Dalla rassegna stampa Cinema

«Il dolce e l’amaro», un italiano già visto

ITALIANI IN GARA Dopo il deludente Franchi passa il film sulla mafia di Porporati: un solido prodotto con scene potenti, ma ha inciampi, non crea nulla di nuovo e per uno scarto d’autore speriamo in Marra

Vogliamo dirlo? Sì, vogliamo: finora il miglior film italiano della Mostra (documentari esclusi) è La ragazza del lago, l’esordio di Andrea Molaioli passato alla Settimana della Critica. Il dolce e l’amaro è l’opera seconda di Andrea Porporati (sceneggiatore attivissimo al cinema e in tv, ha esordito alla regia nel 2001 con Sole negli occhi) e speriamo che il concorso veneziano gli porti fortuna, ma non ci giureremmo: Venezia è una piazza esigente che può anche rovinare un film, è successo persino a un Leone d’oro come Così ridevano di Gianni Amelio. Dovendo anticipare un semi-bilancio sulla selezione italiana (ricordiamo che manca ancora L’ora di punta di Vincenzo Marra) dobbiamo però rilevare che i film di genere, per il pubblico, si sono rivelati migliori dei film «d’autore». La ragazza del lago è infatti un giallo, mentre per rimanere al concorso il film di Porporati, rispetto alle sfrenate ambizioni di Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi (primo titolo italiano in concorso), si colloca su un altro pianeta: Il dolce e l’amaro è appunto un solido prodotto di genere, forse un po’ televisivo nell’impianto ma confezionato per soddisfare il pubblico, non per martirizzarlo. Il problema è che il genere è consueto (film «civile» sulla mafia: Porporati ha scritto varie «Piovre») e che la storia sa di già visto. Siamo, mutatis mutandis, in zona Scorsese: quasi una versione siciliana di Goodfellas. Un giovane, figlio di un mafioso, cresce nel mito di Cosa Nostra e il giorno dell’affiliazione è il più bello della sua vita. Diventa un killer spietato, ma continua ad avere un cuore: ama sempre la ragazza che l’ha respinto e rispetta un giudice che conosce da quando entrambi erano ragazzini. Per cui, a un certo punto, si pente.
Era difficile provare empatia per Ray Liotta in Goodfellas, figurarsi se si può trepidare per questo mafiosetto da due soldi interpretato da Luigi Lo Cascio. È il problema di fondo del film, unito a un paio di zeppe di sceneggiatura (davvero non si capisce perché il protagonista maturi all’improvviso una venerazione per il magistrato). Non mancano però scene potenti (la rivolta nel carcere, il primo omicidio in quel di Milano, gli incontri con un super-boss magistralmente interpretato da Renato Carpentieri) e nel complesso Il dolce e l’amaro si vede, ma con un retro-pensiero: di film così, in un cinema sano, dovrebbero uscirne 100 all’anno, e andare nei cinema e in tv senza tante fanfare. Senza passare da Venezia.

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IL REGISTA Platea fredda per la pellicola di Porporati

«Il mio film: non contro ma sulla mafia»

«Non è un film contro la mafia ma sulla mafia». Ieri, alla Mostra è stato il giorno del secondo italiano in concorso: Il dolce e l’amaro del regista e sceneggiatore (sue le Piovre televisive) Andrea Porporati che, sibillino, ci tiene a fare subito questa «sottolineatura», davanti ad una platea rimasta piuttosto freddina. Dedicato alla vita di un mafioso «qualunque», interpretato da Luigi Lo Cascio, salito alle glorie della cronaca con I cento passi, il film «ha un taglio sociologico – prosegue l’autore -. Mi interessava mettere in scena quelle contraddizioni e assurdità che impone la mafia ai suoi associati e anche quello che accade nel privato di un mafioso piccolo-piccolo come è Saro. Ovvero di quella vita che in genere non si vede mai nei film, ma che pure esiste. Volevo insomma far vedere il lato grottesco, buffo e togliere a questa organizzazione criminale quell’aspetto sacrale che può affascinare i giovani». Mostrando, per esempio, «che quella violenza esteticamente pulita che si vede in genere nei film non lo è affatto. È goffa e puzza. Vai insomma ad ammazzare una persona che neppure conosci e non sempre tutto va bene. Vuoi sparargli e ti ritrovi invece a sgozzarlo in modo buffo».
Il dolce e l’amaro, prodotto da Francesco Tornatore e realizzato da Sciarlo per Medusa Film che lo distribuirà da oggi, ci tiene a dire Porporati «è un po’ ispirato a film come il Mafioso di Lattuada, quello era un bel modo di raccontare delle cose importanti con la giusta ironia. La mafia che rappresento nel mio film non è solo quella siciliana, ma un modo di pensare. Racconto sì la storia dell’iniziazione di un mafioso, ma sotto questa c’è una storia universale». E conclude dicendosi emozionatoe: «in me oggi c’è felicità e responsabilità. Non sono neppure più tanto giovane ormai e stare qui in concorso mi fa sentire felice e confuso, proprio come il dolce e l’amaro del titolo».

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