Dalla rassegna stampa Cinema

Erotismo, fiaba, poesia e tanto cinema politico

Premio Caligari a «Love Exposure» del giapponese Sono Sion – Teddy Award a Hernandez. Il molto ambito premio Caligari – riservato ai film del Forum e sponsorizzato dalle municipalità tedesche e dalle riviste d’arte e di cinema – lo ha vinto Love Exposure, l’epico-eroticopink- giapponese …

BERLINO
Il molto ambito premio Caligari – riservato ai film del Forum e sponsorizzato dalle municipalità tedesche e dalle riviste d’arte e di cinema – lo ha vinto Love Exposure, l’epico-eroticopink- giapponese antisette che inebetiscono costringendo al voyeurismo più malato (cattolici in testa). E Sono Sion , il regista, ha conquistato anche la giuria della critica internazionale (Fipresci), che lo ha incoronato all’unanimità. In questa Berlinale 09 il cartellone del Forum è stato il migliore. Christoph Terhechte, il curatore, ha detto in un’intervista che nella selezione dei film hanno prediletto un cinema politico ma non necessariamente militante, ove la radicalità viene rappresentata dal dosaggio di ricerca e indipendenza delle immagini.
Del resto il cinema «politico» non semplicemente come «contenuto» è nella storia di questa sezione indipendente, ideata quasi quarant’anni fa, dunque appena dopo il ’68, da Ulrich e Erika Gregor, anche artefici dello storico cineclub berlinese Arsenal ( e che saranno i protagonisti del prossimo film di Gerd Condardt). Il cinema sperimentale, e per questo «antagonista» è passato sugli schermi del Forum che ha supportato cineasti come Bela Tarr o Pedro Costa o ancora gli Straub. Più «formattato » Panorama, penalizzato dall’offerta bulimica che sembra quasi una non-scelta, mentre il concorso, come si sa non è la parte migliore della Berlinale – risultano poi incomprensibili scelte tipo non mettere in gara lo Chabrol di Bellamy. Berlino si conferma inoltre un appuntamento metropolitano, ci sono sale tipo il Cubix sotto la torre di Alexanderplatz dove per gli accreditati è assai complicato entrare, altre quasi impossibili, come l’Arsenal che durante il festival mantiene gli spettatori abituali dell’anno. Per quindici giorni i berlinesi si muovono da una parte all’altra, prenotano on line, fanno lunghe code nei punti vendita, della Berlinale parlano un po’ tutti, e non solo di star e tappeti rossi (ma la disponibilità dei multiplex aiuta, è la cosa che manca invece a Roma).
Cinema politico si diceva, e crossover di finzione e documentario, narrativo, fondato su una messinscena con cui scomporre quasi cubisticamente la realtà, e non ripeterla in modo piatto. Prendiamo un film – assai eccentrico – come La sirena y el buzo di Mercedes Moncada Rodriguez, spagnola di nascita, che ha vissuto a lungo in diversi paesi dell’America latina, tra i quali ilNicaragua dove ha girato il film.
Nella prima sequenza siamo sott’acqua, la voce fuori campo ci dice che tra i Mesquito, gli indios che abitano la costa atlantica del Nicaragua, quando un pescatore subacqueo muore è perché la sirena lo ha portato con sé. Ma, dice la voce di donna, lui non voleva andarsene, mi amava. Quei pescatori che annegano in mare diventano uomini-tartaruga. Superficie, una barca di pescatori ha appena catturato una grossa testuggine acquatica. Ce ne sono altre sulla spiaggia, gli uomini le caricano in automobile e le portano al villaggio. I cartelli ci dicono come sarà cucinata e con quali ingredienti. Una donna incinta divide il piatto col suo bimbo più grande.
Il primo effetto è abbastanza straniante: una fiaba narrata (visualmente) come un documentario, che entra nei villaggi dei Mesquito, poverissimi e emarginati, le loro origini sono indios, la loro lingua antica non ha idiomi di spagnolo, ma lì arrivavano anche gli schiavi dalla Giamaica… La regista filma le donne all’ospedale che stanno partorendo. Riprende la nascita di Sinbad, il parto della mamma, vediamo uscire la testolina e poi il corpo, il dolore e il sorriso della ragazza. L’idea di partenza, spiega la regista nell’incontro dopo il film, era portare il fantastico, la fiaba, dentro alla realtà. Percorrendo per frammenti la Storia del Nicaragua. «Rivoluzione, Sandino, Somoza. Caffè e canna da zucchero. .. Alexis Argiello, campione di box e attuale sindaco di Managua. Il baseball, i martiri e gli eroi. Riben Dario, il poeta, e Maragarita esta linda in mar, una sua poesia…La democrazia. Carlos Mejia Godoy, che cantò il movimento sandinista… Se aggiungo a questo il mare, il riso e i fagioli, il creolo e le parole di inglese, il calypso, la malaria, la diarrea, la magia, le antiche medicine, la cocaina che viene dal mare, i pirati moderni…. Avrò il mio paese» dice Mercedes Moncada Rodriguez.
Il film compone questa trama, partecipa alla vita quotidiana dei Mesquito, e del bimbo Sinbad, fragile di salute perché figlio del mare, o forse perché la fame non aiuta i bambini. Guarda lo sciamano che gli fa dei riti per proteggerlo, e l’anziana sapiente del villaggio che caccia da lui gli spiriti maligni. La fiaba, quasi senza parole, narra questo lato del paese più nascosto, e la macchina da presa entra nell’intimità del quotidiano, trovando lì, in quei gesti antichi eppure provvisori, il senso della realtà. Quasi come un documentario dei sentimenti è girato The Exploding Girl di Bradley Rust Gray, che lo ha scritto e vi ha lavorato insieme alla moglie (come negli altri film tipo With You Now) So Yong Kim. La ragazza che sta per esplodere del titolo è Zoe Kazan, attrice emergente (è anche nel film di Rebecca Miller La vita privata di Pippa Lee) nel cinema «indie» più raffinato, il set è New York d’estate, dove Ivy (questo il nome del personaggio) passa le vacanze dalla madre insieme a un amico di infanzia.
Il fidanzato del college è sparito, una voce nel cellulare, che a un certo punto la lascia senza troppe malinconie, spiegandole di essere tornato con la sua ex. Ivy soffre di epilessia, non può fare molte cose da sola (anche semplici come un bagno caldo a casa), e questo disagio la rende ossessiva nella sua smania di autocontrollo. Ivy maschera i suoi sentimenti, non dice a nessuno, nemmeno al migliore amico che la sua storia d’amore è finita, quanto sta male, la sua voglia di piangere. L’amico l’ha sempre amata e il loro è un rapporto dolcemente complice nel quotidiano … The Exploding Girl è una storia d’amore, ma anche di amicizia, un ritratto dei sentimenti della fragilità e delle gioie. È scritto al femminile e al maschile insieme, e soprattutto riesce a rendere immagine qualcosa di impalpabile come gli stati d’animo: inquietudine, dolore, innamoramento, quasi barthesiano, uno sfiorarsi laterale di mani nel sonno che commuove.

PREMI COLLATERALI
Teddy Award a Hernandez

Assegnati anche i primi premi collaterali della 59/a edizione della Berlinale. Al messicano Julian Hernandez è andato il premio Teddy per il miglior film a tematica omosessuale con «Raging Sun, Raging Sky». Il Teddy per il miglior documentario va a «Fig Trees» di John Greyson e quello per il corto a «A Horse is not a metaphor» di Barbara Hammer. Teddy Award «alla carriera » per Joe Dallesandro per il complesso della sua opera e a John Hurt per la sua performance in «An Englishman In New York». «The Yes Men Fix The World» di Mike Bonanno, Andy Bichlbaum, Kurt Engfehr vince il Panorama Award. L’Orso di Cristallo per il miglior film va a «C’est pas moi! Je le jure!» di Philippe Falardeau, miglior corto invece è «Ulybka Buddy » di Bair Dyshenov. La menzione speciale per il miglior lungometraggio va a «Flickan» di Fredrik Edfeldt e quella per il miglior corto a «Jerrycan» di Julius Avery.

ORSO D’ORO
«La teta asustada» di Claudia Llosa, miracolo peruviano

Roberto Silvestri

Che un film peruviano, protagonista una giovane india chechua, abbia vinto ieri notte un grande festival euro-occidentale, e che tra i premiati (tre volte) ci sia un’opera prima argentina, Gigante, un regista iraniano come Asghar Farhadi che ha rilanciato un’industria umiliata negli ultimi anni dal proprio stesso governo, e un grande attore dell’ Africa nera, semi- sconosciuto in Occidente,ma griot di classe anche per Peter Brook, ovvero il maliano Sotigui Kouyate (che durante la cerimonia di premiazione ha preso la parola per ventiminuti, vendicandosi dei misfatti subiti dalla sua terra per alcuni secoli), sembra l’equivalente della vittoria di Obama alle ultimepresidenziali americane. «Un miracolo. Ci vorrebbe un miracolo per cambiare ilmondo». Non è il massimo, come teoria della probabilità, ma è quel che ci aveva appena raccontato nel film che ha chiuso la festa, L’Eden è a Ovest, Costa Gavras, che è un regista politicizzato, che ha ben cucito addosso a Riccardo Scamarcio, la parte di un immigrato balcanico, di un clandestino tipico, perché tutti, proprio tutti, voglio abusare, in ogni senso e con tutti i sensi, di lui. Eppure l’immigrato vince e resiste.
E un altro miracolo, così, è immediatamente arrivato, e ha chiuso il festival. Se Kosslick il direttore dell’edizione 59, non ha allestito proprio un cartellone competitivo di alto livello, anche se gli altri film premiati come quello di Wajda e The messenger, e soprattutto la sorpresa tedesca Alle Anderen di Maren Ade (orso d’argento ex aequo con Gigante), andrebbero distribuiti senza indugio, la bella giuria diretta da Tilda Swinton (e comprendente registi sensibili comeWayneWang e Gaston Kabore) è riuscita a leggerlo alla perfezione, a scoprirne quasi tutti i segnali innovativi, attribuendo orsi d’oro e d’argento, con rara precisione e raffinatezza, lasciando un segnale indelebile nella storia del cinema e non lasciandosi fuorviare troppo dalla tematica del film, come è successo l’anno scorso con la vittoria di un film brasiliano, ma fortemente influenzato da modi standard di narrazione.
L’Orso d’oro 2009 all’opera seconda Themilk of sorrow ovvero La teta Asustada’( La tetta spaventata), diretto da Claudia Llosa, cineasta peruviana, rappresentante di una cinematografia pressoché sconosciuta nel mondo, non fosse per un artista isolato come Francisco Lombardi si può criticare (per alcune allusioni bio-politiche ‘governative’) ma è stato attribuito all’unanimità, con sicurezza. Un film di sostanza, si elabora sullo stupro, sullo shock che storicamente provoca (soprattutto in paesi a lungo stritolati dalla dittatura), e non solo nella donna che lo ha subito (e inventa per questo una cintura di castità postmoderna), ma in tutte le persone che ama. E un film che inventa una forma di racconto originale e collettiva, quasi tra Jonathan Demme di Rachel (matrimonio in parallelo a dramma interiore) e un musical alla JacquesDemy (le due protagoniste, la mamma e la figlia sono cantanti popolari di lingua chechua).

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