Dalla rassegna stampa Cinema

Sex and the City - Carrie, Charlotte, Miranda e Samantha invecchiano (ma senza spensieratezza non sembrano più loro)

Sugli schermi Da oggi al cinema la versione extralunga (2 ore e 25 minuti) di una delle saghe televisive Usa di maggior successo

Ci sono almeno due cose da non fare andando a vedere Sex and the City al cinema.
La prima è quella di cercare di contare i marchi, le etichette e i prodotti vari pubblicizzati più o meno apertamente: dopo tre scene hai già perso il conto, perché qui il merchandising va molto più veloce della memoria e ti resta in mente solo l’ultima «citazione » (ammesso che fosse davvero l’ultima): le scarpe da 525 dollari e tacco 12 di Manolo Blahnik che serviranno all’ultimo colpo di scena (ammesso anche qui che si possa considerare davvero un colpo di scena).
L’altra, forse più importante, è sottovalutare la lunghezza inusitata del film: 2 ore e 25 minuti, un «veleno» per gli esercenti (che possono fare uno spettacolo in meno al giorno, e quindi incassano di meno) ma un «plus» — immagino — per i produttori (New Line e Hbo), che hanno pensato in questo modo di differenziare il film dalle serie e soprattutto di offrire sul grande schermo quello che sul piccolo non c’era. O c’era poco: una struttura narrativa «tradizionale » dove avventure, chiacchiere e shopping lasciassero il campo a un «approfondimento psicologico» delle quattro amiche, tutte più o meno costrette a confrontarsi, e a pagare le conseguenze, dei propri caratteri fondanti: l’ottimistico entusiasmo di Carrie (Sarah Jessica Parker), l’ingenua fiducia di Charlotte (Kristin Davis), la testarda rigidità di Miranda (Cynthia Nixon) e il disinibito edonismo di Samantha (Kim Cattrall). Con una conseguenza non da poco: limitare, fin quasi a perdere del tutto, la componente più caratteristica del telefilm, quella leggerezza spensierata con cui le quattro amiche vivevano e mettevano in comune avventure sessuali senza problemi e senza rimorsi, una specie di ronde briosa e ininterrotta dove «il sesso diventa un gioco e una macchina narrativa comica» (Aldo Grasso). Quella «narrazione senza intrigo né corpi, fatta di assenze e di vuoti come l’idea del sesso delle quattro protagoniste» (ancora Grasso) e che era alla base del successo dei 92 episodi televisivi, divisi in sei stagioni, nel film non c’è più. Resta un ricordo più o meno sbiadito, che affiora ogni tanto a fatica (il mini-défilé anni Ottanta di Carrie tra gli scatoloni del trasloco; i sogni di Samantha sulle infaticabili prestazioni del vicino di casa), ma non basta a soddisfare le fan della serie. Almeno a vedere i voti degli utenti del più diffuso sito di cinema del mondo, Imdb: 3,5 su un massimo di 10. Come dire: largamente al di sotto della sufficienza.
Che cosa resta, allora, nel film? Le disavventure pre e post matrimoniali delle quattro (ex) single più famose d’America. Carrie vede arrivare finalmente il momento in cui non solo andare a vivere con il suo amato Big (Chris Noth) ma anche coronare tutto con un matrimonio comme il faut (vestito bianco Vivienne Westwood, con piume «cerulee» in testa); Miranda affronta con la sua solita intransigenza la confessione di un occasionale tradimento del marito (fatta poco dopo che lei ha concluso troppo sbrigativamente un amplesso arrivato dopo sei mesi di astinenza); Charlotte vede messo in discussione il suo proverbiale attivismo salutista da una inaspettata gravidanza; e Samantha scopre di non essere felice solo come agente del suo giovane compagno Smith Jerrod (Jason Lewis), talmente preso dal lavoro da perdersi il più «erotico » pranzo di sushi immaginabile.
Come dire: dopo la spensieratezza della serie televisiva, arrivano i «problemi» del cinema, secondo una logica produttiva che prende spunto dagli episodi visti in tv («riassunti» durante i titoli di testa del film) e che cerca di percorrere nuove strade. Diciamo più «realistiche», perché la chiave della sceneggiatura (firmata da Michael Patrick King, qui anche regista e produttore. Proprio come nella serie tivù) è quella di mettere a confronto i caratteri fondanti delle quattro amiche con i problemi del «reale». Ammesso e non concesso che la vita di Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte sia reale e non piuttosto la proiezione fantasmatica dei sogni di rivincita della donna americana post Aids.
Probabilmente King, e i dirigenti dell’Hbo, hanno pensato che bisognasse inventare qualche cosa di nuovo, far «evolvere » i personaggi e strapparli dalla ripetitività seriale del medium televisivo. Ma in questo modo hanno finito per snaturare la vera essenza delle quattro amiche e della serie (che era quella di saper superare ogni problema con una bevuta intorno a un tavolo o con una novità nel letto e nel guardaroba) e hanno tolto a Carrie e C. la capacità di offrire una rivincita molto femminile di fronte alle frustrazioni della vita. Forse questo cambiamento starà bene alla sociologia, ma non ha quasi nulla a che fare con il divertimento e la spensieratezza.
Insieme, non per sempre
Le protagoniste della serie e della pellicola: da sinistra Kim Cattrall (Samantha), Sarah Jessica Parker (Carrie), Cynthia Nixon (Miranda) e Kristin Davis (Charlotte). A fianco la Parker con Chris Noth che interpreta Mr. Big

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