Dalla rassegna stampa Libri

No, non è Brokeback Mountain

No, non è Brokeback Mountain . Non che manchino le somiglianze tra il celebre film di Ang Lee e il nuovo romanzo di Percival Everett, Ferito (pp. 240, euro 16), appena tradotto in Italia dalla casa editrice Nutrimenti…

No, non è Brokeback Mountain . Non che manchino le somiglianze tra il celebre film di Ang Lee e il nuovo romanzo di Percival Everett, Ferito (pp. 240, euro 16), appena tradotto in Italia dalla casa editrice Nutrimenti. C’è senz’altro, ad accomunare i due lavori, la matrice letteraria. Anche Brokeback Mountain ha a che fare con la narrativa, essendo – come noto – tratto da un racconto di Annie Proulx. Ma sono soprattutto il genere e il tema che fanno pensare a più d’una assonanza. In entrambi i casi scatta un accostamento insolito tra il repertorio machista e virile del western e la disposizione in scena di storie “omosessuali”. Epperò le somiglianze finiscono qui. Everett – veniamo a lui – è scrittore antiaccademico, che non risparmia stilettate all’industria editoriale del proprio paese. E’ pronto a scagliarsi contro le mode e i salotti intellettuali. Si trova in prima fila nella ribellione all’industria editoriale e agli stereotipi che la comandano. Sa bene qual è il rischio che attende gli scrittori di “colore” come lui di finire stritolati in una casella di comodo. Everett sfugge a un certo sociologismo di maniera che dagli autori afroamericani non si attende altro che parlino di ghetti, povertà ed emarginazione – pena l’esclusione dal mercato dell’editoria. Conta, per sfuggire alla trappola, su una biografia personale esuberante, impensabile se raffrontata al cliché dello scrittore di casa nostra. Certo, insegna letteratura alla University of southern California, e fin qui il profilo dell’intellettuale accademico potrebbe funzionare. Ma Everett è anche musicista jazz e, soprattutto, è stato per anni tuttofare in un ranch. A lungo si è esercitato nel mestiere di addestratore di cavalli, la stessa professione del protagonista del suo romanzo, John Hunt, un cowboy di pelle nera e poche parole, età media e, almeno in apparenza, rude e arcigno. Vive in un ranch assieme a un vecchio zio, affabile e premuroso, che in passato ha scontato una pena in carcere per omicidio. La vita nel ranch scorre tranquilla, tutto fila come da abitudine. Hunt – animalista convinto – addestra cavalli per sé e per gli altri, spala letame, esce per lunghe cavalcate verso i monti.
Fa da sfondo l’America sconfinata del west, il paesaggio gelido e desertico del Wyoming, stretto tra il Deserto rosso e monti solenni, solcato da strade percorribili solo dai pick-up. Ogni tanto un ranch che butta fuori fumo dal camino. Ad Highland, piccola cittadina di questa America profonda e puritana, tutto sembra filare per il meglio, tutti si conoscono e per strada ci si saluta. Una comunità idilliaca, un microcosmo dal congegno perfetto. Sembra. Sotto il perbenismo di superficie si nasconde la diffidenza nei confronti di chi viene da fuori a turbare l’equilibrio. Una diffidenza pronta a tramutarsi in aggressività ostile verso chiunque possa essere percepito come minaccia all’integrità morale della comunità. L’antefatto che turba la vita solitaria e tranquilla di John Hunt è prima la scomparsa del garzone tuttofare che gli dà una mano nei lavori al ranch, poi la scoperta in paese del brutale assassinio di un ragazzo omosessuale, trovato morto con la gola tagliata, legato come un alce. «Quell’immagine mi ha quasi rivoltato lo stomaco e ho trattenuto a stento un conato». C’è un riferimento esplicito a un fatto di cronaca realmente accaduto: l’omicidio di Matthew Shepard, torturato e assassinato nel 1998 proprio da quelle parti per il solo fatto d’essere gay. Alle manifestazioni degli attivisti del movimento omosessuali la comunità del posto rispose con delle contromanifestazioni in difesa dei principi etici. La Highland raccontata da Everett riflette tutto il potenziale inquietante di questa morale puritana ambivalente, perbenista in superficie, ma intollerante nella sostanza. John Hunt è l’antieroe di questo western contemporaneo, una sorta di Gary Cooper con la pelle nera, ma laureato in storia dell’arte e appassionato di Kandinskij e Klee. Lui è un cowboy che di omosessuali, come dice, non ne ha mai conosciuto. Però ha senso dell’onore, è dalla parte di chi subisce ingiustizie, accoglie amorevolmente gli animali, adotta persino un cucciolo di coyote che ha perso una zampa perché qualche cretino ha cosparso di benzine e incendiato la sua tana. Un cowboy così è giocoforza che finisca per calarsi nei panni del giustiziere. In questo ruolo lo costringe a calarsi una vicenda che si fa thriller. In paese arriva il figlio di un suo vecchio compagno di studi. Il ragazzo si chiama David, è un attivista gay e ad Highland è venuto proprio per manifestare contro l’omofobia. E’ in crisi di rapporti col padre che non ha mai accettato l’omosessualità del figlio. Il padre di David è esattamente agli antipodi di John Hunt: vive in città, si è laureato in economia e commercio, è un uomo di successo, un macho che esibisce le giovani ragazze conquistate come fossero trofei. Ed è per questo che David trova in John Hunt un contromodello, un riferimento, un padre ideale così diverso dal suo. Finisce per innamorarsene – un amore che non si realizza – e per trasferirsi nel ranch di John. Ma il cielo su Highland è sempre più plumbeo. Gira una banda di fanatici nazisti che si diverte ad ammazzare vacche e cavalli che appartengono ai discendenti delle tribù indiane della zona. Finiscono per puntare anche David. E quando, improvvisamente, il ragazzo scompare John Hunt non ha dubbi su quel che deve fare. E non ce li ha neppure il vecchio zio con cui vive, un tipo simpatico e premuroso che in passato ha trascorso qualche anno in galera per aver ammazzato un uomo.
Potrà pure sembrare d’essere nella più classica delle epopee western con il John Wayne della situazione che risolve, a modo suo, i conti con i cattivi. Così sarebbe se non ci fosse invece di mezzo l’abilità narrativa di Everett. Il suo west è un pretesto. E’ un sottogenere letterario che sa come utilizzare per raccontare, meglio di un saggio sociologico, il lato inquietante di un’America puritana.

27/03/2009

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