Dalla rassegna stampa Cinema

Fab Four, uno spartito lungo un film

“Across the universe” di Julie Taymor tra arte pop e celebrazione della Beatlemania. Con i camei di Bono, Joe Cocker e Salma Hayek

Se la musica del Beatles è stata la colonna sonora di un´epoca, va da sé che un film come Across the Universe assume un colorito emozionale particolare per chi regge il peso di qualche annetto sulle spalle. Già la prima sequenza si presenta in tono evocativo, con un ragazzo che canta Girl sulla riva del mare. Apprendiamo che si chiama Jude (e cominciamo ad attendere le note di Hey Jude), che ha lasciato i docks di Liverpool per andare a cercare il padre in America, ha fatto amicizia con Max, studente a Princeton, si è innamorato di sua sorella Lucy. Il film introduce nelle atmosfere del Greenwich Village anni Sessanta, tra musicisti che somigliano a Jimi Hendrix e Janis Joplin, artisti, trip psichedelici. Poi traversiamo le turbolenze sociali, gli scontri razziali a Detroit, la guerra del Vietnam e le mobilitazioni pacifiste. Max parte per la “sporca guerra”. L´amore tra Lucy e Jude è contrastato: lei trova il giovane inglese troppo tiepido in politica; lui s´ingelosisce per la dedizione della sua ragazza a un capetto del movimento, che sospetta di sfruttare a scopi privati il carisma del leader politico. La coppia si lascia ma, prima della fine, ci aspettiamo di vederla riunita.
Tutto questo lungo trentatré canzoni dei Beatles. Julie Taymor infatti, artista, regista teatrale (suo il musical “Il Re Leone”) e cinematografica al terzo film, ha usato la musica dei Fab Four come un lungo spartito; meglio, come un libretto d´opera per mettere in scena una storia d´amore generazionale sullo sfondo di un decennio dei più fortemente radicati nell´immaginario collettivo. Le canzoni, però, non funzionano solo da sottofondo emotivo-evocativo: Taymor le declina in numeri da musical fatti di componenti disomogenee, dalla danza ai documentari dell´epoca, dall´animazione digitale alla citazione pittorica. Alcune soluzioni sono particolarmente ispirate: come per Strawberry fields forever, dove Jude chiazza le sue tele di fragole sanguinanti. Altrove la regista non teme di sfidare il kitsch, eppure coglie ancora nel segno: vedi I wont you in cui la frase, da romantica, diventa minacciosa sulle labbra dello Zio Sam che chiama alle armi gli americani da un poster animato; e dove i soldati trascinano la Statua della Libertà nella jungla vietnamita. Let il Be serve da transizione fra il Vietnam e le rivolte civili.
Altri “numeri” non viaggiano allo stesso livello; qualcuno, addirittura, scivola verso l´estetica del clip. Tra arte pop e rito celebrativo della Beetlemania, il film è comunque godibilissimo; tanto che il piacere della (audio) visione tende a sovrastare il giudizio estetico, ridimensionando le soluzioni più deboli a trascurabili peccati veniali. A suo favore vanno rilevati un entusiasmo e una sincerità tanto più apprezzabili se si considerano i rischi impliciti in questo genere di operazioni-nostalgia, non di rado condotte con una notevole dose di cinismo. Nel piacere della visione si ritagliano uno spazio le apparizioni di alcune star della musica e del cinema: Salma Hayek, ma soprattutto Joe Cocker e Bono, che prende gusto ad autoderidersi nella parte del guru dell´”acido” Dr. Robert.

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