Dalla rassegna stampa Teatro

Accorsi da applausi nella difficile prova di mantenere il dubbio

Buon debutto del cast del “Dubbio”, la pièce su Chiesa e pedofilia in scena fino a domenica al Teatro della Corte

la recensione

PADRE FLYNN prova soltanto amore cristiano per il suo allievo, un dodicenne nero con tendenze gay, o è davvero un pedofilo? La risposta, sull’onda delle canzoni di Bob Dylan che accompagnano “Il Dubbio” in ogni cambio di scena, «is blowing in the wind», vola nel vento.
E basterebbe questo, senza contare la sua capacità di graffiare il cuore, per giustificare la scelta del menestrello del rock (appena laureato con il Premio Pulitzer) come colonna sonora dello spettacolo in scena al teatro della Corte fino a domenica. Lasciare un finale aperto a tutte le interpretazioni degli spettatori è proprio quello che vogliono il regista Sergio Castellitto, Stefano Accorsi, il protagonista e Lucilla Morlacchi, ovvero suor Aloysius, la grande accusatrice. Che padre Flynn sia colpevole o innocente è certamente un quesito terribile. Ma oggi, in piena esplosione mediatica di una colpa da sempre sepolta nel buio delle sacrestie o usata come strumento sotterraneo di polemica anticlericale, proporlo teatralmente in termini di denuncia sarebbe stato superfluo. Così come spingere l’acceleratore sul pedale dei sentimenti e dei sentimentalismi avrebbe dato forse a qualche passaggio dello spettacolo una presa più immediata, ma a forte rischio di scadere nel feuilleton. John Patrick Shanley, che tre anni fa ha vinto il Pulitzer per questo lavoro, ambienta la vicenda nell’America degli anni Sessanta, dopo l’assassinio di Kennedy. Lo ha scritto trent’anni dopo ma in un momento altrettanto destabilizzante: dopo il crollo delle torri gemelle. Le coincidenze quasi sempre hanno un peso e una spiegazione. L’autore vuol dirci che, di fronte alle tragedie storiche così come nell’impatto con quelle morali (la pedofilia in questo caso) la funzione dell’arte è sempre quella di cercare un’altra verità: rispetto alla verità di uso corrente e alle calunnie. Su uno sfondo minimalista quanto efficace, pannelli neri che si aprono e si ricongiungono componendo una croce che diventa anche simbolo di una divisione lacerante delle coscienze, la regia di Castellitto ha un ritmo più efficace e sciolto nella seconda parte che non nel prima strutturata a blocchi un po’ rigidi.
Giustamente applauditissimo Stefano Accorsi nel difficile compito di lasciare il dubbio, di non creare simpatie né antipatie nei confronti del personaggio. Lucilla Morlacchi la suora che accusa padre Flynn, disperatamente fedele alla sua tesi, disposta alla menzogna (unica cosa certa tra tante verità possibili) pur di sostenerla, è capace di lasciar filtrare disperati sottintesi da una corazza di adamantina durezza. Non sfigurano Alice Bachi, la suorina ingenua, né Nadia Kibout, la madre del ragazzino. Non ci sono bambini sul palco e forse è giusto così: che padre Flynn, proprio nella scena di gusto più americano, quando allena i ragazzini per la partita di basket, parli soltanto con i propri fantasmi.
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