Dalla rassegna stampa Libri

Caro lucio ti scrivo lettere dei siciliani

L´autore dei “Malavoglia” lamentava le sue ristrettezze economiche mentre Lampedusa faceva sfoggio di ironia …Pasolini chiede ragguagli per un viaggio in Sicilia in occasione del congresso sulla narrativa organizzato da Sciascia, cerca voti per il suo “Teorema” candidato al premio Strega: «Ho …

Si apre un convegno sulla scrittura epistolare: il caso di Verga

Mandami quelle tre paja di mutande di tela di cui ho molto bisogno, il macinino o mulinello da caffè, un paio di polsini da camicia, un paralume “inargentato”, una tazza, due piatti. È da Milano che Giovanni Verga invia al fratello Mario le sue disperate richieste d´aiuto, rendendolo partecipe delle sue ossessioni monetarie. Chiede ansiosamente notizia di una “piccola catenella d´oro” tenuta in una cartella. Rende noti persino i conti del «servizio pulitura di scarpe», compreso nella cifra, “modicissima”, dell´affitto e della colazione. Chi si aspetta dichiarazioni di poetica, abbandoni sentimentali, rigurgiti di passioni, resterà deluso sfogliando l´epistolario dell´autore dei “Malavoglia” Epistolario messo all´asta a Parigi e poi acquistato dalla Regione Sicilia.
Alla “Scrittura epistolare in Europa dal Medioevo ai nostri giorni: generi, modelli, trasformazioni” è dedicato il convegno internazionale che inizia questa mattina a Palazzo Chiaromonte, organizzato dal Dipartimento di Letterature e culture europee.
A ridosso delle missive spedite da Verga, prendono l´abbrivio quelle scritte da un Giuseppe Antonio Borgese ancora in fasce potremmo dire, indirizzate allo zio Giovanni. Così commenta Leonardo Sciascia, che quelle lettere ebbe dal notaio Giuseppe Traina, confluite in un libretto pubblicato da Sellerio nel 1985 col titolo “Per un ritratto dello scrittore da giovane”: «È una lettera in cui par di leggere un destino (cosa del tutto ovvia poiché lo conosciamo), e soprattutto in quel rivelarsi e affermarsi attraverso il fatto nuovo della scrittura: io sono Peppino, Peppino che ora sa scrivere… una specie di scrivo, dunque sono». Nelle lettere dell´autore di “Rubè”, lo scrittore di Racalmuto ritrova le radici di quell´intransigenza morale da cui prenderà le mosse il rifiuto netto del fascismo e l´esilio americano cui sarà costretto. Uno dei temi più ricorrenti, in queste epistole, è l´onestà e il problema di mantenervisi: preoccupazione prioritaria, per un uomo che una volta scrisse «aspiro, per quando sia morto, a una lode: che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto o malvagio».
Ma di certo propaganda di un sentimento istrionico e beffardo, a tratti derisorio, vien fatta nelle lettere che tra il 1925 e il 1930 Giuseppe Tomasi di Lampedusa invia ai cugini Lucio e Casimiro Piccolo: missive che raccontano i suoi viaggi in Europa. “Il Gattopardo” è ancora di là da venire, e Tomasi, che firma i suoi messaggi con lo pseudonimo affibbiatogli dai cugini, “il mostro”, viaggia in Europa col corpo, come una “balena” che si immerge nelle città visitate, come un “Leviatano” che naviga sui flutti, alla stregua di una “trottola”; e la testa immersa nei capolavori di Chesterton, Proust, Dickens. Parigi, Londra, Berlino esercitano sullo scrittore palermitano un fascino spesso irresistibile. Lo ammaliano, anche in modo enigmatico, misterioso. Lo stregano, magari infocando nelle sue corde un astio senza pari nei confronti della sua Palermo. Come conferma la lettera spedita dall´Inghilterra il 4 luglio 1927: «Da qui pensando a Palermo si vede un grosso borgo, basso e rovente, chiuso in una ferrigna chiostra di dirupi; il tutto avvolto in una grande nuvola rossastra di polvere». E pensando ai cugini, soprattutto a Lucio, Tomasi dà fondo alle sue risorse satiriche, inscenando una sorta di cartacea pantomima. E va detto che la sua prosa registra sussulti poetici, vere e proprie rarefazioni, ogni qual volta si sofferma a descrivere formaggi, serviti non in prosaiche fette ma «portate intere le forme sul tavolo», ingurgitate con l´appetito di un ciclope.
Qualche anno dopo le ultime lettere spedite da Tomasi al poeta di Capo d´Orlando, cominciano a essere recapitate quelle scritte da Elio Vittorini, di cui in questi ultimi anni sta vedendo la luce l´intero corpus dell´epistolario: una sorta di produzione parallela, rispetto a quella narrativa e saggistica. E dove è possibile registrare la passione per i temi politici e sociali, mano a mano sedata, e soprattutto le ragioni poetiche di Vittorini, gli echi delle battaglie culturali, la sua idea della letteratura e del mondo. I destinatari rispondono ai grandi nomi della storia letteraria italiana del Novecento: Calvino, Pavese. Ma ci sono pure interlocutori isolani: tra questi, Leonardo Sciascia, a cui l´autore di “Conversazione in Sicilia” spedisce un gruppetto di lettere, pubblicate e chiosate anni fa da Domenica Perrone. Ecco cosa scrive nel 1952 Vittorini a uno Sciascia appena esordiente: «Caro Sciascia, considero la sua forse la migliore rivista letteraria che sia uscita in Sicilia». Si riferisce a “Galleria”, fondata nel 1949 e stampata a Caltanissetta. Rivista che sarà galeotta, consentendo allo scrittore di Racalmuto di entrare in contatto epistolare anche con Pier Paolo Pasolini. La sua prima lettera a Sciascia è datata 11 gennaio 1951, spedita a un indirizzo di Palermo. Pasolini ha trascorso, a quella data, il suo primo anno di vita a Roma, dopo la fuga dal Friuli con sua madre, per via dell´espulsione dal Pci di Casarsa e dall´insegnamento scolastico per la sua ormai manifesta omosessualità. Quella prima lettera a Sciascia mostra che Pasolini collabora già con “Galleria”, cosa che allo scrittore friulano frutta “duemila lire”: e per questo ringrazia sentitamente. In quella stessa missiva, gli annuncia un articolo sulle “Favole della dittatura”, opera prima che Sciascia ha appena pubblicato con l´editore Bardi a Roma. Nelle lettere successive Pasolini chiede ragguagli per un viaggio in Sicilia in occasione del congresso sulla narrativa organizzato da Sciascia, cerca voti per il suo “Teorema” candidato al premio Strega: «Ho bisogno di voti, non tanto per vincere, quanto per non venire a sapere che sono completamente isolato e abbandonato, a parte pochi amici stretti. Spero che tu sia uno di questi e che ti decida a votare per me».

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