Dalla rassegna stampa Cinema

Pasolini e i Teddy Boys

La mala gioventù al tempo del Boom – Tra il ´58 e il ´59 lo scrittore passò tre mesi con una banda di teppisti in vista di un film, “La Nebbiosa”, che non si fece mai, su “una notte di aggressioni, furti, rapine, stupri, orgie” tra i grattacieli di una Milano in crisi di crescita. Del casting …

“Sono il prodotto di una società ad alto livello economico e di tipo industriale: appartengono alla classe borghese”

milano
«una gioventù insofferente e incattivita che alla superficialità risponde con la superficialità, alla crudeltà risponde con la crudeltà. Sono proprio i teddy boys i figli reali dei nostri avvocati, dei nostri professori, dei nostri luminari». Così scriveva Pier Paolo Pasolini in un articolo su Vie Nuove del 10 ottobre 1959: era stato ospite a un convegno a Venezia sul disagio giovanile nel settembre di quello stesso anno e il suo intervento diede scandalo. Perché descrisse non la gioventù bruciata che allora riempiva le pagine dei giornali con il proprio anticonformismo di facciata ma una «gioventù insofferente e incattivita». Per lo scrittore quella “meglio gioventù”, che si ribellava all´ombra della notte e si nascondeva dietro giubbotti di pelle nera e motociclette chiassose, era ciò che i loro padri si meritavano: dei “conformisti” che si ribellavano dalla parte del silenzio. Per Pasolini, che nel 1955 aveva ritratto i “ragazzi di vita” delle borgate romane, i teddy boys sono «il prodotto di una società ad alto livello economico, sociale e civile, e di tipo industriale: perché appartengono ideologicamente alla classe borghese e la loro è una protesta di tipo moralistico contro la stessa società che li ha prodotti e non gli dà ciò che desiderano». Dei bamboccioni ante litteram, ma in giubbotto di pelle nera.
«Il ragazzo nevrotico milanese, o torinese, o bolognese», scrive Pasolini, «si trova a lottare contro una società apparentemente buona, capace di offrirgli garanzie, ma, in sostanza, ingiusta, e quindi sotto le apparenze democratiche, noiosa, ipocrita, feroce». Giudizi che suscitarono più di una polemica, tanto che persino uno scrittore dalla vita spericolata come Giancarlo Fusco, che anni dopo descrisse la stessa violenza da vuoto pneumatico nel suo Duri a Marsiglia, nell´articolo Rimedi contrastanti per i teddy boys prese le distanze dalla «disamina lontana dalla realtà» di Pasolini.
Ma la realtà dei teddy boys lo scrittore friulano l´aveva conosciuta da vicino proprio in quello stesso anno: tra il 1958 e il 1959 aveva vissuto per tre mesi al fianco di una banda di teppisti dell´alta società milanese, perché proprio su quei ragazzi sgangherati, che rombavano per le strade in sella alle loro Guzzi e Gilera, impomatati dalla brillantina e dal mito americano, aveva deciso di fare un film. Di quel progetto oggi rimangono poche pagine, antologizzate nel volume Pier Paolo Pasolini: Per il cinema, curato da Walter Siti e Franco Zabagli nei Meridiani Mondadori. La sceneggiatura originale, invece, non è mai stata pubblicata in versione integrale.
A documentare le giornate di Pasolini tra i teddy boys milanesi sono centosedici immagini rimaste sino a oggi inedite, da cui sono tratte quelle che qui pubblichiamo, e che verranno esposte in una mostra durante il Festival di letteratura Satisfiction che il 3, 4 e 5 ottobre animerà dopo anni di silenzio turistico le strade, i palazzi e le chiese di Brera.
Gli scatti appartengono all´archivio Giancolombo, fotografo che dalla metà degli anni Quaranta alla fine dei Sessanta immortalò i protagonisti della dolce e allora vivace vita culturale milanese. Nelle fotografie è ritratta quella “mala gioventù” che si muoveva tra Elvis Presley e il Cerutti Gino, tra il sogno americano di una vita a tutto rock e i trani a gogò delle periferie. La stessa gioventù che Pasolini aveva sognato di portare sullo schermo ne La Nebbiosa ma che per dissapori di natura economica con il produttore e i registi non riuscì a terminare. Nei suoi giorni milanesi, come testimoniano le fotografie, Pasolini si immerse completamente in quel mondo giovanile che nei ritmi del boogie woogie intravedeva gli unici passi di una ribellione che presto sarebbe sfociata in una spirale di teppismo e di violenza. La stessa violenza che Pasolini percepisce sui volti dei suoi teddy boys e che descrive nella sceneggiatura de La Nebbiosa, in cui anticipa le tematiche che sarebbero state al centro della Milano violenta descritta anni dopo nei romanzi di Giorgio Scerbanenco (considerato il padre del noir milanese e italiano).
Fu Pasolini però il primo a raccontare «una notte di aggressioni, furti, rapine, stupri e orge» tra i bar luccicanti e i grattacieli di una Milano in pieno boom non soltanto economico. Da una parte quelli che lo scrittore chiama «tipici milanesi medi», «commercianti e viaggiatori di commercio», dall´altra i teddy boys. Come Tony, detto Elvis in onore di Presley: «Ha un ciuffo spettacoloso, che gli sporge un palmo buono sulla fronte. Ha un viso dolce ma segnato, di timido e buono, che se compie azioni violente è solo per una specie di disperazione». Oppure Pucci, detto il Gimkana: «Ha una faccia pallida, torbida, segnata, con gli occhi cerchiati. L´aspetto è quasi di bravo ragazzo, riservato, educato. Ma c´è insieme, in lui, qualcosa di terribile, che fa pensare sia capace di tutto». Non mancano le teddy girls, agghindate con calze di nylon, che non si negano mai l´ultimo ballo nei locali desolati di una città di nebbia e di fumo: «Tutto è lucido, nuovo, fiammante: nichel e neon e marmo che scintillano. Il bar è vuoto: vi sopravvivono solo pochi clienti presi da una silenziosa e malinconica ubriachezza. E Pipetta. Che, fresca come una rosa, col suo vestito da teddy girl, la sua faccia da bambina arguta e innocente, balla deliziosamente il rock».
Insieme con il Teppa, il Contessa e il Rospo, sono i ragazzi che Pasolini ha incontrato a Milano. Gli stessi ragazzi che con lui hanno vissuto le notti di una città ricca e violenta, cinica e sfavillante: una vita nebbiosa all´ombra di una Madonnina a tempo di rock. Gli stessi ragazzi non di vita che, durante il Satisfiction Festival, racconteranno per la prima volta La Milano segreta di Pasolini.

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E in quegli anni rampanti la povertà divenne colpa

VINCENZO CERAMI

Alcune di queste fotografie furono pubblicate su un giornale scandalistico nel 1960. Dalle didascalie risultava che a mettere sulla cattiva strada uno di quei teddy boys, finito in prigione per “precedenti reati”, fu Pier Paolo Pasolini, il famigerato scrittore delle borgate romane. In verità Pasolini non aveva passato molto tempo in compagnia di quei ragazzi: l´incontro con loro era stato organizzato per una documentazione realistica dei personaggi di un film sulla malavita milanese. L´ultimo titolo dato dal poeta alla sua sceneggiatura è La Nebbiosa. In una fotografia si riconosce il volto della giornalista Adele Cambria, molto amica di Pasolini, che in seguito fece anche un piccolo ruolo in Accattone.
L´odio per l´omosessuale comunista, che stava riscuotendo uno scandaloso e irresistibile successo, era cieco: gran parte della stampa (non solo di quel tempo) si accanì contro di lui, con violenta aggressività, non certamente inferiore a quella dei giovani sbandati della Milano notturna qui ritratti.
I teddy boys, da noi, a bordo delle macchine rubate cantavano il rock and roll Teddy Girl di Adriano Celentano. Erano figure di balordi tanto sbruffoni quanto fragili. Con il benessere, in Italia, i morti di fame si travestivano da “gioventù bruciata”. I soldi del contrabbando di sigarette e di qualche furto venivano nascosti dentro i tubi Innocenti arrugginiti e abbandonati nei cortili, oppure in una scatola di scarpe, insieme alla rivoltella dei padri scampati alla guerra.
Il neorealismo, arrivato il soldo, aveva cambiato il panorama: non più il popolo povero, innocente e allegro, ma ragazzi che viaggiano sparati verso la frustrazione e la nevrosi. La povertà è già diventata una vergogna. Tutt´intorno gli immensi cantieri della ricostruzione. Si stava compiendo il grande scempio della nostra bellezza.
Pasolini aveva già descritto, quattro anni prima di quelle foto del ‘59, in Ragazzi di vita, la fine del sogno di un´Italia giusta e umana, che la Resistenza aveva promesso. La cultura piccolo borghese imperava sempre di più in un contesto politico che si guardava bene dal rimuovere la centralità del potere clerico-fascista ereditata dal passato. La televisione era il principale strumento di alfabetizzazione e proponeva un modello di cittadino italiano chiuso nel proprio egoismo e nella propria casa, senza alcun interesse per la comunità e per la solidarietà. Nell´arco di tempo in cui si svolge la storia (dalla fine della guerra a Scelba) Riccetto, il protagonista, fa in tempo a passare dalla povertà innocente alla povertà colpevole, dall´eroismo alla viltà. Il racconto comincia infatti con i ragazzini che si tuffano in acqua per salvare una rondine caduta nel Tevere, e finisce con gli stessi ragazzi, ormai giovanotti, che osservano impassibili una persona che annega. Per Pasolini, nei cosiddetti anni della ricostruzione, le scavatrici inaugurano un´epoca che non conserva alcun legame con il passato.
Da quel periodo in poi il poeta descrive, con la puntualità di un cronista, attraverso film, romanzi, discettazioni giornalistiche, saggi, tragedie ed altro, il rapido processo di “omologazione” della nostra società, dal tempo del Riccetto, fino alla metà degli anni Settanta.
Quel mite e un po´ sperduto ragazzo in grigio e cravatta, poeta borghese che si mischia a personaggi testoriani, emarginati e barocchi, esplora una popolazione dialettale, letterariamente indegna, alla quale negli anni Cinquanta e inizio Sessanta è stato offerto un ruolo di protagonista, sia in letteratura che in cinema. Nel periodo dell´uscita del romanzo Una vita violenta (l´autore fu denunciato per oscenità dall´Azione cattolica di Milano), Bolognini prepara Una giornata balorda, dopo il successo di La notte brava (1959); Testori subisce un processo per scandalo con L´Arialda; e si proietta sugli schermi il capolavoro di Visconti Rocco e i suoi fratelli. Tutte opere che puntano lo sguardo su giovani della buia periferia metropolitana, qua e là illuminata dai neon e da sorrisi di ragazzi abbrutiti e spaventati da una vita difficile.
Il cinema accende i fari sulle popolazioni emarginate, immobili e fuori della storia, per documentare la dinamica sociale più visibile e drammatica del tempo: il processo di acculturazione alla realtà piccolo borghese degli strati più bassi della società italiana. Storie di ambizioni sbagliate, di horror vacui, di esistenze sacrificate sull´altare del benessere. È una stagione che dura un decennio circa, dalla fine degli anni Cinquanta. Ma sul grande schermo trionfa la commedia all´italiana, la descrizione allegra e insieme spietata della piccola borghesia ambiziosa e padrona del mondo: antieroi che non disdegnano di accarezzare le natiche delle “serve”. Qui si vede meno il tempo che passa, la storia che travolge gli uomini: il piccolo borghese ha una tipicità universale e stabilizzata nel senso comune, un´anima eterna come una categoria dello spirito. È il gigantesco personaggio di gran parte del romanzo inglese, francese, e russo dell´Ottocento. È lui che ha di nuovo vinto, dopo i fasti marmorei del ventennio. Adesso sogna di diventare commendatore, e si fa chiamare ingegnere anche se è solo un geometra.
Pasolini, così fuori luogo in quella Milano molto più dura di Roma, livida, non ha una faccia sorridente. Sembra prevedere in quei ragazzi un destino triste, una vita sempre povera ma “consumata” nella solitudine, e nella nevrosi del morto di fame che sa di essere un morto di fame.

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