Dalla rassegna stampa Teatro

Pasolini e Sciascia, dialogo sull'Italia degli speculatori

Gli intellettuali Debutta a Milano un immaginario confronto sul malaffare di politicanti e palazzinari

Andò e Baliani fanno rivivere i due scrittori a teatro
La scomparsa delle lucciole in campagna come metafora del sistema di corruzione che diffonde buio e povertà

DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO — Con speculazioni, inquinamento e malaffare, un Potere arrogante rappresentato da politicanti e palazzinari aveva ucciso le lucciole di cui parlava Pier Paolo Pasolini e che Leonardo Sciascia una notte vide ricomparire d’un colpo vicino alla sua casa di campagna, a Racalmuto. E a quelle lucciole, per le quali Pasolini voleva processare il Palazzo, Sciascia agganciò l’incipit dell’Affaire Moro.
Basta questo flash per capire da quale intrigo sia stato catturato Roberto Andò nell’allestire l’atto unico che sabato prossimo aprirà a Milano la stagione del Teatro Franco Parenti, con Marco Baliani, Coco Leonardi e sei bambini protagonisti de «La notte delle lucciole».
Una sorta di veglia con i due scrittori pronti a incrociare le loro parole in un dialogo a distanza su Potere e Palazzo, sulla morte e contro la morte, fra orrore e pietà, come nella fine di Moro, di Pasolini, delle lucciole stesse.
Echeggeranno le idee dei due grandi intellettuali che mancano al Paese. Un intreccio di citazioni testuali con Baliani nei panni di Sciascia e Leonardi, vittima taciturna, un po’ Moro un po’ Pasolini, un vecchio che appare in apertura come custode di un’aula scolastica, la stessa delle Parrocchie di Regalpetra, anni Cinquanta, memoria del tempo in cui Sciascia fece il maestro elementare a Racalmuto. Un vecchio che si confonde con gli scolari stanchi e sperduti di un paese senza niente dove la fatica non risparmia l’infanzia e la miseria annulla l’uomo. Trasformando a volte le vittime in carnefici. Come Andò e lo stesso Baliani, co-autore nella rifinitura del testo, indicano quando i ragazzi, figli di contadini e zolfatari, si trasformano negli aguzzini che uccisero Pasolini, lanciati contro quel vecchio annientato e avvolto, letteralmente incartato, dai giornali.
Lo spazio dell’aula scolastica, attraverso la parola e l’azione, muta di volta in volta come fosse una zolfara, il Parlamento, o l’antro buio in cui s’annientano le lucciole, Pasolini, Moro. E nelle contraddizioni di quest’aula che diventa Paese, Andò centra la questione che gli sta a cuore, come spiega: «C’è un punto in cui i disgraziati e i perfidi si uniscono e si confondono in una sola parola: i miserabili. Di chi la colpa? Dov’è il boia? Dov’è la vittima? Fu Sciascia a dire di essersi aggirato per tutta la vita intorno a questa domanda».
Ma, senza cadere nell’icona di uno Sciascia pessimista, Andò ribalta un cliché: «Queste “lucciole” sono una risposta a cose sempre equivocate. Sciascia è uno scrittore dell’azione e della speranza, non del pessimismo che le idee fa morire. Lui usa piuttosto la scrittura come ribellione in una terra dove lo scrivere, insisteva, è considerato “atto di delazione”. Per svelare e denunciare. Come Pasolini. Entrambi pronti a provocare con la scrittura effetti concreti, per disarmare il Potere». Tutto questo con la penna usata, ripeteva Sciascia, «come fosse una spada». E Andò, cancellato il bollo di pessimista dallo scrittore siciliano, scopre lo stesso con Pasolini che, nel dialogo incita i ragazzi: «Si è tanto eretici in gioventù poiché dopo il futuro c’è ancora futuro…». Una speranza perché le lucciole squarcino il buio. Come auspica Baliani per il ruolo del teatro civile nella denuncia del Potere: «Non per scioglierne i nodi, ché questo non è compito del teatro, ma per renderli a tutti manifesti ».

PIER PAOLO PASOLINI (Bologna, 5 marzo 1922 – Ostia, 2 novembre 1975): poeta, romanziere, saggista, regista
LEONARDO SCIASCIA (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) Scrittore, polemista e uomo politico Marco

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