Dalla rassegna stampa Cinema

Gus Van Sant "Gli adolescenti? Anche i cattivi sono vittime"

Analizzando la vita di certi ragazzi c´è sempre un problema. Sono stati a loro volta vittime, anche dei genitori

Paranoid Park, al quale Cannes ha assegnato quest´anno il premio della sessantesima edizione del festival, è l´ultimo film Gus Van Sant. Così, dopo “Elephant”, Van Sant torna ai suoi adolescenti inquieti alle prese con il passaggio all´età adulta. Il film è la storia di una colpa che non riesce a essere rivelata perché Alex non ha punti di riferimento, perché gira a vuoto e perché, come dice il suo amico del cuore, Jared, «nessuno è mai pronto per Paranoid Park».
Il regista di “Elephant”, il film del 2003 sulla strage di Columbine premiato a Cannes torna a parlare di giovanissimi con “Paranoid Park”, nelle sale italiane dal 7 dicembre
Ci sono, nel nuovo film di Gus Van Sant, almeno tre scene memorabili. La prima mostra il giovane protagonista, Alex, sotto la doccia, al rallentatore. Le gocce rimbalzano sul suo viso di adolescente in perdita d´innocenza. Alex ha appena causato la morte di un uomo. Non lo ha fatto apposta, ma l´uomo è morto. Anche la seconda scena è muta: il fratellino racconta ad Alex storie che gli spettatori possono soltanto immaginare. La terza scena è un addio. Alex e Jennifer. Lui la cerca per lasciarla, dopo che lei gli ha donato la sua “prima volta”. Jennifer gli urla addosso come un animale ferito e, anche se non la sentiamo (il coro della Nona di Beethoven copre le sue parole), capiamo che cosa gli sta dicendo. In tutte e tre le scene Alex è altrove. Distante, assente, perduto. Paranoid Park, al quale Cannes ha assegnato quest´anno il premio della sessantesima edizione del festival (nelle sale italiane dal 7 dicembre), è un gioiello nella cinematografia di Gus Van Sant.
Il regista americano aveva annunciato un nuovo film hollywoodiano: ha realizzato invece un “piccolo” film francese indipendente (prodotto dalla Mk2 di Marin Karmitz), con molti momenti girati in super 8, come i filmini di famiglia. Attori non professionisti (tranne Taylor Momsen-Jennifer) trovati attraverso il sito comunitario MySpace; scrittura e riprese veloci; fotografato assai liricamente da Christopher Dolyle (“In the mood for love” e altri Wong Kar-Wai), Paranoid Park è tratto dall´omonimo romanzo di Blake Nelson (in uscita il 28 novembre per Rizzoli). E così, dopo “Elephant”, Van Sant torna ai suoi frangiatissimi fanciulli in fiore alle prese con il devastante passaggio all´età adulta. Il film è la storia di una colpa che non riesce a essere rivelata (quindi espiata), perché Alex non ha punti di riferimento, perché gira a vuoto e perché, come dice il suo amico del cuore, Jared, «nessuno è mai pronto per Paranoid Park». E non si riferisce soltanto al parco dove i due ragazzi sfrecciano con i loro skateboard.
Seduto in un albergo parigino, Gus Van Sant sembra assente, di poche parole, come i giovani protagonisti dei suoi film. Ma, come loro, non lo è affatto. È distante per timidezza, ed è curioso. La maldestra curiosità dei timidi. A domande risponde spesso con domande, indagando l´interlocutore. Nonostante i 55 anni sembra un ragazzo. Frangiato, come i suoi attori. «Mia madre mi diceva sempre: tirati indietro i capelli. Credo che, da giovani, coprirsi gli occhi sia un modo per proteggersi» dice.
A Portland, dove lei abita, esiste davvero Paranoid Park?
«Esiste, ma non è un parco di skater, quindi non è quello del mio film. Lo chiamano così; in realtà si chiama O´Brian Park ed è pieno di tossici».
Alex causa involontariamente la morte di una guardia ferroviaria. Perché è terrorizzato da un crimine che non ha commesso?
«Perché è giovane; perché, nonostante la guardia lo abbia attaccato, ha causato lui l´incidente. Credo che per un momento pensi di fuggire, poi non lo fa. È ossessionato da quello che ha visto».
Il film insiste molto sul divorzio dei genitori di Alex. Non le sembra uno sguardo un po´ moralista?
«È il romanzo di Nelson a insistere. Io non credo che tutti i figli di divorziati siano fragili. Credo anzi che, durante l´adolescenza, la distanza tra genitori e figli si crei anche in famiglie unite, e che sia normale. Fa parte dello sviluppo, della conquista della propria personalità».
Sono innocenti, gli adolescenti?
«Personalmente penso di sì. Sono sicuro che esistano adolescenti non innocenti, ma credo che siano rari. In ogni caso quelli dei miei film lo sono. Sempre. Sono innocenti anche quando diventano killer. A guardare indietro nelle loro vite c´è sempre un problema; sono stati a loro volta vittime, anche dei genitori. Per questo sono basicamente autodistruttivi. Sono colpevoli di sparare sui loro compagni di scuola, certo, ma lotterebbero contro qualunque cosa pur di liberarsi da un peso».
Perché ha cercato i suoi attori su MySpace?
«Perché volevo veri skater, e i due protagonisti, Gabriel Nevins-Alex e Jake Miller-Jared, lo sono. In realtà non li abbiamo trovati su MySpace. Sul sito abbiamo semplicemente messo un annuncio: “direttore di cast cerca attori per Paranoid Park. Skater, scuola secondaria”. Si sono presentati in molti e abbiamo scelto loro».
«Nessuno è mai pronto per Paranoid Park» dice Jared all´inizio del film, quando Alex (ancora senza colpa) dice di non sentirsi all´altezza della famosa pista di skateboard. È giusto pensare che Paranoid Park sia la metafora del passaggio all´età adulta?
«È giusto. Credo sia proprio così».

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