Dalla rassegna stampa Cinema

Manfredi: ora ritorno al futuro

…ispiratore, più ancora che sceneggiatore, di tanti film: qui pesano le sue amicizie importanti (Oliver Stone nel caso di Alexander con Angelina Jolie, ma anche il regista Terry Gilliam e, tra i produttori, Dino De Laurentiis, che gli ha messo più volte a disposizione il suo appartamento a Los …

Domani l’appuntamento con il sedicesimo volume della collezione. Una storia di spie e software nella caotica Los Angeles

Dalle avventure ambientate nell’antichità a una California cinica e supertecnologica

Potenza del nome. Entrate in una libreria dell’Avana, cercate lo scaffale degli italiani tradotti e vi imbattete al primo colpo in Alejandro, tre volumi, firmato da Valerio Massimo Manfredi. Ovvero, per il pubblico non ispanico, la trilogia più famosa dello scrittore- archeologo modenese, intitolata e dedicata ad Aléxandros, il più grande conquistatore della storia, pubblicata negli Oscar Mondadori. La spiegazione di tanta popolarità, si sussurra a Cuba, andrebbe ricercata nel fatto che «Alejandro» era il nome di battaglia di Fidel, ai tempi eroici e rivoluzionari dei combattimenti sulla Sierra… Ebbene, mai voce di popolo risultò più azzeccata. Lo conferma senza reticenze, anzi con un certo orgoglio, lo stesso Valerio Massimo Manfredi: «Sono amico di Fidel — racconta — così come lui è uno dei miei più appassionati sostenitori letterari. Ogni volta che vado a Cuba, finisco col tirare le sette e mezzo di mattina a chiacchierare, nel suo ufficio al Palazzo della Rivoluzione. Del resto, quel nome di battaglia lui lo scelse proprio in onore del guerriero macedone… Beh, salvo un suo lieve appisolamento intorno all’una, con Castro si può star certi di essere messi alla prova di resistenza assoluta come conversatori…
». Non resta dunque che attendere la prossima visita di Manfredi all’Avana; lui non ha chiesto nulla a Cuba per i diritti delle sue opere, e forse questa è una delle ragioni che lo rendono gradito a Castro, il quale anzi lo ama al punto da mandarlo a prendere con autista, senza preavviso, come un imperatore delle favole che si diverta a sorprendere gli ospiti. Intanto si può chiacchierare a ruota libera nella sua casa di Piumazzo, a una mezz’ora di macchina da Modena, che dà sui primi contrafforti dell’Appennino. Ed è bello immaginare come i rilievi domestici inquadrati dalle sue finestre possano tramutarsi di punto in bianco, solo per un’accensione di fantasia manfrediana, nei Monti Azzurri, nell’antro dell’Oracolo, o magari nelle Porte Ardenti delle Termopili.
Multiforme e un po’ frenetica, sempre col pedale premuto sul fortissimo, è infatti l’attività letteraria di Manfredi. Un po’ per vocazione e un po’ perché — confessa — i suoi innumerevoli lettori lo esigono. Del resto non vengono mai delusi, sia che racconti loro la storia di un’Armata perduta, dispersa lungo i sentieri dell’Anabasi di Senofonte (fresca vincitrice, questa, del Premio Bancarella); o le gesta di un’Ultima Legione decisa a liberare l’imperatore romano del crepuscolo, Romolo Augustolo (già in un film prodotto da De Laurentiis); o ancora che descriva la battaglia per la conquista di un Graal antico, il mitico Palladion, la più sacra immagine della dea Atena; o collochi Le paludi di Hesperia alle foci del Po, con l’omerico Diomede impegnato in un duello finale da brividi contro il non meno eroico Enea, profugo da Troia.
Tutto questo ricorso al fortissimo, insomma, non è casuale: la vocazione di Manfredi suscita emozioni, quasi una filosofia di vita. La spiega lui stesso: «La letteratura è sogno, la vita che abbiamo non ci basta, ce ne occorrono altre, alternative. Spetta a noi scrittori renderle possibili, in modo che i lettori vivano quanto avrebbero sempre desiderato sperimentare. Che cosa c’è di più forte dell’emozione, nella vita di un uomo? L’acquisto di una Ferrari, l’incontro con Naomi Campbell, la scena della tortura del cervello di Morpheus nel film Matrix… Queste sono emozioni. Se non se ne sperimenta almeno qualcuna, non c’è esistenza che valga la pena d’essere vissuta».
La passione per il fortissimo si spiega anche con una fonte segreta d’ispirazione: quella che lui definisce musica d’atmosfera da suonare a palla, ovvero una compilazione speciale di ritmi e suoni che gli prepara la mitica collaboratrice Roberta: una specie di cocktail violento e speziato da spararsi nelle orecchie in solitudine, chiuso nella stanza da lavoro, lasciandosi permeare mentre le storie zampillano dal cervello. «A volte la trama c’è già tutta completa, prima del romanzo — confida — e allora, come nel caso di Aléxandros, l’abilità sta nel rendere attuale il passato, farlo credibile, affrescarlo in un modo mai tentato prima; altrimenti, come ne L’oracolo, il plot è tutto da inventare e ci vuole un’illuminazione, bisogna creare dal nulla il misterioso capitano Bogdanos, e da lì evolvere, insieme alla scrittura che mette tutto sulla carta».
Quanto al ritmo frenetico di lavoro, è un effetto dell’altra dimensione di Manfredi, quella che lo vede ispiratore, più ancora che sceneggiatore, di tanti film: qui pesano le sue amicizie importanti (Oliver Stone nel caso di Alexander con Angelina Jolie, ma anche il regista Terry Gilliam e, tra i produttori, Dino De Laurentiis, che gli ha messo più volte a disposizione il suo appartamento a Los Angeles. E già si profila un nuovo capitolo, per ora top secret, che sta prendendo corpo fra l’Inghilterra e l’America e prevede investimenti degni di Hollywood).
Come si concilia, questa passione smodata per l’antico e la misura lunga della narrazione, scritta o filmata, con l’arte del racconto corto? Certo, il Midget war che domani sarà offerto ai lettori del «Corriere» è ben lontano da sabbie e piramidi, falangi macedoni e faraoni: vi si parla di un Mr. Patterson e di un tenente Burton dell’Fbi, ci si esprime più o meno come ci hanno abituati i film californiani alla De Niro, salvo che… Tutto rimane inconfondibilmente alla Manfredi. Sia perché, spiega lui stesso, «conta la qualità della storia, la capacità di risvegliare interesse e identificazione, indipendentemente dal tempo in cui si svolge». E anche perché — aggiunge — «la morale qui è tutta e solo mia: vale a dire che l’intelligenza è l’arma suprema, capace di sbaragliare qualunque potente. Un po’ come in quel magnifico Cane di paglia interpretato da Dustin Hoffman, dove l’uomo tranquillo, se gli pestano i piedi, tira fuori il meglio di sé».
Molta strada, insomma, ha percorso l’ex allievo del mitico liceo classico Muratori di Modena, laureato in lettere, archeologo specialista in topografia del mondo antico, viaggiatore d’Oriente con mezzi improbabili, organizzatore di scavi e spedizioni, docente universitario di materie insolite come «Comunicazione dell’antico» o «Archeologia e politica», professore errante fra Canberra e l’Avana, Medellin e la Sorbona, Los Angeles e Chicago (dove ha conosciuto la sua futura moglie), e che annovera tra i fan il presidente della Colombia e il re di Grecia. Ne ha fatta tanta, di strada, per ritrovarsi nella campagna di Piumazzo, circondato da bestseller e tortellini. Realizzato in tutto, salvo che nel suo antico sogno da «ragazzo di provincia»: diventare professore di lettere al liceo.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.