di Ricci/Forte, con la regia di Stefano Ricci, i movimenti scenici di Marco Angelilli e l’assistenza alla regia di Fausto Cabra, sicuramente non lascia indifferenti e non passa inosservato, per quel caleidoscopio linguistico che costituisce la cifra più originale della ricerca del duo, che lascia sfrigolare i sensi dilatati di parole, metafore e citazioni, proiettili di senso mitragliati alla velocità della luce da una drammaturgia senza personaggi e senza plot, costruita sul disvelarsi permanente dell’artificio scenico, che riverbera, con bagliori a tratti grotteschi e a tratti sublimi, sul suo contrario. Siamo messi di fronte infatti a non altro che alla realtà del nostro quotidiano, di attori-spettatori, alla nudità, di vite e corpi di domestica ferinità, grondanti sangue e gelato, liquidi sessuali e sudore di festa. A sfamare questa innocenza di fiaba sono le ossessioni di Dennis Cooper, uno dei giganti della narrativa statunitense contemporanea, che scrive con un bisturi sulle trasparenze della nostra brama di annichilazione e di abuso, uniche ancore che possono farci respirare un’esistenza altrimenti leggera, impalpabile, sfuggente, fluttuante.
Oggetto dello scavo e del rovello di Stefano Ricci e Gianni Forte è l’adolescenza: non età biologica, ma una condizione esistenziale permanente e totalizzante di gioco, in cui trova dimora la duplice natura di una fame e di una precarietà di amore, sentimento, esperienze, desideri, stupori. Tre adolescenti (Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori, Mario Toccafondi), che si chiamano come le tre parti del nome del gelato che dà il titolo allo spettacolo, si agitano in un corridoio di ospedale, vegliando un malato che si fa mettere a fuoco solo troppo tardi, che è allo stesso tempo il set del più spietato e scintillante dei reality show di tutti i tempi. Accanto a loro, a vegliare su di loro, a generarli forse come una fantasia ammobiliata e in dolby surround, una donna sopravvissuta a una vita che non ammette pit stop (Anna Gualdo), che si immagina come una Wonder Woman da salotto per provare a spingere l’acceleratore dopo che il suo sogno di Mulino Bianco si è infranto e tutti i possibili amanti si sono dissolti come il palinsesto della notte. In questa vita di bagliore televisivo è la sparizione, la separazione, lo spaccarsi della cosa informe, precaria e bramosa che è la vita umana a essere il centro, a dare corpo a un conato, a una compulsione, a una polluzione che ci fa cambiare forma e sostanza al ritmo incrollabile dello zapping emozionale.
E’ un invito al viaggio, quello di Ricci/Forte, che conduce oltre i territori dell’ortodossia patinata di una vita predigerita o da copertina. Non è tempo per sconti e non è tempo per tenere gli occhi chiusi, standosene rannicchiati nel codice a barre di un progetto esistenziale eterodiretto e venduto chiavi in mano. L’adolescenza è una condizione che dura fino a quando non ci si rende conto di abitare una soglia. Prendere coscienza di questa soglia, che vuol dire separazione, crescita, emancipazione, decidere di varcarla, andare avanti, nonostante il vuoto, nonostante il dolore, è il più grande atto di eroismo che ci resta, in una stagione in cui le stelle sono pixel luminosi di uno schermo e gli dei sono quelli che ci sorridono oltre la voragine di una chat o dall’alto di una sniffata di popper, al fondo di un amplesso spacca cuore in cui disseminare l’amore e trovare pezzi di sé. Il passaggio oltre la soglia ha l’ineluttabile scientificità del format di un reality show, senza la redenzione del televoto, ed è come l’attimo in cui ci si ritrova a cessare per sempre di essere figli al capezzale di un genitore in fin di vita. La famiglia è una truffa, postula eternità che non può promettere, inanella scuse per non chiamare con il suo nome il demone del crescere. Altro non resta che snocciolare il suffragio di tutti i nostri beniamini delle serie televisive morti, rimettersi la maschera del nostro cartoon preferito, rimboccarci una coperta di bambini e spegnere a una a una le stelle catodiche, nel momento in cui la notte di travagli e desideri cede il passo a quel chiocciare di rumori che è la realtà, di cui siamo il margine tagliente. C’è vita su un altro pianeta, ma i cosmonauti di noi stessi non possiamo che essere noi.

11/6/2009

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